Foxconn è la multinazionale con sede in Cina che produce dispositivi per molte aziende di tecnologia – tra cui Apple – passata alle cronache per i tanti casi di suicidio tra i suoi operai a causa delle pessime condizioni lavorative.

Dieci anni fa, il 9 gennaio 2007, a San Francisco Steve Jobs presentò al mondo il primo modello di iPhone, lanciando un nuovo dispositivo sul mercato e aprendo la strada al “touch”, oggi ormai familiare a chiunque. Il carattere carismatico e la narrazione personale di Jobs l’hanno reso con gli anni quasi un’icona, una celebrità con parvenze più hollywoodiane che usuali del settore della tecnologia (basti pensare a quanto e come si è parlato di lui in confronto, ad esempio, ai fondatori di Asus e Huawei, di cui neppure probabilmente sappiamo il nome).

Tuttavia l’aura mitica e l’estetica narrativa legata ai dispositivi Apple rischia spesso di farci dimenticare la materialità del processo di creazione e produzione di questi strumenti. La Foxconn International Holdings è una multinazionale nata in Cina negli anni ‘70, oggi divenuta la più grande produttrice mondiale di componenti elettrici ed elettronici, lavorando su contratto per altre aziende tra le quali Amazon, Microsoft, Motorola, Nokia, Nintendo e Apple. Solo in Cina oggi Foxconn conta 13 impianti industriali, distribuiti in nove città. La più grande è quella di Shenzen con i suoi 300.000 dipendenti, ed è chiamata anche iPod City per la grande produzione dedicata ai prodotti Apple.

In tempi recenti Foxconn è passata tristemente alle cronache per le condizioni di vita minime in cui tiene i suoi dipendenti tra pressioni psicologiche, pestaggi fisici e tempi di lavoro disumani, tanto da portare più di un lavoratore al suicidio, con un picco tra il 2009 e il 2010 quando complessivamente una ventina di operai – uno dei quali 17enne – si tolsero la vita gettandosi dal tetto dello stabile. A seguito di questi episodi, l’azienda installò delle “reti anti-suicidio” attorno al fabbricato, mentre il presidente dell’azienda Terry Gou propose di inserire una clausola anti-suicidio nei contratti di lavoro, chiedendo al lavoratore di promettere formalmente di non farsi del male. In prossimità dell’uscita di nuovi prodotti, come il recente iPhone 7, la produzione di Foxconn si fa più intensa, portando gli operai a lavorare per 14 ore al giorno 7 giorni alla settimana. I lavoratori vivono costantemente dentro la fabbrica, munita di mensa e dormitorio, percependo paghe minime talmente basse da spingerli a chiedere straordinari oltre le 14 ore, che possono però solo richiedere a patto di reclutare altri lavoratori per l’azienda. Per denunciare la situazione il professore dell’Università di Hong Kong Jack Qiu ha realizzato un filmato di 20 minuti reperibile online, “Deconstructing Foxconn”.

Recentemente, e in particolare in questi primi giorni del 2017, si è tornato a parlare a proposito del tentativo dell’azienda di introdurre robot assemblatori, i cosiddetti Foxbot, nella catena di montaggio per ridurre il numero di operai. I primi 10.000 robot sono già stati consegnati ai primi impianti, mentre altri se ne stanno producendo, e ogni unità ha un costo pari a tre anni di stipendio per un lavoratore dell’azienda. Foxconn promette che con questa scelta la vita degli operai migliorerà. Tuttavia una catena completamente automatizzata è ancora molto difficile da realizzare, e quello che ne seguirà sarà soltanto un licenziamento di massa di cittadini che si troveranno senza lavoro in condizioni di estrema povertà. Inoltre, così come per gli iPhone, anche i robot non si creano da soli ma hanno bisogno di qualcuno che li assembli, e sulle modalità di produzione dei Foxbot non è ancora circolata nessuna informazione da parte dell’azienda.

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