Clan, ‘ndrangheta e borghesia: Fiume parla e Reggio trema

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Maxi-udienza del processo Breakfast. Il pentito ricostruisce i legami della cosca De Stefano con il salotto buono della città. Tra massoneria, misteriosi incontri romani e «terroristi» neri spunta la politica: «Scopelliti prese i voti di Zerbi. E Matacena…»

REGGIO CALABRIA Massoneria, ‘ndrangheta, rapporti oscuri fra i clan di Archi, la politica e i “notabili” reggini. Chiamato a rispondere alle domande dei legali, il pentito Nino Fiume travolge giudici e avvocati con informazioni, ricordi, aneddoti e dati. E – nomen omen – è un fiume in piena. Incontenibile, anche per il presidente del Tribunale, Natina Pratticò, che interviene più volte per tentare di mettere ordine nella marea di informazioni che il pentito vuole mettere a disposizione delle parti impegnate nel processo Breakfast, che alla sbarra vede l’ex ministro dell’Interno, Claudio Scajola, l’ex deputato di Forza Italia, oggi latitante a Dubai, Amedeo Matacena, la moglie, Chiara Rizzo e la storica segretaria dei due, Mariagrazia Fiordeliso. Più efficacia ha il pm Giuseppe Lombardo, che quando le risposte del collaboratore si ingarbugliano troppo, riesce a fargli precisare il suo pensiero.

COLLABORATORE SOLIDO Pentito di lungo corso, la cui attendibilità è stata confermata da diverse sentenze, anche passate in giudicato, Fiume non si fa intimidire dalle domande dei legali, ribatte, chiarisce, quando le sue risposte vengono mal interpretate protesta e precisa. Ma soprattutto torna a parlare di argomenti che rischiano di far tremare i polsi anche a chi nel processo non è imputato.

UNA VITA ALL’OMBRA DEI DE STEFANO Storico fidanzato di Giorgia De Stefano, sorella dei boss Carmine e Peppe, ancor prima delegato da Don Paolino in persona a controllare soprattutto il maggiore perché «fumava sigarette strane, in un periodo in cui tanti ragazzi a Reggio si sono persi per la droga», Fiume sa. E può raccontare. Ha vissuto la famiglia De Stefano dall’interno e ne conosce segreti e legami. Inclusi quelli che legano lo storico casato di Archi alla massoneria e ai servizi segreti.

LA POLITICA DI DON PAOLINO Un rapporto inaugurato già ai tempi di don Paolino, aveva spiegato il collaboratore nel corso del suo esame, quando i De Stefano – forse proprio per conto dei servizi – avevano creato una sorta di barriera di protezione nei confronti dei grandi imprenditori reggini, incluso Matacena senior. «C’erano delle persone che volevano sequestrare il figlio di Mauro e Paolo De Stefano aveva detto: “No”, stessa cosa era successa un periodo con la famiglia Ascioti; stessa cosa stava accadendo con il figlio di Delfino che mi pare che avevano sequestrato; stessa cosa per esempio, che so, col figlio di Matacena che avevano cercato di sequestrare».

PORTE APERTE Un patto non scritto, che al boss serviva per alimentare quella “banca dei favori” che ha reso così potente il casato di Archi e gli ha permesso di entrare in contatto con l’alta borghesia reggina. Rapporti, conferma Fiume, di cui lui stesso ha avuto cognizione. Anche con Matacena senior. «Io non ho mai assistito a incontri programmati – spiega – ma se si incrociavano, si salutavano».

CROCEVIA PARCO FIAMMA E forse è un caso, forse no – e dalle parole del pentito la seconda ipotesi appare la più probabile – il boss Paolo De Stefano aveva scelto proprio due appartamenti di parco Fiamma, complesso residenziale di proprietà della figlia di Matacena, come sede dei suoi incontri clandestini. Tutti elementi – emerge dalle dichiarazioni del collaboratore – che contribuiscono a spiegare come gli “arcoti” siano entrati dalla porta grande nei salotti della borghesia reggina, ma anche come nel tempo si sia ribaltato il rapporto fra clan e logge.

ARCOTI E LOGGE, UNA STORIA D’AMORE «Una volta – ripete anche oggi Fiume – era la ‘ndrangheta a cercare la massoneria, adesso è la massoneria a cercare la ‘ndrangheta». Tra i confratelli reggini poi, a detta del collaboratore, i De Stefano sono sempre stati di casa. E non solo loro.

TRADIZIONE DI FAMIGLIA «L’avvocato Giorgio De Stefano, era amico di Santapaola ed erano iscritti nella stessa loggia», conferma anche oggi Fiume, che spiega «erano persone che si aiutavano tra loro, a condizione di non toccare persone delle istituzioni. Anche se c’è stata la cosa del giudice Scopelliti». Ma anche i nipoti di Giorgio, i figli don Paolino – aveva raccontato il collaboratore nel corso dell’esame – hanno sempre frequentato le logge. O meglio, “i nobili” per usare le parole di Mico Libri. «C’era anche una sorta di massoneria parallela».

GLI INCONTRI PERICOLOSI DEI FRATELLI DE STEFANO Fiume lo sa – spiega – perché li ha personalmente accompagnati ad incontri e appuntamenti, e sebbene non potesse assistere a quelle riunioni, qualcosa l’ha intuita o gliel’hanno riferita. Ricorda perfettamente, ad esempio, quando ha accompagnato Carmine De Stefano a Roma, in un importante studio dei Parioli. «Ci aprì un signore che aveva i guanti; c’era una specie di confessionale entrando sulla destra. Si sedette con questa persona, parlò e andammo via; dice: “Guarda, qua noi non siamo mai venuti” dice Carmine, “dimentica che siamo venuti qua che siamo rovinati”».

OMBRE NERE In un’altra occasione invece, avrebbe accompagnato Dimitri a un incontro a Gioia Tauro. «Allora – aveva spiegato nel corso dell’esame – io ho sempre fatto due passi indietro in queste cose, perché in questa loggia sembrerebbe che ci fossero dei terroristi. Non so se definirli così. Avvenne questo perché mi trovai a Gioia Tauro in una frittolata dove c’era il figlio di Fefè Zerbi che la aveva organizzata con un ragazzo di Reggio che si chiamava Stefano Nava, io non ci volevo andare».

L’ARRIVO DI DELLE CHIAIE Interrogato dal pm Giuseppe Lombardo, il pentito nel corso dell’esame ha spiegato «ci andai con Dimitri De Stefano, c’erano tanti giovani, avvocati, figli di magistrati, c’era il figlio del dottor Ippolito, tante persone. Avvenne quel giorno una cosa per me più che strana, perché arrivarono due individui su una jeep nera, uno con uno scanner nella mano, un altro con una pistola uguale a quella delle forze dell’ordine, una persona un po’ bassina che somigliava moltissimo al povero Pepe Schimizzi, il quale rivolgendosi a Fefè Zerbi disse: “Abbiamo Cosenza, abbiamo Catanzaro, ci dobbiamo prendere Reggio”, qualcosa del genere».

«SCOPELLITI I VOTI DI ZERBI LI HA PRESI» Era il ’97, c’erano le elezioni e i De Stefano – emerge dalle dichiarazioni del collaboratore – appoggiavano un giovanissimo Peppe Scopelliti. Al quale Fiume – aveva raccontato nel corso della scorsa udienza – avrebbe riferito con preoccupazione della presenza di Delle Chiaie. «Lui – aveva riferito Fiume – si era arrabbiato e mi dirà: “No, no, io adesso mollo tutto, non voglio avere a che fare con certe cose, non mi prendo nemmeno i suoi voti”, invece poi i voti, nel senso di preferenze, si prese i duecento voti che aveva Zerbi».

I RAPPORTI CORDIALI CON MATACENA JR Ma Scopelliti non era l’unico politico con cui i De Stefano fossero in contatto. C’era anche Amedeo Matacena junior. «Lo conoscevo da ragazzino, frequentavamo tutti la via Marina» aveva spiegato Fiume nel corso del suo esame. E non era il solo. Anche «Giuseppe lo conosceva e andò a casa sua, a Parco Fiamma quando fu eletto onorevole, accompagnato da Pino Scaramuzzino e gli regalò un orologio per dire “Il regalo è diventato onorevole”». E a riprova dei rapporti cordiali fra Matacena e la ‘ndrangheta, Fiume ricorda una cena organizzata al Papirus nel 1994 con i più noti esponenti della ‘ndrangheta reggina del tempo.

PIZZA PER TUTTI «Era una pizza, non ricordo se la aveva organizzata Amedeo Matacena oppure questo ragazzo Aquila; erano seduti Amedeo a destra e lui a sinistra. E poi c’era Enzo Di Bona, il gruppo Ianiti (fonetico) tutto a sinistra. A destra c’era Ciccio Rodà, “denti macchiati”; tutti quelli del gruppo di Paolo Iannò di Gallico; un ragazzo con il quale io avevo litigato e poi ci eravamo stretti la mano che lavorava in un’industria con Maria Gallico, che si era messa a ridere perché diceva: “Amedeo lo invitiamo sempre a mangiare le frittole che gli piacciono, siamo amici».

«IO METTO LA MIA» Fiume – ha raccontato nel corso della precedente udienza – era arrivato più tardi, insieme a Peppe De Stefano perché lui «non si è mai esposto più di tanto nella politica. Ha lasciato fare la politica agli altri e è arrivato, come dire, a tavola apparecchiata, “O a destra o a sinistra io metto la mia”. In quel caso, prima era andato Carmine De Stefano e poi era andato via, poi alla fine di cena siamo arrivati io e Giuseppe De Stefano». Tutte circostanze che oggi, nonostante le insistenze dei legali, il collaboratore ha confermato. E contribuiscono a ingrossare quel filo che lega Amedeo Matacena alla ‘ndrangheta quale insostituibile riservato che è il cuore dell’inchiesta Breakfast.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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