Yekutiel Sherman non credeva ai suoi occhi. L’imprenditore israeliano aveva passato un anno a studiare il progetto che l’avrebbe reso ricco: una custodia per smartphone che si trasforma in un’asta per i selfie. Aveva disegnato il prototipo, si era assicurato un po’ di fondi grazie alla sua famiglia e aveva lanciato una campagna di crowdfunding con un video in cui una coppia scattava il selfie perfetto di fronte alla torre Eiffel.

Ma un mese dopo che il suo prodotto era arrivato su Kickstarter, nel dicembre 2015, Sherman l’ha trovato in vendita su AliExpress, la versione internazionale del sito di ecommerce Alibaba. I venditori cinesi stavano vendendo delle custodie da smartphone identiche alla sua. Alcune costavano appena dieci dollari, molto meno del prezzo immaginato da Sherman (47,41 dollari). Alcuni venditori avevano addirittura copiato il nome del prodotto: Stikbox.

Sherman era diventato vittima della contraffazione cinese. Mentre lui cercava la fabbrica giusta per costruire il prodotto, i fabbricanti cinesi avevano già copiato la sua idea, bruciandolo sul tempo. In passato si discuteva di come proteggere un prodotto dalla contraffazione cinese, oggi invece le aziende possono solo prepararsi all’idea che il loro prodotto sarà contraffatto.

Un team di progettisti individua su internet un prodotto nuovo, lo studia nel dettaglio e lo riproduce in esemplari quasi identici

In Cina la contraffazione ha forme diverse e può colpire aziende piccole e grandi. A volte le fabbriche realizzano un prodotto molto simile a quello di un marchio famoso. A volte, come nel caso di Stikbox, una fabbrica o un team di progettisti individua su internet un prodotto nuovo, lo studia nel dettaglio e lo riproduce in esemplari quasi identici. Altre volte una fabbrica che produce un prodotto per un’azienda ne realizza degli esemplari in più che poi vende ad altri venditori.

Jack Ma, fondatore di Alibaba, è stato criticato per aver detto a giugno che gli oggetti falsi “sono migliori dell’originale, costano meno e arrivano esattamente dalle stesse fabbriche” di quelli autentici. Il suo commento, però, contiene degli elementi di verità. Molti analisti e storici hanno cercato di spiegare il fenomeno della contraffazione in Cina tirando in ballo aspetti come l’importanza della memorizzazione nell’istruzione o il governo autoritario che reprime l’innovazione. Ma secondo la ricercatrice Silvia Lindtner, che studia la cultura imprenditoriale cinese all’università del Michigan, la contraffazione è legata all’evoluzione di Shenzhen, un grande centro di produzione di prodotti elettronici.

La crescita della città tra gli anni novanta e l’inizio del 2000 ha coinciso con un boom del subappalto tra le grandi multinazionali. Invece di gestire la fabbricazione dell’intero prodotto, le grandi aziende mondiali di hardware hanno firmato dei contratti con i fabbricanti di Shenzhen per produrre e concepire singole parti. Questi subappaltatori si rivolgono poi ad altri subappaltatori per riuscire a soddisfare gli ordini. Molti di questi erano piccole strutture a conduzione familiare che operavano senza l’approvazione del governo. Lavorando insieme, si sono rese conto di poter fare più che fornire semplicemente parti di prodotto: potevano creare dei prodotti rivali, da vendere a chi non può permettersi un Nokia o un iPod originale.

Si sono quindi alleati, condividendo talvolta sui gruppi di discussione online il segreto dei dispositivi elettronici. È cominciato così il fenomeno shanzhai, una parola che significa “fortezza montuosa” e che indica i prodotti che aggirano le leggi sulla proprietà intellettuale. Telefoni e prodotti elettronici con nomi come aPod o Nokla hanno invaso il mercato alla fine del 2000.

Questione di velocità
L’era shanzhai è gradualmente declinata man mano che gli smartphone e gli altri prodotti elettronici diventavano più economici, ma ha creato una cultura della condivisione del sapere tra i fabbricanti che Lindtner paragona al movimento open source. Così come i programmatori condividono liberamente i loro codici perché altri li migliorino, i fabbricanti di Shenzhen considerano la progettazione di un prodotto come qualcosa che può essere copiata e modificata. Il successo è una questione di velocità ed esecuzione, non necessariamente di originalità.

Il fenomeno della contraffazione va ben oltre multinazionali come Gucci o Nokia e riguarda anche le startup. Grazie a internet, le fabbriche e i progettisti alla ricerca del prossimo prodotto di successo vanno su Kickstarter, Amazon o Taobao per capire quali sono gli oggetti più interessanti. Si scambiano dei messaggi con WeChat o la chat di Alibaba, che rendono l’organizzazione delle catene d’assemblaggio ancora più semplici rispetto al passato.

“Tutto il sistema cinese si è sviluppato intorno all’idea di avere accesso a una comunicazione istantanea e, sostanzialmente, a un’informazione infinita”, afferma Bunnie Huang, autore di The essential guide to electronics in Shenzhen.

Per ridurre il rischio di contraffazione, le aziende possono tutelarsi dal punto di vista legale. Una cosa fondamentale è richiedere dei brevetti di progettazione che siano validi negli Stati Uniti, in Cina e in tutti gli altri posti dove si vuole commercializzare il prodotto. Gli imprenditori dovrebbero anche firmare degli accordi con i potenziali partner cinesi che impediscano alle fabbriche partner di sfruttare la proprietà intellettuale a proprio vantaggio dopo una prima visione (non-uso), di condividerla con altri (non-divulgazione) oppure di stringere accordi per un partenariato e poi vendere autonomamente gli esemplari in eccedenza (non-aggiramento).

La diffusione della contraffazione sta rimettendo in discussione il concetto di proprietà intellettuale e il valore delle idee

In ogni caso non esistono garanzie assolute. “Centinaia di piccole fabbriche possono vedere un prodotto su internet e decidere di riprodurlo”, continua Zhu. “Come puoi farle chiudere tutte? Inoltre, quello che spendi per fargli causa è più di quello che puoi ottenere dalla causa stessa”. La diffusione della contraffazione sta rimettendo in discussione il concetto di proprietà intellettuale e il valore delle idee. In passato un’azienda poteva avere un’idea e poi impiegare anni per assicurarsi i brevetti, mettere a punto il progetto, studiare un piano di produzione e lanciare il prodotto sul mercato. I contratti tra i partner garantivano che queste idee sarebbero rimaste segrete, ma lo stesso facevano i costi di avviamento e di gestione della fabbrica.

Lo spostamento del centro manifatturiero mondiale in Cina ha fatto sparire quasi del tutto questo tipo di ostacoli. Le fabbriche sono costruite in edifici di fortuna, la manodopera è a basto costo e procurarsi i componenti è più semplice grazie a internet. Oggi le aziende devono creare prodotti più difficili da copiare, concentrandosi su una caratteristica speciale oppure creando un marchio ambito per il quale i consumatori sono disposti a pagare di più.

L’investitore Benjamin Joffe sostiene che alcune aziende potrebbero perfino trarre benefici dalla contraffazione, poiché questa potrebbe creare una maggiore consapevolezza del prodotto. “Avere più clienti che comprano il prodotto falso fa conoscere il prodotto vero a più persone. E prima o poi potrebbero permettersi l’originale”. È quel che si dice Sherman, che fatica a soddisfare gli ordini mentre i suoi sostenitori su Kickstarter valutano la possibilità di comprare invece un falso da Taobao.

“Esistono altre aste per selfie ma noi siamo gli unici a essere stati copiati. Questo mostra il valore del nostro prodotto”, spiega. “La frase che mi viene in mente è: ‘L’imitazione è la forma più sincera d’adulazione’”.

Nonostante questo, Sherman calcola di aver perso “centinaia di migliaia” di dollari di potenziali ricavi a causa della contraffazione. L’imitazione è una forma d’adulazione sincera, d’accordo, ma anche costosa.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su Quartz.

This article was originally published in Quartz. Click here to view the original. © 2016. All rights reserved. Distributed by Tribune Content Agency.

Annunci