Secondo la campagna #coglioneNO, i cosiddetti «coglioni» sarebbero tutti quei creativi costretti a lavorare senza una briciola di remunerazione, se non per pochi euro o per quell’“esperienza” che non ha prezzo e non si nega (quasi) a nessuno. L’accusa di Zero, il gruppo degli autori dei video di cui si fa un gran parlare, è tanto forte quanto vaga. In tanti inneggiano allo scandalo ma le soluzioni proposte, quando ci sono, restano approssimative.

1 Il caso: #coglioneNO

I creativi gridano allo sfruttamento sbandierando il report Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con la Regione Marche, secondo cui le industrie della cultura della creatività avrebbero prodotto nel 2012 80,8 miliardi di euro, pari al 5,8% dell’economia nazionale per un totale di circa 1,5 milioni di occupati, comprese Pubbliche amministrazioni e organizzazioni non profit.

I ragazzi del gruppo Zero decidono di realizzare video virali di denuncia per sensibilizzare l’opinione pubblica – e, perché no, farsi conoscere – mostrando situazioni verosimili dove si assite alla mancata retribuzione di lavori considerati “tradizionali”. Lo direste mai al vostro idraulico, giardiniere o antennista che non avete i soldi, o la voglia, di mettere le mani al portafoglio?

La campagna viene immediatamente agganciata dai fautori della petizione #rivoluzionecreativa, che già da tempo chiede a gran voce tutele per tutti i creativi, intesi come unica classe o categoria. Il loro obiettivo è “chiedere il riconoscimento della valenza strategica di creatività e ricerca tecnologica per il rilancio del Paese” elencando una sfilza di proposte, più o meno realizzabili, su come trasformare il sogno in realtà. Qualche esempio? Creazione di forme contrattuali innovative ad hoc che tengano conto della specificità delle professioni creative, l’istituzione di un Fondo di solidarietà, tutela del diritto di maternità, e così via.

 

“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (cit. Montale)

2 Chi sono i creativi?

La realtà è che c’è una grande confusione. Cerchiamo quindi di capire chi sono davvero i lavoratori creativi. Nel report Unioncamere/Symbola sono individuati i settori in cui si produce cultura e si lavora con la creatività. Vengono prese in considerazione le industrie creative (architettura, comunicazione e branding, design e produzione di stile, artigianato), le industrie culturali (film, video, radio – tv, videogiochi e software, musica, libri e stampa), le industrie che operano nel capo del patrimonio storico-artistico (musei, biblioteche, archivi e gestione di luoghi e monumenti storici) e nel campo delle performing arts e arti visive.

Un altro report – il rapporto Excelsor 2012 – propone un elenco delle professioni creative già esistenti sul mercato sulla base della classificazione Istat. Qui c’è davvero dentro di tutto: dai giornalisti ai ballerini, dai dirigenti di associazioni culturali, umanitarie, culturali, scientifiche e sportive di interesse nazionale o sovranazionale, agli ingegneri elettrici, ai cuochi, ai tecnici della vendita, della distribuzione e del marketing.

Non saranno tutti coglioni, no? La campagna del gruppo Zero è diretta a chi si sente dire “no caro, non ti pago perché così è la vita”, non a tutti coloro che sono coinvolti nella filiera della cultura, quindi non si sta parlando di un esercito di due milioni effettivi. Inoltre non tutti i lavoratori delle imprese della cultura e della creatività svolgono mansioni creative. Per contro, nelle industrie e nei settori produttivi tradizionali, troviamo lavoratori che ogni giorno usano la propria creatività per sfornare prodotti innovativi. Non ha senso identificare i lavoratori creativi esclusivamente con chi lavora nell’industria della creatività. La reazione della rete alla campagna di protesta ha portato ad associare i creativi alle nuove figure del web o dello spettacolo. I report, però, parlano anche di altre figure come cuochi e artigiani, ricordando che non tutti i cuochi sono chef. Ecco perché chi si occupa oggi di dare voce alla “categoria dei creativi”, spesso non sa in nome di chi sta parlando.

3 Il riconoscimento delle professionalità

Insoddisfatti dei vari report dispersi per la rete, abbiamo deciso di guardare ai contratti collettivi dei settori più disparati per verificare se e quali professionalità creative siano state riconosciute dalle parti sociali – sindacati e imprese – e incluse nei sistemi di classificazione e inquadramento.

Innanzitutto esistono contratti collettivi di lavoro del settore creativo. Un esempio: il Ccnl per gli addetti alle troupes per la produzione di filmati dipendenti da case di produzione cineaudiovisiva.  Basta un’occhiata al sistema di classificazione incluso nel testo per rendersi conto che man mano che si scala il sistema di inquadramento la creatività aumenta e, corrispondentemente, sale la retribuzione lorda del dipendente. Ai livelli inferiori troviamo anche, naturalmente, lavoratori che con la creatività hanno poco a che fare, come ad esempio “coloro che compiono, anche in reparti di produzione, lavori di manovalanza generica”.

Veniamo ai settori più tradizionali. Nel Contratto collettivo del settore commercio le professioni creative elencate al capoverso “Primo livello” sono molte.  Qualche esempio: responsabile marketing nelle aziende di pubblicità; responsabile pubbliche relazioni nelle aziende di pubblicità; responsabile ufficio studi nelle aziende di pubblicità;  art director nelle agenzie di pubblicità; producer-tv-cine-radio nelle agenzie di pubblicità; product manager. Esaminando le professioni inquadrate a livelli inferiori (ricordiamo che i “primi livelli” sono gli impiegati più pagati in un’azienda del settore commercio) troviamo altri creativi: traduttori, programmatori, art buyer e così via.

Il Ccnl del settore delle comunicazioni è una vera e propria esplosione di creatività. Inquadrati al sesto e settimo livello (che nelle aziende di questo settore costituiscono i livelli di inquadramento più redditizi per gli impiegati), troviamo il redattore responsabile web, il web advertising, il product manager, il researcher e il publisher.

Bastano questi esempi per dimostrare che in molti settori, più o meno innovativi per vocazione, la valenza strategica – ed economica – della creatività, viene riconosciuta. I lavoratori creativi assunti dalle aziende di qualsiasi settore con contratto di lavoro subordinato sono, generalmente, ben pagati.

4 Le tipologie contrattuali

I creativi che lamentano una situazione di sfruttamento, quindi, non sono lavoratori subordinati. Questi ultimi potranno lamentare, al massimo, l’assunzione con contatto a termine e, nel caso, la brevità o l’instabilità del rapporto. Il report annuale sulle Comunicazioni obbligatorie 2012, a cura della Direzione generale delle Politiche dei servizi per il lavoro, dimostra infatti che, per le professionalità creative, la tipologia contrattuale più attivata nel 2011 è stata proprio il contratto a tempo determinato. In ogni caso il dato presente nel rapporto è parziale: vengono prese in esame solo alcune fra le professionalità inquadrabili nel mondo creativo e il dato riguarda esclusivamente i rapporti attivati in corso d’anno.

Il problema – noto –  è allora il precariato, lo svolgimento di stage che celano rapporti di lavoro, l’attivazione di rapporti di lavoro parasubordinato, la condizione dei freelance a cui vengono proposte collaborazioni spot in cambio di compensi da fame. È impossibile però dire con certezza quanti siano i lavoratori creativi che versano in questa situazione perché non sembrano esistere dati aggregati chiari sulla situazione occupazionale dei creativi presenti sul mercato.

In questo caso, come in molti altri settori, uno dei problemi maggiori è legato alle false partite Iva, la cui attivazione non risponde all’esigenza del lavoratore che intende gestire la propria professionalità da “imprenditore”, ma è piuttosto richiesta dal committente e permette di mascherare veri e propri rapporti di lavoro subordinato senza i correlati obblighi di tutela e protezione. Nel solo anno 2011, il settore dei servizi di informazione e comunicazione ha visto l’attivazione di 9.392 partite Iva da parte di persone fisiche (dati www.finanze.gov.it) e nel settore delle attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento sono state 8.792. Non ci è dato sapere, comunque, chi abbia attivato una partita Iva per scelta, chi per necessità. Anche gli operatori del settore non sembrano poter fare questa distinzione. Sulla home page del sindacato dei lavoratori del settore Ict (www.networkers.it) leggiamo, genericamente, che i lavoratori a partita Iva sono all’incirca 160mila, ma nessun dato numerico specifica quante di queste potrebbero essere false.

Non è nostra intenzione, comunque, sostenere che la situazione sia meno grave di come viene dipinta dalla campagna di protesta. È noto però che i problemi sopra descritti siano gli stessi che incontrano tutti i lavoratori, soprattutto giovani, senza specificità di settore.

5 Università e occupazione

Il fatto che i creativi condividono in realtà le preoccupazioni di tutti gli altri lavoratori, emerge chiaramente anche dall’esame dei dati occupazionali dei giovani laureati. Le rilevazioni (fonte Almalaurea) dimostrano che a un anno dalla laurea il 63,5% dei dottori in discipline “creative” (come scienze dell’architettura, scienze della comunicazione, lingue e informatica) sta lavorando, e il 30% di questi lavoratori è “stabile”. A cinque anni dalla laurea la percentuale dei lavoratori sale all’88% e il 70% di questi è stabilizzato, ovvero dipendente a tempo indeterminato o lavoratore autonomo effettivo.

I dati sono esattamente in linea con le percentuali rilevate per il totale dei laureati in discipline non creative. Volendo essere pignoli, possiamo addirittura aggiungere che a 5 anni dalla laurea sono di meno i lavoratori senza contratto laureati in discipline creative rispetto alla media rilevata per il totale delle altre discipline (1% contro 1,3%).

GUARDA LA NOSTRA INFOGRAFICA REALIZZATA CON I DATI ALMALAUREA

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6 Un presente magro e un futuro incerto

Il problema che le campagne denunciano è chiaro: il presente è magro, i creativi vogliono essere ben pagati. Ma, a parte questo, cosa chiedono per il loro futuro?

La petizione #rivoluzionecreativa si fa portatrice di istanze riconducibili essenzialmente a due schemi: il modello tipico del contratto di lavoro subordinato, e quello relativo al mondo “delle professioni”. Proposte legate al sostegno alle donne, alla tutela della maternità, ai contributi alle famiglie, alla riformulazione dell’apprendistato, la regolazione del sistema stage e agli incentivi per assunzioni, alla creazione di forme contrattuali innovative che tengano conto della specificità delle professioni creative strizzano l’occhio al primo modello.

Non possiamo però pensare che i creativi chiedano davvero “un posto fisso”. Forme contrattuali quali il contratto a progetto e il lavoro autonomo sembrano, per definizione, essere le più congeniali ad un lavoratore che fornisce ad un’azienda il prodotto, originale e creativo, di cui essa ha bisogno. Un lavoratore in costante evoluzione che, per natura, non può certo sottostare alle direttive, alle istruzioni e al controllo del datore di lavoro, che peraltro, se non è creativo a sua volta non è in grado di dare vere e proprie istruzioni.

Pensate per lo schema del lavoro autonomo sono invece le proposte che chiedono sostegno alla imprenditorialità, garanzia di tempi e modalità di pagamento per professionisti e free lance con accesso gratuito a un Collegio arbitrale di conciliazione, o la definizione di un Codice deontologico condiviso.

I creativi esigono poi rappresentanza politica, mediatica, sindacale. Ma, a ben vedere, forme di rappresentanza per i creativi, se si va un po’ più nello specifico, già esistono, siano essi lavoratori o professionisti. Da un lato i sindacati: esiste un sindacato per i creativi (ad esempio, Ugl Creativi che scopriamo, dalla home page del sito, essere punto di riferimento per gli artisti in genere, per chi è professionista, per chi sta per diventarlo e per chi ha fatto dell’arte e della creazione solo una compagna di vita), esistono i sindacati dei lavoratori dello spettacolo (Fistel Cisl, Slc Cgil), esiste un sindacato per i professionisti dell’Ict (sindacato NetWorkers). Sta però a queste sigle riuscire a intercettare nuovi iscritti e nuove tessere.

Molte professioni creative sono professioni ordinistiche, si pensi agli ingegneri, agli architetti o ai giornalisti. Certo non si può negare come gli ordini siano forme, generalmente anche molto forti, di rappresentanza politica e mediatica. Non sono quindi i lavoratori creativi ad essere lasciati soli, in balia delle dinamiche del mercato, ma sono i lavoratori precari, che peraltro, i sindacati, un po’ in tutti i settori, faticano a rappresentare.

Il caso dei giornalisti è sintomatico. Esiste un contratto collettivo applicato dai datori di lavoro qualificabili come “editori” che offre solide garanzie a livello di retribuzione, di orario di lavoro, di welfare, di previdenza, di aggiornamento professionale, ma il presupposto per la sua applicazione è che il lavoratore sia un giornalista subordinato e, salve alcune eccezioni, professionista. Il freelance, quindi, è completamente escluso da questo apparato normativo. Esiste un ordine, poi, che sembra essere indifferente verso i problemi degli “esclusi” e che, a fine 2011, ha anche approvato la “Carta di Firenze della deontologia sulla precarietà nel lavoro giornalistico”, cercando di istituire diritti a favore dei precari e obblighi nei confronti di tutta la categoria.

Ciò nonostante, secondo quanto riportato da New Tabloid (periodico ufficiale del consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia) “I giornalisti non contrattualizzati superano nettamente quelli assunti”. I dati dell’Inpgi dicono che il reddito medio dei giornalisti che praticano la libera professione è pari a 13.251 euro, quello di un giornalista assunto con co.co.co è pari a 8.973 euro e il 49% di questi percepisce meno di 5.000 euro l’anno e probabilmente si sente ben rappresentato dalle campagne di protesta di cui stiamo parlando.

Vi starete chiedendo a questo punto, cosa abbiamo cercato di dire con questa ricerca. Non ci si può fare portatori delle istanze di una categoria, peraltro senza spiegare (e sapere) con precisione chi ne fa parte. Generalizzare rende sì le cose più semplici, ma difficilmente porta a risultati concreti. Insomma, il “creativi di tutto il mondo unitevi” non porterà proprio a nulla.

I creativi che hanno davvero ragione di lamentarsi non sono certo più “coglioni” di molti giuristi, economisti, scienziati politici, chimici farmaceutici, matematici che oggi fanno i conti con la disoccupazione, con la chiusura del mercato e con la costante mancanza di denaro. I problemi che affrontano i creativi esistono, ma non vanno né possono essere affrontati in una logica di categoria.

Sono i problemi di cui, ormai da anni, discutono esperti e addetti ai lavori: la necessità di creare occupazione, attraverso l’istituzione di incentivi a favore delle imprese e la ristrutturazione delle forme contrattuali per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro; favorire l’inclusione sociale di tutte le tipologie di lavoratori; il superamento della dicotomia che caratterizza il mercato del lavoro, incentrata sulla contrapposizione tra contratto di lavoro subordinato e lavoro autonomo, attraverso una modulazione delle tutele che porti a garantire standard minimi di protezione anche ai lavoratori non subordinati; la diffusione della cultura del lavoro e di impresa a tutti i livelli, a partire da quello scolastico; il riconoscimento del merito e delle competenze, di qualsiasi natura esse siano.

*IN COLLABORAZIONE CON ADAPT (Associazione per gli Studi internazionali e comparati sul Diritto del lavoro e sulle relazioni Industriali)

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