Sin dai tempi delle guerre napoleoniche, la storia insegna che le offensive contro i russi terminano puntualmente con un loro balzo in avanti: non fanno eccezione le “Primavere Arabe” e l’ISIS che, scatenati anche in chiave anti-russa, si sono trasformati in una paradossale avanzata di Mosca in tutto il Medio Oriente. Dall’Algeria all’Iraq, dalla Siria all’Egitto, la Russia sta assurgendo, proprio come negli anni ’60, a stella polare per tutti gli Stati arabi in lotta contro “l’Occidente”: il nemico comune non è più il colonialismo europeo, bensì il terrorismo ed il fondamentalismo islamico fomentati dagli angloamericani. Riconquistata Aleppo, il conflitto siriano ha raggiunto il punto di svolta: cosa comporterà l’insediamento di Donald Trump?

Mediterraneo, 2016? Come negli anni ’60

Una delle principali lezioni che insegna la storia è la naturale tendenza degli attacchi sferrati contro la Russia a trasformarsi in una sua paradossale avanzata: fu la sciagurata campagna di Napoleone Bonaparte in Russia a fare di questa una grande potenza europea e fu l’ancora più sciagurata invasione di Adolf Hitler a fare della Russia una superpotenza mondiale. Anche gli avvenimenti mediorientali di questi ultimi anni sembrano rientrare in questa casistica: i piani angloamericani per espellere definitivamente Mosca dal Mediterraneo e dal Levante hanno consentito non solo al Cremlino di riconquistare il rango di superpotenza, ma di accaparrarsi un “bottino geopolitico” impensabile sino al 2011.

Uno dei principali obbiettivi degli strateghi angloamericani dopo l’insediamento di Barack Obama era di impedire che qualsiasi potenza, in primis la Russia, colmasse il vuoto geopoliticolasciato dietro di sé dall’impero statunitense in ritirata: destabilizzati i governi laici con la “Primavera Araba”, fomentato il terrorismo e l’islam politico, aizzati gli odi religiosi ed etnici, Washington e Londra auspicavano di lasciarsi alle spalle una regione balcanizzata ed in fiamme, dove nessuno avrebbe potuto inserirsi senza prima essersi accollato i pesanti “oneri di ristrutturazione”. La ferma risposta di Mosca a questo piano, culminata coll’intervento militare in Siria del 2015, ha riprodotto uno scenario già visto negli anni ’60: la Russia è divenuta la stella polare per tutti gli Stati arabi in lotta contro “l’Occidente”.

Se al culmine della Guerra Fredda, il Cremlino forniva armi e consiglieri per combattere gli eserciti coloniali europei o rovesciare i loro fantocci, a partire dal 2011 fornisce gli stessi mezzi per soffocare l’insurrezione islamista, il terrorismo e le rivoluzioni colorate che fanno capo alla NATO. L’intervento russo sposta l’ago della bilancia a favore degli Stati arabi e, di conseguenza, Mosca espande la propria sfera d’influenza: oggi l’ampliamento della base in Siria, domani una base in Egitto, dopodomani forse una base in Libia. Da Algeri a Bengasi, da Damasco al Cairo, tutti i governi laico-nazionalisti guardano alla Russia proprio come all’apice del processo di decolonizzazione.

L’Algeria è da sempre in buoni rapporti con Mosca, grazie al sostegno dato dall’URSS al FLN durante la guerra d’indipendenza dalla Francia. Nazionalista, laica, filo-russa, l’ex-colonia francese rientra nella lista angloamericana dei Paesi arabi da destabilizzare. Le sommosse della “Primavera Araba” di inizio 2011 non risparmiano infatti neanche Algeri ma, grazie all’efficiente apparato di sicurezza, il governo impedisce che degenerino come altrove in un’insurrezione islamista (già sperimentata dal Paese negli anni ’90). Si ritenta a distanza di due anni con l’assalto terroristico al campo metanifero di Menas (circa 70 vittime), ma ancora senza successo.

Durante gli anni della guerra siriana (2011-2016), il governo algerino è tra i pochi Paesi arabi ad esprimere solidarietà a Damasco: evita però qualsiasi sbilanciamento, perché la situazione interna è fragile (come ricorda maliziosamente il NY Times nell’articolo “The Algerian Exception”1). L’intervento militare russo in Siria ed i rapidi successi conseguiti sull’ISIS e sulle milizie islamiste, convincono però l’Algeria a rompere gli indugi: nel corso del 2016 i rapporti economici e militari tra Mosca ed Algeri si rafforzano e culminano con il memorandum per la costruzione della prima centrale atomica sul suolo algerino con tecnologia russa2.

Tra la Libia di Muammur Gheddafi e la Russia esisteva un rapporto privilegiato sin dai tempi del colpo di Stato del 1969 che rovesciò il filo-britannico re Idris. Non c’è alcun dubbio che il Colonnello, se risparmiato dall’intervento NATO del 2011, avrebbe ulteriormente rafforzato i legami con Mosca: si parlava già nel 2008-2009 di ferrovie ad alta velocità progettate dai russi, dell’ingresso di Gazprom nell’industria estrattiva, di contratti miliardari nella difesa, di un possibile programma nucleare supervisionato da Mosca e, addirittura, di una base navale d’appoggio3. Oggi, quasi certamente, Gheddafi avrebbe seguito le orme del Cairo e di Damasco, traghettando la Libia verso l‘Organizzazione di Shanghai per la Coperazione.

Rovesciato il Colonello, la Libia è invece sottoposta dagli angloamericani ad una scientifica opera di destabilizzazione, così da trasformarla in un trampolino per l’immigrazione clandestinaverso l’Europa ed in un avamposto del terrorismo nel Magreb. Prima Londra e Washington sostengono il golpe islamista dell’estate 2014; poi supervisionano il trasferimento dei miliziani dell’ISIS dalle coste turche ai porti libici; infine innestano sul potentato islamista in Tripolitania il governo di unità di Faiez Al-Serraj che, come prevedemmo senza difficoltà, era destinato a fallire miseramente e mirava soltanto a sanzionare lo smembramento del Paese. Le speranze di una Libia riunificata e laica hanno il volto di Khalifa Haftar, il capo delle forze armate del governo di Tobruk che gode a lungo anche del sostegno francese, finché le pressioni di Washington ed il “provvidenziale” abbattimento di un elicottero transalpino, non convincono Parigi ad abbondare Haftar e ad uniformarsi alla linea angloamericana.

Di nuovo, alle forze nazionaliste non rimane alternativa se non rivolgersi a Mosca. Il generale Haftar, che sul campo affronta sia l’ISIS che le milizie islamiste dall’ex gran muftì libico Sadeq al Ghariani4 , formatosi tra l’Inghilterra e l’università Al-Azhar del Cairo, vola così ad inizio dicembre a Mosca per un faccia a faccia col ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ed il ministro della Difesa, Sergei Shoigu: gli argomenti sul tavolo sono la fornitura di armi, un possibile intervento militare sulla falsariga di quello in Siria e, dulcis in fundo, l’apertura di una base navale russa a Bengasi5, il vecchio progetto già caro a Muammur Gheddafi6.

Chi segue da vicino il dossier libico ed ha patrocinato l’asse tra Tobruk e Mosca, è l’Egitto di Abd Al-Sisi.

Dai tempi di Anwar Sadat, il presidente che nel 1972 diede il benservito ai militari ed i consiglieri sovietici, l’Egitto era saldamente nell’orbita atlantica. La comprovata fedeltà del Cairo ed i buoni rapporti con Israele non gli risparmiano però la triste sorte dei vicini: con la “Primavera Araba” si defenestra l’anziano Hosni Mubarack e si spiana la strada all’avvento della Fratellanza Mussulmana. Sotto la presidenza dell’islamista Mohamed Morsi, l’Egitto precipita nel caos auspicato: oscurantismo religioso, persecuzione dei copti, violenze, crollo del turismo. Il Paese viaggia veloce verso il baratro.

L’esercito, spina dorsale dell’Egitto, insorge e, con il colpo di Stato del luglio 2013, il generale Abd Al-Sisi rovescia la Fratellanza Mussulmana e si proclama presidente. Si attira così l’odio implacabile di quelle capitali che avevano scommesso tutto sull’islam politico: Ankara, Doha e, soprattutto, Londra e Washington. Gli angloamericani imbastiscono infatti una violenta campagna mediatica contro la “sanguinosa dittatura” di Al-Sisi e trasformano la penisola del Sinai in un avamposto dell’ISIS: persino l’Italia, attraverso l’omicidio di Giulio Regeni – una classica operazione sporca dei servizi atlantici – , è costretta a troncare i rapporti diplomatici col Cairo.

L’Egitto di Al-Sisi conta quindi su pochi alleati, tra cui si annovera all’inizio l‘Arabia Saudita, riconoscente per la repressione contro l’odiata Fratellanza Mussulmana. I due Paesi sono però radicalmente diversi: l’Egitto di Al-Sisi è laico, nazionalista e nostalgico degli antichi fasti dell’epoca nasseriana; l’Arabia Saudita è un regno retrograda che basa la sua legittimità sul fanatismo wahhabita e non ha ancora scordato lo spietato braccio di ferro con Gamal Nasser per disputarsi l’egemonia del mondo arabo.

Abd Al-Sisi comincia a flirtare col Cremlino: ne seguono contratti per la difesa miliardari e l’accordo per la costruzione della prima centrale nucleare sul territorio egiziano. Poi il progressivo scivolamento dell’Egitto nell’orbita russa si fa inarrestabile e culmina con il clamoroso voto egiziano all’ONU in favore di una risoluzione russa sul conflitto siriano: si vocifera, addirittura, che il Cairo sarebbe disponibile a restituire a Mosca la vecchia base navale di Sidi Barani8. L’Arabia saudita, oltraggiata dal “tradimento”, sospende così la fornitura mensile di 700.000 tonnellate di carburante9, senza però considerare gli effetti di una simile mossa: il Cairo sonda gli iraniani per la fornitura di greggio e, dopo che Al-Sisi ha espresso il suo appoggio a Damasco nella “guerra al terrorismo”, una ventina di piloti egiziani sono inviati in Siria, sancendo così la definitiva rottura con Riad10.

C’è, infine, il capitolo della Siria. Entrata nell’orbita sovietica alla fine degli anni ’50, la Siria era rimasta l’ultimo solido alleato arabo di Mosca dopo il collasso dell’URSS: nel porto di Tortosa era ed è situato il centro logistico cui fa riferimento l’intera flotta russa nel Mar Mediterraneo.

Prima la NATO fomenta la Primavera Araba e l’insurrezione di piazza (2011-2012), poi medita di bombardare l’esercito siriano col pretesto delle armi chimiche (2013), infine inocula il germe dell’ISIS (2014-2016): quando le forze armate siriane sono ormai logore, Mosca non vede alternativa la spedizione militare dell’autunno 2015. I raid aerei russi, concentrandosi sul contrabbando di greggio diretto verso la Turchia, minano alle fondamenta l’economia su cui si basa il “Califfato”, costretto a dipendere solo più dai finanziamenti delle autocrazie sunnite11.

La città di Homs è riconquista nel dicembre 2015, Palmira nel marzo 2016, ed il cerchio si chiude sempre più attorno ad Aleppo, seconda città della Siria e centro industriale nevralgico: la separazione della Turchia dallo schieramento anti-Assad, il sostegno di truppe libanesi ed iraniane, la paziente tattica di isolamento dei terroristi, l’impiego di “consiglieri” e corpi d’élite russi, consentono di riconquistare la città palmo a palmo, sino alla sua completa liberazione del 12 dicembre. Dopo quasi sei anni di combattimenti, il conflitto siriano si avvicina così al punto di svolta: la “rioccupazione” di Palmira da parte dell’ISIS, resa possibile grazie allo spostamento dei terroristi dall’Iraq alla Siria, va intesa come una disperata manovra diversiva, l’ultima mossa angloamericana per rallentare la capitolazione degli islamisti ad Aleppo.

I dividendi incassati da Mosca sono alti: la trasformazione dello scalo di Tortosa in una base navale a tutti gli effetti, l’insediamento di una base aerea permanente a Hmeimim, vicino Laodicea. Ma sopratutto, come già sottolineato, il bottino più prezioso è l’attrazione nell’orbita russa di tutti gli Stati arabi nazionalisti, dalla Siria all’Algeria: come negli anni ’60, il Mediterraneo Orientale torna nella sfera d’influenza di Mosca, con la sola eccezione di Israele, costretto ad incassare di buon grado le vittorie di Bashar Assad e la “nasserizzazione” dell’Egitto.

Il quadro sinora descritto è maturato durante gli otto anni della presidenza democratica di Barack Hussein Obama: cosa comporterà l’imminente insediamento di Donald Trump?

Verso un radicale ridimensionamento mediterraneo degli USA

Più volte abbiamo sottolineato il rischio che la guerra per procura combattuta tra gli Stati Uniti e la Russia in Siria degenerasse in un conflitto regionale o mondiale. Abbiamo anche evidenziato come la Siria sarebbe stata solo il casus belli e l’eventuale conflitto sarebbe stato in realtà la classica “guerra per l’egemonia” con cui l’impero declinante (quello angloamericano) avrebbe ingaggiato battaglia con le potenze emergenti, finché dotato di mezzi sufficienti per sopraffarle. La vittoria di Hillary Clinton alle presidenziali del 9 novembre e la conseguente istituzione di una “zona d’interdizione di volo” sopra la Siria, avrebbero senza dubbio implicato una guerra calda tra Washington e Mosca.

Di fronte a questa possibilità, la reazione del Cremlino è stata duplice: da un lato ha mostrato i muscoli (schieramento di missili balistici, esercitazioni militari, sfoggio di nuove testate nucleari) perché non ci fosse alcun dubbio sulla sua determinazione, dall’altro ha accelerato nel corso dell’autunno le operazioni militari in Siria così da concluderne il nocciolo prima dell’eventuale insediamento di Hillary Clinton. Aleppo è infatti stata liberata il 12 dicembre, con un mese d’anticipo rispetto all’ingresso alla Casa Bianca del nuovo presidente.

La vittoria del “populista” Donald Trump, il candidato accusato di essere una quinta colonna di Vladimir Putin negli Stati Uniti, ha radicalmente mutato la situazione. Posto di fronte al problema del declino americano, Trump sembra optare per un neo-isolazionismo ed un ripiegamento più o meno ordinato degli USA, implicito nel suo slogan “America first”. La logica conseguenza di questa strategia è quindi il riconoscimento di sfere d’influenza sempre maggiori alle potenze emergenti.

Il Medio Oriente ed il Mediterraneo sono due teatri da cui gli Stati Uniti hanno iniziato il ritiro sono la presidenza Barack Obama, con la sopracitata strategia della “terra bruciata”: escluso che gli USA tornino ad investirci risorse politiche e militari, il vero cambiamento che il nuovo presidente può apportare è la sospensione della destabilizzazione contro i regimi laici-nazionalisti.

Donald Trump ha già espresso le sue simpatie per il presidente egiziano Al-Sisi ed ha più volte sottolineato di voler dare precedenza della lotta all’ISIS (creato dalla Clinton”) rispetto al cambio di regime a Damasco: sia la Siria che l’Egitto dovrebbero quindi andare incontro ad un periodo di relativa stabilità, dopo anni di burrasca. È anche logico supporre che il governo d’unità nazionale libico di Faiez Al-Serraj, già agonizzante, sia definitivamente liquidato, consentendo al generale Khalifa Haftar di riunificare la Libia sotto l’egida delle forze armate di Tobruk.

Così facendo, Trump accetterebbe le situazione internazionale creatasi negli ultimi anni, riconoscendo a Mosca la preminenza conquista de facto in Iraq, Siria, Egitto e Libia. Parallelamente, vecchi alleati regionali come il Qatar e l’Arabia Saudita, con cui finora gli angloamericani hanno condiviso la strategia di destabilizzazione basata suelle forze rivoluzionarie-islamiste, potrebbero andare incontro ad un periodo di pericoloso isolamento diplomatico, foriero di crisi politiche. Molto dipenderà però anche dalla capacità di Donald Trump e della sua squadra di imporsi sul Dipartimento di Stato e sulla CIA, due entità che tendono ad avere una vita autonoma rispetto alla Casa Bianca e che hanno sinora investito molte risorse nella strategia di sovvertimento del Medio Oriente.

Al momento c’è quindi una sola certezza: nel prossimo futuro il Mediterraneo parlerà più russo e meno inglese. Per l’Italia, che sarà chiamata a riscrivere completamente la propria agenda agenda geopolitica dopo il sempre più probabile collasso della UE, è una realtà da tenere ben presente.

 

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