Tangenti, Tremonti è salvo. E il suo caso rischia di salvare tutti i ministri

Il Senato si era dichiarato incompetente a giudicare sulle presunte mazzette, paralizzando l’inchiesta. Il tribunale di Milano ha fatto ricorso ma la Corte costituzionale lo ha respinto. Adesso il rischio è che quella decisione si trasformi in un espediente da ripetere nei casi simili

DI PAOLO FANTAUZZI

 

Giulio Tremonti è definitivamente salvo. L’inchiesta sulla presunta tangente da due milioni e mezzo di euro, che gli sarebbe stata pagata da Finmeccanica per avallare l’acquisto dell’americana Drs Technologies, giunge una volta per tutte al capolinea. La Corte costituzionale ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal gip di Milano nei confronti del Senato, che a luglio 2015 aveva dichiarato la propria incompetenza, rifiutandosi così di concedere l’autorizzazione a procedere. Malgrado l’apparente neutralità, la decisione di Palazzo Madama ha finito per paralizzare l’inchiesta e avvantaggiare Tremonti. E adesso il rischio è che si trasformi in un escamotage per bloccare le indagini nei confronti di qualsiasi altro politico che in futuro dovesse finire sotto accusa come ministro.

Piccolo passo indietro: 8 maggio 2008. Al Quirinale Silvio Berlusconi giura col suo governo davanti al presidente della Repubblica. In quelle stesse ore lo studio milanese Virtax, di cui Tremonti è socio fondatore, ottiene da Finmeccanica una consulenza da 2 milioni e 615 mila euro per valutare l’acquisto della Drs. Da contrario all’operazione che era, nel giro di pochi mesi il neo-ministro cambia idea, come conferma ai magistrati pure il suo ex braccio destro Marco Milanese. Il Tribunale dei ministri, compiute le dovute verifiche, si convince che si tratta di una tangente mascherata (anche perché Virtax si limita ad “apporre il proprio logo” su alcuni documenti “già predisposti da altri consulenti”) e trasmette le carte al Senato chiedendo di processare Tremonti per quel reato ministeriale, cioè con l’accusa di essersi fatto corrompere come uomo di governo. D’altronde il ministero dell’Economia è il grande azionista di Finmeccanica.

Ma Palazzo Madama all’unanimità (grillini compresi) anziché limitarsi a concedere o negare l’autorizzazione a procedere, si dichiara incompetente. Motivo: i primi contatti con Finmecanica risalgono a prima del giuramento al Quirinale e quindi, secondo i colleghi senatori, il reato non è ministeriale. Risultato apparente: Tremonti va processato con rito ordinario, come un cittadino qualunque. Ma quando le carte tornano a Milano, il vero risultato è di affossare l’inchiesta: se il ministro non ha approfittato del suo ruolo, diventa impossibile dimostrare che sia stato corrotto per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio. Insomma, c’è la presunta tangente, ma non c’è più l’atto ministeriale ottenuto in cambio dei soldi, quindi tecnicamente non esiste più il reato di corruzione. I pm milanesi a quel punto sono costretti a chiedere l’archiviazione, ma il giudice delle indagini preliminari non concorda e a marzo solleva conflitto di attribuzione contro la decisione del Senato.

E siamo all’oggi: per la Corte costituzionale il gip non era titolato a fare ricorso, doveva essere semmai il Tribunale dei ministri, al quale invita a trasmettere l’incartamento. Solo che ormai è troppo tardi: proprio in questi giorni scatta la prescrizione. Quindi Giulio Tremonti è ormai definitivamente salvo.

Ma il caso vale anche come precedente per le inchieste future. E il rischio principale, come si osserva a Palazzo di Giustizia, è che il cortocircuito giuridico creato dalle argomentazioni del Senato diventi un grimaldello per far naufragare inchieste analoghe nei confronti di ministri ed ex. Con una magia ulteriore: non dover nemmeno sfoderare lo scudo dell’immunità parlamentare. Un colpo di spugna che politicamente sembra un delitto perfetto: non si nega l’autorizzazione a procedere, ma di fatto si cancella il reato negando che sia “ministeriale”.

Adesso resta da vedere se il Tribunale dei ministri, malgrado il caso sia sostanzialmente chiuso, intenda presentare a sua volta un ricorso. Almeno per far dirimere alla Consulta i mille nodi di una vicenda tanto ingarbugliata. Che vede comunque un indiscusso vincitore: Giulio Tremonti, che a prescindere da quello che succederà, può comunque già brindare al proscioglimento per prescrizione.

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