DI ALEXANDER HARTMANN

Neue Solidarität

Il chiaro rifiuto del popolo Italiano alla riforma costituzionale, col referendum del 4 Dicembre 2016, la quale avrebbe consegnato di fatto la sovranità dell’Italia nelle mani dell’Unione Europea, è stata, come già dichiarato da Helga Zepp-LaRouche nell’articolo del 7 Dicembre 2016 nel suo forum, un “clamoroso schiaffo in faccia all’oligarchia finanziaria internazionale” ed il terzo dopo il Brexit britannico e la vittoria elettorale di Donald Trump negli Stati Uniti. Ma questa oligarchia sembra incapace di imparare dalle proprie sconfitte perché raddoppia gli sforzi per imporre il proprio volere, sia in Italia, come nel resto degli stati Europei.

Un ruolo essenziale lo gioca Mario Draghi, presidente della BCE, che, contrariamente a quanto precedentemente annunciato “nessun restringimento del quantitative easing” (QE), cioè nessuna riduzione della quantità di moneta stampata, nella conferenza stampa dell’8 Dicembre dichiarava che il restringimento del quantitative easing non era in programma per dimostrare che la BCE resta sul mercato.

Il Consiglio direttivo della BCE ha deciso però di ridurre da 80 a 60 miliardi di euro al mese gli acquisti di obbligazioni societarie e di governo da parte delle banche, a partire dall’aprile 2017, e allo stesso tempo il Consiglio ha prorogato il QE a nove mesi invece che sei fino alle fine del 2017. Inoltre Draghi ha sottolineato la possibilità di prolungare tale periodo e che la quota di 80 miliardi potrebbe essere ripristinata o addirittura superata in futuro.

Come giustificazione della manovra, viene affermato che gli esperti della BCE prevedono una crescita economica nell’eurozona molto bassa, fino ad almeno la fine del 2019, con un massimo dell’1,7% all’anno, perché a loro parere i governi non attuano le riforme strutturali in maniera celere, così che il sistema bancario in alcuni paesi resta, secondo il parere degli esperti, vulnerabile.

In realtà, la continuazione del quantitative easing, non è nient’altro che l’ammissione che le banche devono continuare ad essere supportate, fino a quando non si deciderà una separazione del sistema bancario (cut-off), per separare “il grano dalla pula”, ovvero far cessare l’insorgere delle banche zombie. Questa sarebbe secondo loro la soluzione al problema.

Uno dei motivi per cui ancora si aderisce a queste misure di supporto (per le banche) è che queste servono come leva per imporre misure di austerità brutali contro le popolazioni dei governi colpiti, così com’è già stato fatto, e continua ad essere fatto, con la Grecia.

Come abbiamo segnalato (vedi Neue Solidaritaet 48/2016), l’ufficio statistico greco ha riferito recentemente che, dopo le misure di austerità imposte dalla EU, il 40% dei greci vive sotto la soglia di povertà e che la povertà nella popolazione più giovane (bambini e ragazzi) è passata dal 28,7% al 37% dopo le imposizioni delle misure di austerità del periodo 2010-2015.

L’Eurogruppo, il gruppo dei ministri delle finanze dei 19 Paesi, ha nuovamente imposto il suo volere alla Grecia il 7 Dicembre 2016. Come contropartita per futili ed immediate misure di alleviamento del debito (debito che non sarà estinto prima del 2060) concesse dalla BCE nei confronti della Grecia, questa deve conseguire un avanzo primario di bilancio pari al 3,5% del PIL per la durata di dieci anni dopo la fine del programma ufficiale di bail-out, previsto per il 2018. Quest’avanzo primario di bilancio, che i greci dal nulla dovrebbero riuscire a produrre, dovrebbe essere utilizzato per pagare i debiti pubblici, che sono il risultato di precedenti piani di salvataggio concessi dalla BCE.

 

Politica Troika per l’Italia?

Ma la politica della Troika non è rivolta solo contro la Grecia, ma anche contro l’Italia. Uno dei più importanti economisti del governo Merkel, Volker Wieland, sollevò la pretesa di imporre la politica della Troika in Italia, con grande ripugnanza da parte degli italiani che, a ragione, considerarono Wieland portavoce del Governo tedesco.

Wieland, uno dei cosiddetti “esperti economici”, disse in un’intervista al Handelsblatt, “l’Italia dovrebbe rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale ed al Meccanismo di stabilità Europea (MES) per adottare il ‘programma di aiuti’”, aggiungendo che, “primo, dovrebbe essere necessaria una protezione del debito nel caso in cui in Italia dovesse verificarsi una crisi del debito, cosicché avrebbero il FMI e il MES, il tal caso, il necessario influsso sul Governo italiano per superare lo stallo delle riforme. Nel caso in cui l’Italia non fosse in grado di applicare le riforme richieste, allora non sarebbe nella situazione di poter rimanere nell’Euro.”. Ma ciò significa permettere alla Troika, così come è accaduto col Governo greco, di far leva a piacimento anche sul Governo italiano.

Allo stesso tempo l’agenzia di rating Moody, pur lasciando invariato il rating italiano a Baa2, ha peggiorato la valutazione delle prospettive per l’Italia, da “stabile” a “negativo”. Negli ultimi anni le agenzie di rating hanno ripetutamente svalutato i titoli di stato italiani, una tattica tipica per far pressione sul Paese, in modo da spingere lo Stato a rivolgersi ai ‘programmi di aiuti’ in cambio di governi tecnici e programmi di austerità.

Infatti Draghi (leggi BCE) già presta grosse quantità di denaro al Governo italiano ed alle sue banche private, ma nonostante ciò, la situazione critica del Monte dei Paschi di Siena non cambia. Il tentativo del Governo Renzi di ricapitalizzare privatamente la banca è fallito e se si prendono per buone le fonti del Financial Times e Reuters, nessun Governo italiano sarà in grado di ricapitalizzare o nazionalizzare il Monte dei Paschi di Siena. In ogni caso, non entro la fine di Gennaio 2017.

Il Governo Renzi, o ciò che ne resta di esso, vuole comprare alla pari una grande parte delle obbligazioni del Monte dei Paschi di Siena, detenute dagli investitori al dettaglio, per prevenire una rivolta della popolazione e la caduta delle obbligazioni che seguirebbero sulle altre principali banche italiane. Alla fine i prestiti acquistati dallo Stato verrebbero cambiati in azioni cosicché lo Stato diventi il maggior azionista della banca. Ma questo tipo di nazionalizzazione è contro la regola del Bail-in imposta dalla Commissione Europea e dalla BCE che prevedono, per una nazionalizzazione, il pagamento dei debiti da parte di azionisti, dei detentori di obbligazioni subordinate e i depositanti. E li a sorvegliare ci sono Merkel e Schäuble.

Siccome il Governo Renzi blocca da mesi in Parlamento tutti i tentativi di una stretta divisione del sistema bancario, si prospetta ora all’orizzonte la pressione di Draghi, poiché ormai solo il quantitative easing della BCE sarebbe il modo per impedire a breve la caduta dei crediti, la chiusura delle banche e le grandi perdite economiche della popolazione. La BCE proverà quindi a far leva su questi fattori, così come già a fatto con la Grecia.

 

Il vecchio paradigma viene destituito.

Helga Zepp-LaRoche, il presidente dell’Istituto Schiller e del movimento di solidarietà BüSo, che già dal 2012 presentò un piano per un ‘miracolo economico per il Mediterraneo, Nord Africa e Medio Oriente’, ha dichiarato che il mantenimento delle politiche Europee sarebbe “il proseguimento di un processo che appartiene ad un paradigma vecchio e morente”. In realtà questo paradigma era già morto, come dimostrato dal risultato del referendum italiano, dal Brexit e dalla vittoria di Trump. Questo grande cambiamento travolgerà anche la Germania, “non ci sarà scampo”. Come conseguenza degli sviluppi in Italia ed in Grecia dovrebbe portare la Germania fuori dall’Euro.

L’alternativa è chiara: reintrodurre la divisione del sistema bancario per riabilitare il sistema finanziario, aderire alla “strategia win-win” cinese della nuova via della seta ed insieme a Russia e Cina (e possibilmente anche agli Stati Uniti di Trump) ricostruire l’economia mondiale.

Le vecchie èlite occidentali sono troppo grette per riconoscere questo storico cambiamento, o non vogliono ammetterlo, e si aggrappano al loro vecchio sistema che cola a picco. Che non avranno successo è chiaro a tutti, perché nel frattempo vento è ormai cambiato in tutto il mondo. Christian Eddy Avellin, il direttore del più grande porto del Madagascar, al forum economico degli Stati africani di Amburgo sul tema infrastrutture tedesche-africane sottolineò: “Il mondo sta cambiando. Noi non accettiamo più la dittatura dell’FMI e della Banca Mondiale. I cinesi sono lì, e ci aiutano.”

 

E questo dovrebbero capirlo gli europei, anche se Merkel, Schäubles e Draghi non vogliono vederlo… perché chi tardi arriva, male alloggia.

 

Articolo originale http://www.solidaritaet.com/neuesol/2016/50/leitartikel.htm

11.12.2016

Traduzione dal tedesco di Michele D’Ascanio per Comedonchisciotte

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