Capitanata, grande provincia. Ma non ce ne accorgiamo

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Ho avuto per  molti anni il privilegio di raccontare questa terra meravigliosa che è la Capitanata, scoprendola ed innamorandomene, giorno dopo giorno.
Un cronista non dovrebbe mai innamorarsi dell’oggetto della sua narrazione. Ma, credetemi, se la vita, il destino vi concedono in sorte di raccontare Foggia e la sua provincia, è impossibile farlo col distacco prescritto dai manuali di giornalismo.
Ho avuto questa opportunità, come capo dell’ufficio stampa della Provincia di Foggia, l’amministrazione che ha governato uno dei territori più grandi, complessi e ricchi d’Italia, e forse d’Europa.
L’ho fatto sforzandomi, giorno per giorno, di svelare, far vedere e testimoniare che la Capitanata è una provincia – regione dalle immense potenzialità, che potrebbe crescere di uno sviluppo autonomo e autopropulsivo, se solo riuscisse ad essere consapevole della sua grandezza, a trovare una identità comune tra le sue diversità.
Non è roba di poco conto, perché si tratta di intrecciare culture, civiltà e paesaggi che le definiscono, così diversi e così cangianti tra i silenzi dei Monti Dauni, gli spazi senza tempo del Tavoliere, la tavolozza dei colori che ondeggiano tra mare e foreste del Gargano. E poi, ineffabile, inevitabile, Foggia. Foggia e il suo rapporto con il resto della provincia spesso vissuto proprio come se la provincia fosse un resto e l’una e l’altra – Foggia e la Capitanata – non fossero invece uno splendido tutt’uno.

La risorsa più grande di questa terra sta nel suo essere un unicum di pregio e valenza straordinari. La sua criticità più grande, quella che ho più frequentemente incontrato nella mia narrazione quotidiana, sta nel non riuscire quasi mai a sentirsi territorio unitario e coeso. Troppo spesso la logica del campanile soverchia la visione, il progetto di più largo respiro.
Troppo spesso si è duellato, tra quelli che erano i due maggiori palazzi di governance, Palazzo Dogana e il Municipio del capoluogo, inverando la bizzarra idea di un capoluogo che può fare da solo anche senza il resto della Provincia e di una provincia – il resto della provincia – che farebbe volentieri a meno del capoluogo. Che assurdità.
Una visione coesa ed un progetto  unitario di sviluppo presuppongono una identità, un senso di cittadinanza dauna che purtroppo sembrano ancora di là da venire.
Resta il problema, che è poi il nocciolo che nasconde le ragioni della crisi endemica di questa terra, del suo precipitare nelle classifiche della qualità della vita. Come si fa a governare in maniera omogenea ed equilibrata un territorio che per sua natura, vocazione e complessità, ha assoluta necessità di un livello intermedio di governo?
Con la (scellerata) soppressione delle province voluta dalla legge Delrio (e non ratificata dagli Italiani, ma questo è un altro discorso) è necessario individuare nuovi modelli di governance territoriale, esplorare altre strade.
Un modello su cui varrebbe la pena di riflettere con particolare attenzione – così come ha suggerito su Lettere Meridiane uno che di questi problemi se ne intende, come Franco Eustacchio Antonucci, è quello della programmazione di area vasta definita con Capitanata 2020.
Per i non addetti ai lavori, una breve parentesi. Qualche anno fa, l’Unione Europea decise di cambiare registro per quanto riguarda le aggregazioni trritoriale beneficiare degli interventi, individuando quale priorità le aree metropolitane. La concreta applicazione delle norma portò alla individuazione di una sorta di surrogati delle aree metropolitane, le aree vaste. Per quanto riguarda la Capitanata, ne furono individuate due: la prima, che accorpava Tavoliere e  Gargano, con Foggia quale comune capofila, e la seconda nel perimetro dei Monti Dauni, con comune capofila Lucera.
La programmazione si è articolata attraverso una diffusa concertazione che ha prodotto risultati importanti che non si sono concretizzati sia per responsabilità politiche (la Regione Puglia non ha mai fatto salti di gioia davanti alla prospettiva di delegare concretamente la programmazione ai cosiddetti territori) sia per le oggettive complessità delle procedure comunitarie e gli eccessivi vincoli burocratici.
Quel modello aveva un limite oggettivo. L’area vasta come tale non esisteva, non stava nel sentire comune (non lo è l’idea di provincia, figuriamo quella più astratta di area vasta). Con intelligenza, ci si è sforzati di compensare questa oggettiva mancanza di una identità comune, attraverso l’individuazione e la pratica di un metodo condiviso.
Come suggerisce Antonucci, bisognerebbe ripartire proprio da qui. Ma alzando l’asticella.
Al momento, l’area vasta è poco più di un’astrazione. Ma può trovare proprio qui, in Capitanata, ambiti di applicazione originali ed innovativi.
Sappiamo tutti cos’è un’area metropolitana. Il concetto di area vasta è invece più sfuggente, e la Capitanata può diventare un laboratorio di sperimentazione di valenza meridionale e nazionale, per inventare l’area vasta, riempirla di suggestioni e di contenuti.
Non sarebbe bello insegnare insegnare al resto d’Italia e d’Europa cos’è un’area vasta, quali sono le sue potenzialità, come la si costruisce?
Attenzione, però. Inventare l’area vasta non significa sedersi a tavolino e far sfoggio di talento creativo. Bisogna inventarla accompagnandola con un percorso esso stesso coeso e condiviso, superando una volta per tutte la logica deteriore e aberrante della tela di Penelope che ci vede puntualmente mobilitati per un certo obiettivo in una stagione, salvo poi a disaffezionarcene in quella successiva.
Tanto per citare un solo esempio: è di assoluta evidenza che l’area vasta si costruisce in primis collegando adeguatamente i centri urbani della pentapoli, i nodi come Foggia, Manfredonia, San Severo, il Gargano, Cerignola e Lucera. Ma non era proprio questo il progetto cardine di Capitanata 2020, attraverso quel treno-tram che doveva essere cerniera di quella nuova mobilità indispensabile a vivere la Capitanata come area vasta?
E bisogna smettere di delegare tutto alla politica, lamentandosi quando la politica è assente. Le grandi reti di una volta non funzionano più, semplicemente perché non ci sono più. Una volta si discuteva di sviluppo delle sedi dei partiti, a cominciare dai congressi sezionali. Quei partiti, quella politica non esiste più.
Le dinamiche della partecipazione devono seguire altre strade. Si dovrebbe ripartire dall’idea che il processo di costruzione di una rete è importante quanto l’obiettivo stesso della rete. Suscitare e promuovere reti informali che mettano assieme tutti quanti ci credono e vogliono cominciare a impegnare poco o tanto del loro tempo libero.
Il successo incontrato dalla coraggiosa proposta di Franco Eustacchio Antonucci, l’interesse manifestato da pezzi significativi del mondo delle imprese è un buon viatico.
Quanto a me, vorrei concludere il mio racconto della Capitanata con un lieto fine.
Geppe Inserra

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