In “Capitalismo rosso, gli investimenti cinesi in Italia” l’economista Andrea Goldstein fa un bilancio in chiaroscuro dello shopping cinese nella Penisola: mentre Francia e Gran Bretagna fissano paletti per difendere le aziende strategiche, Roma lascia fare senza preoccuparsi né delle ripercussioni sulla sicurezza né che ne derivino benefici per l’economia nazionale

 

Da zero virgola nel Duemila a 20 miliardi nel 2015. Con un balzo del 36% nello scorso anno in occasione dell’acquisizione Pirelli. Gli investimenti della Cina in Europa corrono veloci. Soprattutto in Italia dove lo Stato ha aperto le porte a Pechino in aziende di carattere strategico. Non sempre però l’arrivo degli investitori cinesi ha portato benefici per le aziende e l’economia italiana. Il bilancio in chiaroscuro viene tracciato da nel saggio “Capitalismo rosso, gli investimenti cinesi in Italia” (Università Bocconi editore) di Andrea Goldstein, economista managing director di Nomisma con un’esperienza ventennale sui temi della governance globale maturata all’Ocse.

In 182 pagine, lo studioso analizza benefici e rischi di fondo di una lunga carrellata di investimenti cinesi fatti in aziende quotate e non. Così l’arrivo di Pechino nel capitale di gruppi come Banca Intesa, Eni, Telecom, Terna, Snam e Pirelli diventa motivo di riflessione profonda. Soprattutto per il confronto con i nostri partner europei nelle modalità di intercettare e gestire i flussi di denaro cinesi. Qualche esempio? Mentre l’Italia festeggia sic et simpliciter l’arrivo di capitali freschi da Oriente, la Francia di Francois Hollande si preoccupa di creare “cordoni” di soci amici attorno alle aziende ritenute strategiche come il gruppo di alberghi Accor. E la Gran Bretagna di Theresa May congela la decisione finale sulla realizzazione della centrale nucleare di Hinkley Point C, “per vari motivi, tra cui la partecipazione cinese”. La questione non è di poco conto. Soprattutto se, come fa Goldstein, si apre all’idea che probabilmente ci siano “mire geopolitiche dietro gli investimenti cinesi in Italia”. “In questo frangente storico c’è soprattutto il desiderio di incrinare in qualche modo l’alleanza fra Europa e Starti Uniti. Essere presenti nell’economia italiana permette a Pechino di influenzare indirettamente i processi europei su qualche decisione puntuale in cui la voce e il voto di Roma sono importanti a Bruxelles”, si legge nel saggio.

Sono parole che pesano in una fase storica in cui il governo di Matteo Renzi ha deciso di far cassa vendendo ai cinesi quote di imprese strategiche come Snam e Terna di cui Cdp reti (Cassa Depositi e Prestiti) ha ceduto un pacchetto consistente all’azienda di Pechino State Grid. “E’ preoccupante che, a dispetto dell’indubbio valore strategico per il paese di Snam e Terna, neppure l’operazione Cdp reti abbia suscitato un dibattito sulle ricadute strategiche di una scelta tanto ardita – si legge nel saggio – Fu assordante il silenzio di Copasir (…) che pure pochi mesi prima aveva espresso inquietudine sulle ripercussioni sulla sicurezza nazionale dell’ingresso degli spagnoli in Telecom Italia”. Il bilancio dell’operazione? Purtroppo inferiore alle attese del governo: “Per Snam e Terna il valore strategico dell’accordo risiedeva nell’apertura di nuove opportunità sul mercato cinese (….). Per nessuna delle due si sono aperte le porte del Celeste Impero…”. Copione analogo per la cessione ai cinesi del 40% di Ansaldo Energia. E persino per l’Eni che, stretta fra perdite e necessità di staccare cedole al Tesoro, ha inaugurato una stagione di vendite cedendo ai cinesi della Cnpc il 28,75% di Eni East Africa, cui fa capo il campo 4 offshore del Mozambico, “una delle aree più promettenti dell’intera geografia mondiale”.

Ma, ammonisce lo studioso, “quando si ha a che fare con il capitalismo cinese, bisogna però fare molta attenzione a non cadere nell’estremo opposto del protezionismo, cioè peccare di ingenuità”, come si legge nel saggio dove economia, finanza e politica si fondono inquadrando in ottica geopolitica il fenomeno cinese. Un fenomeno che potrebbe portare grandi benefici all’Italia. A patto di essere supportato da adeguate politiche e lucide strategie governative senza le quali si lascia il campo libero agli altri partner europei. Non si tratta di ipotesi di lavoro, ma di fatti già oggi evidenti in settori come il turismo. Secondo quanto riferisce Goldstein, nel 2015 China tourism agency ha registrato la presenza di 3,5 milioni di viaggiatori cinesi in Europa (+16%). Di questi ben 1,4 milioni sono venuti in Italia. Si tratta di una cifra consistente che dovrebbe far felici gli operatori italiani del settore. Tuttavia “i turisti che vengono con tour operator sono indotti a fare il grosso del loro shopping a Parigi, ultima tappa del grand tour, dove ricevono un trattamento preferenziale dagli shopping mall (e non sono costretti a percorrere l’Europa con un carico extra)”.

In pratica, rispetto ai cugini d’Oltralpe, l’Italia è penalizzata per via dell’assenza di una strategia nel turismo che da anni avrebbe dovuto sviluppare un grande aeroporto internazionale italiano e rilanciare la ex compagnia di bandiera. “Al netto della retorica compiaciuta con cui da noi si citano Marco Polo e Matteo Ricci come figure fondamentali nell’avvicinare l’Europa e la Cina, non è che da quelle parti si conosca molto dell’Italia”, precisa l’autore. Segno insomma che il percorso da fare nei rapporti economico-finanziari fra i due Paesi, in un mondo globale in grande evoluzione, è ancora lungo e complesso.

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