L’Europa cerca 1 milione di specialisti entro il 2020, è meglio essere preparati. Ecco come

A volte le cose più difficili da vedere sono quelle davanti ai nostri occhi. Prendete la mancanza di professionisti digitali per esempio: da una parte mancano candidati qualificati per tanti posti digitali- data scientist, tecnici per la robotica, progettisti di interazione; dall’altra giovani senza lavoro e comparti che faticano a innovare.

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È un grande paradosso, un buco nero visibile ovunque in Europa ma in Italia forse più impattante che altrove.

Ed è, al contempo, un problema per cui qualcosa può essere fatto, restituendo opportunità a chi cerca lavoro e fiato alle corse dell’occupazione e della trasformazione digitale. Ma andiamo con ordine.

I dati UE raccontano di circa 900000 posizioni digitali vacanti in Europa tra 2016 e 2020, e Confindustria porta la stima fino a quota 1,5 milioni Mentre i dati di Unioncamere/Ministero del Lavoro documentano la presenza, in Italia e oggi, di 76000posti che restano vuoti per mancanza di candidati qualificati.

Perché il buco appena descritto? Perché c’è uno spazio non coperto, e spesso neppure percepito, al centro del triangolo che unisce aziende, giovani lavoratori e istituzioni formative. In particolare:

●    Le aziende che vogliono usare meglio internet cercano professionisti qualificati, e fanno fatica a trovarne;
●    i neolaureati neodiplomati cercano lavoro, e spesso fanno fatica a trovarne;
●    le istituzioni e i soggetti formativi che lavorano per ridurre la disoccupazione, e spesso fanno fatica ad aggredirla.

Al centro del triangolo c’è spazio per creare lavoro e valore economico.

Quali sono allora le possibili misure da mettere in campo per ridurre questo gap creare lavoro, e perché no, accompagnare lo sviluppo dei distretti digitali del nostro paese?

QUANTO PESA L’ECONOMIA COLLEGATA A INTERNET: I NUMERI

Oggi l’economia collegata a internet pesa in Italia per circa il 2% del PIL, contro il 3% della Francia e oltre il 5% in paesi come Regno Unito e Svezia [fonte: Boston Consulting Group 2015].

A livello di aziende, nel 2015 solo il 7% delle PMI italiane vendeva online, meno della metà rispetto alla media europea [attestata al 16%] ed a distanza siderale dai paesi più evoluti come l’Irlanda, dove effettua vendite digitali il 32% delle organizzazioni private [fonte:Eurostat].

Tale differenziale trova riscontro anche nei livelli occupazionali: nel 2011, In rapporto agli occupati totali, il settore dei servizi di informazione e comunicazione rappresentava in Italia il 2,4% contro un livello europeo attestato intorno al 3% (UE27, 2,9%).

Le cifre appena offerte, peraltro, appaiono poco in linea con la presenza in Italia di diverse aziende internet di livello internazionale. È il caso di Yoox, leader mondiale nel settore della moda online, ma anche di realtà più piccole ma non meno agguerrite. Interpellati sul tema, i dirigenti delle aziende in questione segnalano come principale problema la difficoltà a trovare giovani professionisti qualificati, nelle aree ICT pure ed in quelle commerciali, editoriali e di marketing collegate.

UN GAP CHE NON VEDIAMO E I NODI DA SCIOGLIERE

Perché sussiste questo gap e perché non lo vediamo? Le cause sono sicuramente molteplici, ma probabilmente più incidenti di altre sono il prevalere di un approccio allo sviluppo digitale schiacciato sulla quantità di fibra stesa – quello per cui a tanti km di fibra ottica corrispondono tanti punti di PIL nuovi; la difficoltà delle PMI a capire come usare internet per modificare/innovare i propri processi e creare valore; il ritardo digitale delle istituzioni formative e politiche preposte a disegnare e orientare la formazione superiore, universitaria e post-universitaria.

Per colmare il buco digitale, favorendo occupazione e crescita di valore aziendale, è allora necessario agire su più piani.

A partire da un maggiore bilanciamento degli investimenti strutturali – secondo la logica “un euro in alfabetizzazione digitale per ogni euro in fibra” – e dalla differenziazione negli investimenti formativi stessi, con un adeguato investimento oltre che in ingegneri anche nelle figure di raccordo, traduzione e riuso interno delle innovazioni rese possibili dall’innovazione tecnologica [la fibra, le tecnologie di rete etc]. Per meglio illustrare questi punti prendiamo a prestito lo schema elaborato da BCG/ICANN per analizzare gli ostacoli allo sviluppo dell’economia digitale.

Secondo BCG gli ostacoli che si possono frapporre alla creazione di valore attraverso la rete sono di quattro tipi:

●    Ostacoli infrastrutturali,
●    Ostacoli collegati alla mancanza di manodopera qualificata e capitali,
●    Ostacoli collegati alla sicurezza di dati e transazioni,
●    Ostacoli collegati alla mancanza di contenuti digitali in lingua.

Nel nostro paese l’accento viene posto con forza sulla rimozione degli ostacoli di natura infrastrutturale- attraverso la posa di banda, la creazione di datacenter, lo sviluppo e l’adattamento di tecnologie– ma manca una sensibilità analoga sul fronte dello sviluppo di manodopera qualificata, necessaria per rimuovere gli ostacoli degli altri tre tipi descritti.

Inoltre, a livello di dibattito e scelte formative il focus è posto quasi esclusivamente sulla creazione di pool adeguati di ingegneri informatici e sviluppatori, senza un’attenzione analoga rispetto alle figure che dovrebbero adattare, tradurre e raccogliere i risultati delle innovazioni dentro le mura aziendali.

Le figure che mancano all’appello sono numerose e diverse: analisti di big data, specialisti in ecommerce, specialisti in social media, progettisti di interazione, specialisti in Customer Relationship management, specialisti in ottimizzazione e marketing per i motori di ricerca, tecnici a supporto dei robot.

Un adeguato investimento formativo e culturale su tali figure offrirebbe un rilevante effetto-leva per lo sviluppo dell’economia digitale italiana.

Terzo, sarebbe imprescindibile aggiornare i repertori delle qualifiche occupazionali finanziate/finanziabili da parte degli enti locali in ambito digitale. I repertori delle Regioni, per esempio, prevedono ancor oggi la/il “tecnico/progettista multimediale” come unica figura di professionista umanistico in ambito internet.

Con il risultato che molti fondi formativi se ne vanno per banconisti e magazzinieri, contro nessuno per data scientist e manager digitali [né di banconisti e magazzinieri digitali].

CHE FARE A LIVELLO STRATEGICO

La prima e più importante priorità è l’investimento in formazione e alfabetizzazione digitale. Certo a favore degli studenti superiori e universitari ma pure per chi lavora e per le stesse élite (imprenditori, sindacalisti, decisori locali, giornalisti), che ancor oggi mostrano una comprensione molto variabile dell’impatto economico di internet. E a livello formativo ci vuole un investimento più cospicuo anche nella formazione di figure ulteriori rispetto agli ingegneri quali: analisti big data esperti di ecommerce, esperti di CRM, manager social media e simili (si veda per ricognizione completa l’elenco di professioni web-related stilato da IWA)

CHE FARE A LIVELLO OPERATIVO: L’ELENCO

Di seguito un primo elenco, giocoforza parziale e insufficiente, di misure economiche normative e organizzative tese a ridurre il gap descritto sopra:

●    Parziale copertura da parte dei soggetti competenti delle indennità di stagein relazione alle figure innovative, [da parte di Stato centrale, Regioni] secondo il modello dei Voucher di inserimento o di Garanzia Giovani [che allo stato corrente serve meglio disoccupati e NEET];

●    Messa a disposizione di spazi [scrivanie, wifi, sale riunioni], a livello comunale, regionale e superiore, a prezzo calmierato per favorire l’incontro, la permanenza e la istituzione di relazioni di business e sociali tra i giovani professionisti nei centri economici principali [ex: le città capoluogo] e nei centri principali delle aree montane;

●    Revisione dei profili inerenti le professioni collegate a internet nei Repertorii delle Qualifiche degli Assessorati competenti [ex: Assessorati alla Formazione Regionali] a partire ad esempio dal sopracitato elenco IWA;

●    Redazione di “identikit” relativi alle professioni emergenti insieme alle aziende del settore;

●    Potenziamento degli sgravi fiscali per i giovani professionisti che effettuano spese autoformative [master, corsi specializzazione, seminari formativi];

●    Organizzazione di seminari e cicli di seminari dedicati alle professioni digitali ed alle opportunità occupazionali ad esse collegate;

●    Creazione di equipollenze tra gli iter in azienda e gli iter formativi post- laurea; Organizzazione di momenti di mentoring tematico [per professioni e per comparto].

Siete d’accordo? Ci possiamo ragionare?

 

GIOVANNI ARATA

Commenti:

  1. Always True scrive:

    No, non sono per nulla d’accordo! Diamo la colpa alla fibra stesa? Mancanza di preparazione? Siamo tra le persone piu apprezzate all’estero proprio per questo.
    Anziché lanciarsi in voli pindarici come questi cercando scuse valutare la ragione principale?
    Pagare!
    Stipendi adeguati!
    Non ci sto a sentire di aziende quasi come vittime quando poi nella vita vera, vissuta, vogliono sottopagarti, segue non lavoro per te.
    Dai stipendi adeguati, adotta un modello aziendale in cui lo stipendio non é solo legato al ruolo, livello, ma al tuo effettivo valore che porti in azienda e sono abbastanza certo si risolve agevolmente.
    Non pretendo ingenuamente di adeguarsi agli stipendi della Silicon Valley, ma non puoi offrire 40.000€ per un analista Big Data ed assistenza ai Robot. A parole, tutto questo non esiste, sono tutti onesti e disposti a pagare il giusto, ma com’è che di fronte al responsabile HR tutto cambia con offerte e condizioni lavorative ridicole?

    • ciao Always, ho scritto io il pezzo e sono d’accordo con te che le paghe inadeguate sono un pezzo- e non piccolo- del problema. d’altra parte l’obiettivo in questo pezzo era documentare un ritardo [di comprensione, di paghe di strumenti usati] che riguarda tutti i pezzi del sistema: imprenditori, sindacalisti, decisori, agenzie formative.

      • mariograsso scrive:

        Spiace vedere la cancellazione dei miei commenti su quello che sta facendo il sindacato del Terziario in Italia. Forse Chefuturo! ha problemi a condividere contenuti che non siano in linea col governo?

      • Andrea scrive:

        Ciao Giovanni, Ho letto solo ora il tuo articolo… Conconcordo con te con l’elenco degli interventi operativi.

        Ma permettimi di precisare una cosa:
        credo che non si devono restringere gli interventi ai giovani… altrimenti creiamo uno squilibrio. Le facilitazione vanno date sulla base del merito e basta, poi se hai 25 o 45 anni non fa differenza.

        Parto da questo presupposto: se puoi dare un apporto allo sviluppo del digitale in Italia puoi avere un’età qualsiasi.

        Ti faccio l’esempio di garnazia giovani in cui vengono inclusi i giovani fino a 29 anni. Una persona di 30 anni (o 31, 33 che sia) perché non può essere inclusa? In questo modo si creano barriere senza senso.

        Includiamo invece i meritevoli, senza vincoli di età. Sei d’accordo oppure no?

        • Giovanni Arata Giovanni Arata scrive:

          ciao Andrea, grazie del tempo e dei commenti. Hai ragione: limitare l’attenzione e gli interventi agli under-qualcosa non è né necessario né utile. Non lo è per formare professionisti nuovi e non lo è neppure per dotare di competenze nuove i lavoratori che svolgono attività tradizionali, e che avranno comunque esigenza di ri-formarsi [cfr: https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/grand-coalition-digital-jobs%5D. Quando il pezzo avrà un episodio 2, avrò cura di rimarcare l’aspetto che evidenzi.

    • Nomad Bill scrive:

      Il problema è che per una azienda italiana pagarti 40K significa un costo totale di 80-90K mentre in Irlanda o in Uk Il costo aggiuntivo per l’azienda in termini di tassazione è del 10-15% quindi con i 90K spesi in Italia al dipendente arrivano 75-80K. Quando si parla di stipendi in Italia bisogna considerare il costo totale per l’azienda non quello che arriva in tasca al dipendente. Il dipendente deve prendersela con lo Stato ed i maledettissimi sindacati se il cuneo fiscale è così alto. Il costo fiscale serve a garantire stipendi ad un sacco di statali e sindacalisti che in Irlanda invece non ci sono. Questo è il vero cancro che sta affossando l’Italia

    • Giampaolo Savina scrive:

      Ma se a te serve un idraulico e arriva un elettricista…. Tu controlli e scopri che il tuo elettricista e’ un idraulico ma per qualche strano motivo gli hanno insegnato a montare gli interruttori invece che stringere i tubi. Se ogni mestiere è’ così alla fine ecco il gap. Bisogna creare una rete imprenditoriale dentro le università . Gli imprenditori devono avere controllo d’azione dentro le università nella stesura dei programmi. Questi idea di fare tutti uguali sta facendo tutti confusi, Giampaolo.

      • grazie Giampaolo, la creazione di reti imprenditoriali dentro le università potrebbe essere una proposta interessante. ti ringrazio e prendo nota per il follow- up del pezzo

  2. Un articolo che continua a parlare di “giovani professionisti” e che come primo punto operativo parla di “indennità di stage” (ovviamente da mettere a carico di fondi pubblici e comunque di chiunque tranne che dell’azienda) manca il punto centrale e insieme mostra suo malgrado il vero problema: una mentalità “imprenditoriale” italiana che è interessata soltanto a reperire brillanti giovani sottopagati, e/o pagati il più possibile da sovvenzioni pubbliche, per sfruttarli il più possibile e poi sostituirli con altri. E poi ci si chiede perché i giovani validi invece emigrano: altrove c’è giusto un po’ più di interesse a investire sulle persone e a retribuirle adeguatamente per trasformarle in professionisti maturi (non “giovani professionisti”) ben pagati ma che grazie all’esperienza creano vera innovazione e alto valore aggiunto.

    • Francesca Lozito scrive:

      ecco. io mi ritrovo a 40 anni a reinventarmi nel digital (sono una umanista) e mi viene detto che fino ad oggi ho un cv troppo cartaceo. Ma se nessuno mi dà l’opportunità di iniziare – nonostante la caterva di corsi che ho fatto in User experience – come diamine faccio a riconvertirmi?

    • salve Vittorio grazie del punto. mi spiace se il pezzo le ha reso quell’impressione. premia parte non faccio l’imprenditore e non lavoro per nessuna associazione che lo faccia [sono ricercatore freelance e social media manager per un ente locale]. concordo con lei sul fatto che le soluzioni prospettate nel pezzo siano parziali e insufficienti: sono tasselli per trovare una risposta più ampia ad un problema più ampio. provando a tradurre le sue osservazioni in una proposta operativa, che forma essa potrebbe avere: “suggerire/imporre alle aziende di offrire compensi più elevati ai giovani professionisti”? “co-impegnare gli enti locali perché integrino i compensi offerti dalle PMI ai giovani professionisti”? grazie in anticipo del riscontro, giovanni

  3. seralf scrive:

    É un discorso complesso e difficile da sintetizzare, provo a contribuire alla riflessione.

    Da freelance posso dire che negli ultimi anni ho avuto diverse esperienze di gente che:
    1. non paga
    2. ti ruba idee
    3. ti chiede valutazioni non retribuite (e poi magari le realizza da sé, vedi punto 2.)
    4. mortifica il tuo lavoro, una volta utilizzate le tue competenze e la tua esperienza per avviare certi progetti
    5. banalizza questioni complesse, facendo passare analisi più lunghe di 140 caratteri come “troppo complicate”
    6. non mette a disposizione ambienti di test
    7. non sa cosa sia il test
    8. non è in grado di fare analisi, e lo spaccia per un problema tuo.
    9. potrei continuare…

    questi pochi punti non per lamentarmi, ma per sottolineare che il problema è a mio avviso soprattutto culturale.
    Bisogna ripartire dal rispetto del lavoro altrui, e dal non percepire gli altri come nemici o iniseme di capacità da cannibalizzare: troppo spesso anche il networking in giro mi pare sia usato solo come pretesto per evitare di competere ad armi pari sul mercato, cercando di far prevalere le masse muscolari.
    Temo che per i cambiamenti culturali ci vorrà un bel po’ di tempo (e di esperienze aprendo le porte verso fuori), mentre per individuare meccanismi di tutela che funzionino da pre-condizione per una solida economia dei “lavoratori digitali” (in questo senso IMHO un elemento irrinunciabile è il telelavoro, completo o parziale) servano decisioni ed attuazioni efficaci della politica, non chiacchere retoriche sull’uso di internet e della comunicazione.
    Serve partire dal tutelare chi fa lavori che magari non si vedono: se faccio da mentore per una società per metterli in grado di acquisire competenze e quelli poi hanno più chance di me di proporre progetti nel “mio” ambito, o mi passa la fantasia di condividere cose, oppure sono destinato a suicidarmi professionalmente. É evidente che se vogliamo investire sul digitale bisogna creare prima di tutto un terreno culturalmente fertile per un cambio di rotta, altrimenti diventa solo l’ennesimo orticello da coltivare con i soliti modi, dalle stesse cricche.

    i miei 2 cents

  4. davide scrive:

    Come in molti altri casi(dall’agricoltura all’artigianato) non si trovano lavoratori perché non si vogliono né pagare né formare

    • vero @disqus_mrVlCKE5V5:disqus. quel che si prova a capire nel pezzo è chi sia il soggetto che non paga e non forma. è solo l’azienda. è solo l’università. è solo le agenzie formative o i politici. o una sommatoria dei diversi attori. insomma la domanda è: posto che il problema c’è ed è grosso, come sono effettivamente ripartite le responsabilità? [che serve poi ad andare da tutti e ciascuno di loro e dire: ok aiutateci meglio in questo e questo modo]

  5. Andrea scrive:

    Cari tutti,

    caro Giovanni, non ho il piacere di conoscerti ma accolgo con piacere l’invito alla riflessione, specie in un giorno come il 1° Maggio.

    l’analisi delle criticità manifestate nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro mi trova concorde e riflette la difficoltà ormai almeno ventennale che ha il sistema educativo/formativo a dialogare con il mondo dell’impresa. Le politiche pubbliche poi, rispetto al mercato del lavoro hanno colpevolmente perso ogni capacità di programmazione e indirizzo, specie quando si devono confrontare con l’innovazione e i profili più 2.0.

    Se concordo sull’analisi trovo però da ricentrare alcune delle proposte di questo post. Provo a spiegarmi in senso costruttivo:

    • i ‘soggetti competenti’ che dovrebbero coprire parte delle misere 400 euro di indennità di stage che prende un giovane con skill digitali a mio avviso dovrebbero smetterla di dare incentivi alle imprese ma piuttosto dare servizi: un’azienda che non si può permettere i 400 euro a un giovane nei programmatore o altro è meglio che chiuda perché il suo business plan non sta in piedi.

    • Gli spazi di coworking non funzionano mai con la ‘messa a disposizione di spazi’ ma con processi e spinte di facilitazione alla creazione di community, cosa che il pubblico stenta davvero a capire e a realizzare. In tal senso basta vedere quanto siano belle e vuote le superstrutture di molte Regioni. Piuttosto quello che andrebbe chiesto è che tali spazi venissero entrassero in rete come veri e propri servizi per l’impiego, venissero riconosciuti come i luoghi del moderno ‘apprendistato alle libere professioni’ che riguarda la maggioranza dei giovani al primo impiego

    • I repertori delle professioni (specie se letti sul piano regionale) e le catalogazioni ISTAT sono una chimera cestinata dalla Storia. Il mercato parla di competenze, solo di quello, specie per i mestieri digitali. La multidisciplinarietà è la regola e proprio frequentando gli spazi di coworking che funzionano si vede come su biglietti da visita non ci sia più scritto niente, solo il nome, per poi lasciare tutto al proprio book e alla propria reputazione. Se esistono delle tassonomie queste al massimo le definisce Linkedin, il resto è inutile sovrastruttura.

    Il punto ancora da aggredire con maggiore forza è quello della relazione tra impresa e formazione e, nell’ottica del lifelong learning a cui si è costretti, quello delle transizioni.

    • È indubbio come una programmazione formativa a 3-5 anni basata sui profili sia un esercizio impari anche per Otelma. L’Università dovrebbe operare ‘a fianco’ dell’impresa, tramettere competenze e soft skill. Il lavoro deve entrare nella cultura dei giovani molto prima dei 25-27 anni tipici in media di chi si laurea. Un’università degna dovrebbe avere spazi di coworking al proprio interno, così come la pratica delle tesi multidisciplinari e le collaborazioni interfacoltà.

    • Molti dei professionisti che mancano al mercato sono di radice umanistica non tecnologica. Community manager, experience designer, redattori di contenuti per web, sceneggiatori per realtà virtuale, web marketing manager, sono tutti profili che coincidono maggiormente con Lettere, Economia o col DAMS che con Ingegneria. Non mi fermo a segnalare quanto qui occorra ripensare del tutto l’impianto perlomeno delle Lauree Specialistiche.

    • Le aziende non sono certo immuni da responsabilità, specie nel management che è troppo lontano dal comprendere molte potenzialità del digitale a andrebbe formato. C’è una parte di queste che invece si aspettano che siano i giovani neoassunti a portare innovazione di approccio, processo, visione, che magari che hanno maturato nei modi più svariati, inclusi hobby, viaggi, hacking e chissà che. Intendo che come agli umanisti servno competenze tecnologiche, ai tecnologi non può più sfuggire un’attenzione profonda alle dimensioni etiche, relazionali, valoriali di quello che vanno a progettare.

    Spero di aver agginto qualche briciola alla riflessione
    Andrea Pugliese

    • ehi @andrea così tanti spunti che quasi fatico a tenerti dietro, grazie =)
      Nel merito prendo nota e concordo su [quasi] tutto, sia nell’analisi che nelle proposte operative [suggestivo pensare di avere cowo dentro i perimetri aziendali e dentro quelli accademici].
      sulla partita dei repertori, pur condividendo il punto sulla loro inefficacia corrente, sono in disaccordo rispetto alla possibilità di dismetterli tout court e lasciare a linkedin o altri spazi online definizione e sviluppo. non perché non siano più efficaci [lo sono di gran lunga!] ma perché una qualche forma di catalogazione da parte dei pubblici deve permanere se vogliamo che il pubblico possa supportare, finanziare e accompagnare la formazione in questi campi. in altri termini, visto che la burocrazia non può accompagnare se non definisce in modo più o meno standard dei profili, o ci teniamo migliorandoli i profili o dismettiamo integralmente l’accompagnamento pubblico in questi ambiti. e non credo ci possiamo permettere la seconda

  6. Eleonora Panto scrive:

    Ottimo Articolo! la situazione descritta è quella riportata da vari studi, un problema strutturale che colpisce tutto il mondo tant’e’ che sono state avviate grandi iniziative come la Coalizione per le competenze digitali. Sicuramente c’e’ un forte scollamento fra quello che generalmente si fa nelle aule (scolastiche e universitarie) – e per quanto possa sembrare un ossimoro, bisognerebbe partire dal digitalizzare gli umanisti.. Le proposte presentate sono ragionevoli ma sono in parte d’accordo con quello che dice Always True – perché il punto e’ che in generale il valore di queste professioni non è percepito – il marketing e la comunicazione digitale non sono spesso considerati strategici con tutto quello che ne consegue (stipendi bassi, ruoli precari, ecc). Partiamo dalle CNA e facciamo capire agli artigiani a cosa gli serve avere una corretta presenza online, offrendo servizi e infrastrutture a condizioni accessibili e guardiamo ad esperienze interessanti come Fabermeeting

  7. Massimo Carnevali scrive:

    Finché le aziende continueranno a cercare candidati quarantenni con l’esperienza di un cinquantenne e che accettino stipendi da trentenne sarà dura uscirne. Mettiamoci anche un po’ di colpa della PA che con le gare al ribasso vuole specialisti IT a 150 Euro al giorno e così spinge tutto il mercato italiano al ribasso. Vedihttp://www.alfonsofuggetta.org/?p=21771

    • @massimocarnevali:disqus il modo in cui molte PMI si rapportano all’innovazione costituisce un problema indubbio. nel pezzo la tesi è che ci sia di più e di peggio: una difficoltà generalizzata [politici, progettisti di formazione, imprenditori e associazioni, persino studenti] a capire e dare valore ai mestieri emergenti e al loro contributo potenziale al fatturato privato e pubblico.

  8. Daniela Ducdc Calisi scrive:

    Always true fa del benaltrismo, ma secondo me Arata ha ragione. Il fatto che i curricula di formazione umanistica siano completamente alieni rispetto alla trasformazione digitale mi pare invece molto rilevante e ne va del benessere di parecchie persone. E’ la differenza che passa tra il lavorare al knowledge management di un’azienda innovativa e l’essere un filosofo precario o disoccupato.

  9. Filippo Gruni scrive:

    Da imprenditore (agenzia digitale con 23 persone) posso dire che per come è strutturato lo stato italiano (fisco e dinamismo burocratico) e dalla bassa cultura digitale della popolazione italiana (forse dovuta in parte alle infrastrutture fatiscenti) non riusciremo mai a raggiungere altri modelli vincenti. Gli stipendi in Italia saranno sempre bassi (in busta al dipendente) e i dipendenti rimarrano sempre attaccati al loro posto senza stimoli generando poco valore. La colpa non è né dell’imprenditore né del dipendente. È un circolo vizioso che sta facendo i conti con un nuovo modo di lavorare che trascende tutte le convinzioni statiche che abbiamo avuto fino ad oggi.

    Io faccio una fatica tremenda a trovare persone valide da inserire in organico e molte di loro si propongono, si lanciano, solo perché la “comunicazione” è figa ma poi a conti fatti non sanno niente di web marketing, nemmeno l ABC. E quindi decidi di formarli o di cercare qualcun altro. Mancando il mercato del lavoro manca anche la professionalità. C’è troppo pressappochismo nelle skill individuali e dall’altra parte, le grandi aziende sono gestite da manager non in grado di comprendere la rivoluzione digitale che è attualmente in Italia e che all’estero è tristemente finita da un po’.

    Per finire, i giovani di oggi sono sempre più lasciati a loro stessi e si sta inculcando nella testa che si può lavorare anche senza esserne all’altezza, in maniera approssimativa. Ci vuole che la cultura aziendale, pratica, imprenditoriale, empirica… arrivi direttamente nelle scuole e università. Andiamo avanti!

  10. mariograsso scrive:

    Ciao Giovanni,

    contributo di valore, grazie! Ti invito a considerare come azione strategica anche il nuovo CCNL Terziario firmato a marzo 2015 che applica l’e-CF (European e-Competence Framework) e i relativi profili professionali ICT: http://www.sindacato-networkers.it/2015/04/lict-del-terziario-ha-il-suo-contratto-nazionale/ Sarebbe utile parlare anche dei diritti dei lavoratori, di come tutelarli in un mondo che cambia alla luce dell’evoluzione tecnologica in atto.

  11. Andrea scrive:

    Io é da anni che mi candido sul sito ufficiale della yoox, ci sono sempre posizioni in linea con il mio profilo, ma non sono mai stato convocato ad un colloquio.

  12. Salvatore Longo scrive:

    Parliamo lato lavoratore: non viene detto che le competenze hanno un costo il cui onere è a carico dell’azienda.
    Premessa la mia professionalità, preferisco rimanere a spasso piuttosto che essere pagato “a babbo morto” dall’azienda. Questo è il ragionamento alla base.

  13. Fabio scrive:

    In realtà dicono che non riescono a trovare nessuno di idoneo per giustificare il fatto che hanno affidato l’appalto a società esterne con cui inciuciano

    • Giovanni Arata Giovanni Arata scrive:

      Salve Fabio,
      non mi sento di escludere che in alcuni casi accada. mi sembra però poco plausibile che dietro ci sia sempre un inciucio- anche perché analisti dati, interaction designer, progettisti per stampanti 3D non ne stanno impiegando neanche le “società esterne”, a prescindere dalle PMi

      • marisa scrive:

        quelle sono figure professionali inventate dai media, nessuna azienda sana di mente si metterebbe ad assumere una persona per fare 1 sola cosa.

        • Giovanni Arata Giovanni Arata scrive:

          Gentile Marisa,
          indubbiamente alcune di quelle figure trovano più facilmente spazio in aziende di dimensioni superiori alle PMI classiche- dopodiché se più fonti diverse di tipo diverso [Confindustria, UE, pensatoi etc] ne rilevano l’utilità, probabilmente è difficile relegarle al ruolo di mere invenzioni

  14. alfonso scrive:

    Accade spesso di trovare annunci di lavoro in rete e fuori dalla rete, ma quasi sempre l’invio di un cv è inutile perchè chi opera nelle risorse umane ha una sua rete di contatti dove attingere quando gli serve una risorsa. Si mettono gli annunci solo perchè si deve fare, magari con la speranza di trovare un genio nascosto.

  15. andrea scrive:

    Aumentate i salari che ne trovate quanti volete. Molti lavori digitali restano vacanti perché chi ha le competenze può lavorare da remoto per l’azienda di qualsiasi parte del mondo, non essendo strettamente necessaria alcuna presenza fisica sul luogo di lavoro, e se altrove pagano meglio ecco che poi non trovate personale qualificato. In Italia ad esempio ci sono aziende che pretendono di trovare professionisti digitali e pagarli poco più di un bidello per poi lamentarsi della mancanza di figure adeguate se i professionisti ignorano l’annuncio.

  16. giuseppe scrive:

    Tutti si lamentano del fatto che manchino professionisti nel settore dei Big Data. Tuttavia, quando mi sono candidato a frequentare un corso in questo settore al Politecnico di Milano, mi è stato detto che ero troppo in là con gli anni (ho 40 anni!) per poter frequentare tale corso! Che razza di paese è questo?

    • Giovanni Arata Giovanni Arata scrive:

      Ciao Giuseppe,
      l’atteggiamento della scuola in quel caso è (un pezzo della) risposta alla domanda di partenza: non evolviamo quando non usiamo la testa

  17. Laura scrive:

    Non c’è bisogno dell’ennesimo fondo per gli stage. Il punto è che le aziende cercano senior da pagare come un apprendista. I senior non accettano quei lavori, i junior se sono fortunati li prendono salvo non essere poi confermati.

    L’unica cosa sensata sarebbe lo sgravio fiscale per favorire assunzioni di senior, soprattutto nelle startup, che devono bruciare i tempi.

  18. Laura scrive:

    Vedo che molti prima di me hanno detto questa cosa : ecco risolto l’arcano! La mia opinione è quella di una professionista che lavora nel settore web/IT dal 2006, mi fa piacere che ci sia una generale consapevolezza: ho potuto tornare e fermarmi in Italia solo accettando un compromesso tra stile di vita e soddisfazione sul lavoro.

  19. alessio cosmini scrive:

    ma cosa andate a raccontare !!!?? ci sono migliaia di ingegneri elettronici ,tlc.informatici senza lavoro e le aziende se e se!! assumono lo fanno con 600 1000 euro al mese!!! meno dedei guardina delle toilette dell’Autogrill!! le imprese di questi settori sono poche e meschine e se continua così non ci saranno più giovani che si iscriveranno a queste facoltà! Gia in qualche università si è abolito l’insegnamento delle telecomunicazioni!!ed è sparita l’elettronica.

  20. alessio cosmini scrive:

    che vuol dire il mio commento è in attesa di moderazione??????????????????la verità è quella che è!!

    • Giovanni Arata Giovanni Arata scrive:

      Buongiorno Alessio, visto che a volte arrivano commenti con insulti o pubblicità, anche su CheFuturo c’è una procedura di approvazione dei commenti. Ecco perché la pubblicazione non è stata immediata

  21. Arianna scrive:

    Sono d’accordo sul discorso della priorità della formazione e alfabetizzazione digitale ma leggere che servono “manager social media e simili” mi fa sorridere: ce ne sono a palate! 🙂

  22. marco braga scrive:

    Io sono un ingegnere informatico disoccupato da quasi un anno. Ho tutte le competenze richieste, quindi finiamola di dire che le aziende non riescono a trovare nessuno. Prima di essere disoccupato lavoravo in un’azienda come informatico a 1200 euro netti al mese. Ecco come le aziende pagano gli specialisti del digitale!

    • Giovanni Arata Giovanni Arata scrive:

      Buongiorno Marco, il problema dei salari dei salari da lei evidenziato è reale e non è sufficientemente rimarcato nel pezzo, ha ragione

  23. Andrea scrive:

    Salve
    sono un ingegnere ambientale, se volessi formarmi su tali tematiche. Quali corsi, libri o piattaforme consigliate???
    Grazie

  24. Marica scrive:

    I lavoratori ci sono…basta pagarli ADEGUATAMENTE…è tutto lì il problema. Se per svolgere un lavoro mi viene offerta una paga miserrima, me ne sto a casa.

    • Giovanni Arata Giovanni Arata scrive:

      ciao Marica, hai ragione nel rimarcare che il nodo delle paghe non è stato sottolineato a sufficienza nel pezzo. al netto di questo, l’impressione è che oltre ai compensi troppo bassi ci sia di più [scarsa comprensione dell’esistenza e importanza di queste professioni, da cui scarsi investimenti formativi ad esempio]

 

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