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Economia, Italia

Disuguaglianze, Ocse: “In Italia l’1% più benestante ha il 14,3% della ricchezza”

L’organizzazione parigina rileva che il 20% più ricco della popolazione della Penisola detiene il 61,6% degli attivi finanziari e non finanziari. I lavoratori precari sono più a rischio di disagio economico: il tasso di povertà tra le famiglie di autonomi, precari e dipendenti part time è al 26,6% contro il 5,4% per quelle di chi è occupato in modo stabile

La contrapposizione è quella che ha dominato le cronache ai tempi del movimento Occupy Wall Street: 99% contro 1%. I nuovi dati riguardano però l’Italia e arrivano dall’Ocse, che nel suo rapporto sulle disuguaglianze calcola che l’1% più benestante della popolazione della Penisola detiene il 14,3% della ricchezza nazionale netta, praticamente il triplo rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9 per cento degli attivi totali. La crisi ha inoltre accentuato le differenze, dato che la perdita di reddito disponibile tra il 2007 e il 2011 è stata del 4% per il 10% più povero della popolazione e solo dell’1% per il 10% più ricco. Quanto ai redditi, nel 2013 il 10% più ricco della popolazione guadagnava undici volte di più del 10% più povero.

La ricchezza nazionale netta, riporta ancora l’organizzazione parigina, in Italia è distribuita in modo molto disomogeneo, con una concentrazione particolarmente marcata verso l’alto. Il 20% più ricco (il cosiddetto “primo quintile”) detiene infatti il 61,6% della ricchezza e il 20% appena al di sotto (secondo quintile) il 20,9%. Il restante 60% si deve accontentare del 17,4% della ricchezza nazionale, di cui appena lo 0,4% per il 20% più povero. Anche nella fascia più alta, inoltre, la distribuzione è nettamente squilibrata a favore del vertice. Il vertice della piramide, cioè 5% più ricco della popolazione, detiene infatti il 32,1% della ricchezza nazionale netta, ovvero oltre la metà di quanto detenuto del primo quintile, e di questa quasi la metà è in mano all’1% più ricco.

Il rapporto Ocse rileva anche un ampliamento delle disuguaglianze come conseguenza dell’aumento del lavoro precario: il tasso di povertà tra le famiglie italiane di lavoratori “non-standard” – autonomi, precari, part time – è al 26,6%, contro il 5,4% per quelle di lavoratori stabili e il 38,6% per quelle di disoccupati. In generale la povertà “è aumentata notevolmente”: l’indice è salito nel periodo 2007-2011 di 3 punti, il quinto maggiore incremento nell’area Ocse. I dati dell’organizzazione parigina mostrano che se si fissa a 100 il guadagno medio dei lavoratori con posto fisso, quello degli atipici si ferma a 57, e con grosse disparità tra le varie categorie: il valore è 72 per un lavoratore autonomo, 55 per chi ha un contratto a termine full time e 33 per un contratto a termine part time. A questo si aggiunge la sempre maggiore difficoltà a passare da un’occupazione precaria a una fissa: tra le persone che nel 2008 avevano un lavoro a tempo determinato, cinque anni dopo solo il 26% era riuscito ad ottenere un posto a tempo indeterminato.

Una notizia positiva arriva invece dai numeri sull’indebitamento privato: l’Italia è il Paese Ocse con la minor percentuale di famiglie indebitate, il 25,2%, contro il 35,6% dell’Austria, il 36,6% della Grecia, il 46,8% della Francia e il 47,4% della Germania. Ancora più alti i tassi registrati in Gran Bretagna (50,3%) e Usa (75,2%). Nella Penisola è inoltre molto limitata l’incidenza del sovraindebitamento: solo il 2,3% delle famiglie ha un rapporto debito-asset superiore al 75% e solo il 2,8% ha un rapporto debito-introiti superiore a 3.

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