Pronto da oltre vent’anni e mai aperto. È l’incredibile storia del “nuovo” museo di Messina, il più grande del Meridione, dopo il Capodimonte di Napoli. Uno spazio di 7 mila e 500 metri quadri (tra i due piani espositivi e i sotterranei), progettato e realizzato per dare visibilità ai beni recuperati dal terribile terremoto del 1908, rimasti in gran parte nei depositi da allora.

Una delle incompiute più costose e lunghe della città dello Stretto: oltre 60 anni di progettazione, 11 per i lavori, altri 14 per le varianti e 5 per gli adeguamenti. Con un costo lievitato, a leggere le cronache, da sette miliardi di vecchie lire a 15 milioni di euro. E senza giungere mai all’apertura. Quasi una maledizione.

«Apriremo entro l’anno con i finanziamenti regionali – dice l’assessore regionale ai Beni culturali, Carlo Vermiglio, messinese che ha preso l’impegno e messo al lavoro gli uffici – Mi auguro di riuscirci a dicembre».

Perché il problema non è tanto l’allestimento – già completato – né le 50 opere che devono ancora essere trasportate nel nuovo museo dalla sede storica della Vecchia Filanda Mellinghoff qualche metro più in giù dove brillano, tra l’altro, le tavole di Antonello da Messina e due Caravaggio. E neppure gli ultimi collaudi da fare.

Il problema vero è passare da 1100 metri quadri di esposizione (la Filanda, appunto) agli oltre 12 mila se si contano anche i 5500 metri quadri all’aperto, dove portali, statue e marmi ingaggiano ogni giorno una lotta contro le erbacce.

«C’è bisogno di nuovo personale e di aumentare il budget per la gestione», dice la direttrice Caterina Di Giacomo che da quando è arrivata, nel 2013, è riuscita a quadruplicare gli ingressi grazie a mostre di repisro nazionale in collaborazione con altri musei.

Sarà la volta buona? A crederci in città sono in pochi. «Troppi annunci caduti nel vuoto », dice Rita S., 36 anni, architetta e appassionata di storia dell’arte. Mentre un gruppo di artisti e intellettuali ha appena lanciato attraverso facebook una campagna nazionale dal nome emblematico “Apriti Museo”. Gli attivisti sono giovani nati insieme al cantiere del museo. Scrittori, storici, registi.

«Questa è una vicenda incredibile. Non si tratta solo di un’incompiuta ma di una città privata del suo passato», dice il fumettista e illustratore messinese Lelio Bonaccorso, 34 anni. Mentre Domenico Gioffré, classe 1982, originario di Bagnara Calabra, racconta: «Ho studiato all’università di Messina. Il museo c’era già. Consegnato e chiuso. Sono tornato nel 2013 e niente era cambiato».

Lui, storico, archivista e ispettore onorario per i beni artistici della provincia di Reggio Calabria, ha scritto a mezzo mondo: dal Fai a Italia Nostra ai vertici istituzionali del Paese, candidando il museo di Messina persino a Bellezza@governo (l’iniziativa voluta dal premier per ultimare o recuperare luoghi abbandonati del Paese). «L’importante – dice – è che apra. Mettere un punto a questa follia. Rompere la maledizione».

Già, perché a rileggere gli eventi, quest’opera pubblica sembra proprio sotto effetto di un brutto incantesimo. Il primo a denunciare l’esigenza di spazi “decorosi” per il patrimonio accatastato nei magazzini, fu nel 1912 l’allora sovrintendente ai musei della Sicilia, Antonio Salinas che affidò anche un incarico di progettazione poi caduto nel vuoto. Due anni dopo il re Vittorio Emanuele III volle istituire a Messina, per la stessa ragione, un museo nazionale. Ma bisogna superare la guerra e arrivare al 1974 per avere un primo progetto firmato dagli architetti Carlo Scarpa e Roberto Calandra e finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno. Tre anni dopo, quando la palla della gestione passa alla Regione, sarà archiviato a favore di uno nuovo a firma di Fabio Basile e Mario Manganaro. Il cantiere? Lunghissimo: inizia nel 1984 e si chiude nel 1995. Poi spuntano infiltrazioni d’acqua e modifiche su modifiche per assicurare un allestimento adatto e via via più moderno. Gli ultimi lavori, due anni fa, per mettere tutto a norma: edificio da inaugurare e l’Antica Filanda. Poco più di 3 milioni di euro finanziati dall’Europa.

Così ora tutti incrociano le dita. Dagli eredi di nobili famiglie come i Di Giovanna che hanno finanziato il restauro di lapidi del proprio casato i duchi di Saponara, ai giovani studiosi appassionati come Teresa Russo, 35 anni, dottoranda all’università di Catania che ha riportato in vita un quadro (Messa di San Gregorio) di Giovan Battista Quagliata (1603 circa-1673), canalizzando sul restauro tutti i proventi del dottorato e altri suoi risparmi (10 mila euro), ed è «felice» di averlo fatto. «Siamo alla stretta finale», dice Caterina Di Giacomo che prima di diventare direttore ha passato tre anni a ricontrollare l’inventario («Quasi 20 mila pezzi dall’archeologia all’arte moderna») tirando fuori dagli scaffali impolverati i primi studi sui mosaici distrutti del Duomo e vecchie mappe mai mostrate prima ed oggi esposte in parte alla Filanda. Ha anche ritrovato una statuetta del Cinquecento raffigurante San Nicola, data per scomparsa. «Ci restano da trasferire solo 50 opere», fa gli scongiuri. Tra queste ci sono le tavole di Antonello da Messina e “La resurrezione di Lazzaro”, considerato tra i più bei dipinti di Caravaggio arrivati fino a noi ed esposto all’Antica Filanda.

Il paradosso è però che da anni quasi tutti i beni, se si escludono le opere pittoriche e alcune statue, si trovano nel nuovo edificio, oltre una rete metallica che chiude il passaggio ai visitatori. Spingendosi oltre, dalle vetrate si intravedono così portali e elementi architettonici. Dentro, in una grande sala dalle pareti blu dove sono state girate anche alcune scene di un film, c’è la statua del Nettuno di Montorsoli, allievo di Michelangelo. Ma ci sono anche alcune iscrizioni arabo normanne della metà del XII secolo provenienti dal Duomo e dalla chiesa dei Catalani, un’edicola del XV secolo attribuita a Antonello Gagini recuperata dalla chiesa di San Francesco. E ancora, la Conca di Gandolfo del 1134, proveniente dal Monastero di San Salvatore («Al mondo – dice Di Giacomo – ne esiste solo un’altra ed è esposta al Metropolitan di New York»). Tutto attorno, lungo tre chilometri di parco, beni lapidee e architettonici mentre migliaia di altri pezzi sono invece nei seminterrati dove ha sede la biblioteca e un grande deposito. . Un patrimonio complessivo di 7800 opere inventariate, oltre 664 beni archivistici, 2200 monete antiche..

Così, mentre l’umidità cammina nelle pareti esterne, la Messina che fu continua a riposare. Bella e sola.

 

 

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