I dati del FMI mettono in risalto la gestione dei conti pubblici nel Bel Paese rispetto a quella dell’austera Germania.

Fare di necessità virtù. Potrebbe essere questo il motto che accompagna l’Italia nel suo difficile compito di rientro del#debito pubblico entro limiti di maggiore sostenibilità. E la virtù del lavoro svolto dai governi italiani è tutta evidenziata nei dati sulla #finanza pubblica raccolti dalFMI. Il saldo primario, cioè la differenza tra entrate e spese al lordo degli interessi sul debito pubblico, è considerato il termometro della capacità di un governo di gestire i conti pubblici. Nell’ultimo ventennio l’Italia ha avuto un#avanzo primario negativo in soltanto due occasioni e, mediamente, ha prodotto un avanzo maggiore addirittura a quello dell’austera Germania.

Avanzo primario: Italia batte Germania?

I dati del FMI parlano chiaro. Dal 1996 ad oggi il saldo primario italiano è stato mediamente pari al 2% del Pil, mentre quello tedesco si è fermato soltanto allo 0,7%. Riducendo l’analisi agli ultimi dieci anni i valori tornano ad essere più allineati, con l’Italia che produce un avanzo primario pari al 1,15% del Pil mentre la Germania fa poco meglio con 1,19%. Dalla crisi dei debiti pubblici dell’area Euro datata 2010, invece, l’Italia torna a primeggiare con un avanzo primario del 1,18% contro l’1,10% tedesco. Restringendo l’analisi soltanto alla differenza tra le entrate e le spese prima che siano sottratti gli interessi sembrerebbe che la salute della finanza pubblica italiana sia ampiamente sottovalutata, mentre quella tedesca fin troppo sopravvalutata. Tuttavia gli indicatori da considerare per una corretta analisi sono più d’uno e, soprattutto, bisogna distinguere tra la necessità e capacità di produrre un avanzo primario. Se per un Paese dalle finanze in salute produrre un saldo primario è un’attività che può considerarsi discrezionale, per chi, come l’Italia, ha da risanare i conti l’avanzo primario è l’unica cura possibile, ammesso che non si voglia ricorrere a traumatici interventi di ristrutturazione del debito pubblico (default).

Interessi sul debito e crescita economica

Le note dolenti per l’Italia giungono quando si parla di interessi sul debito. Il debito pubblico italiano, come tutti ormai sanno, è da diversi anni al di sopra della quota 100% del Pil. Una quantità così grande di debito produce ogni anno una consistente quota di interessi da pagare. L’avanzo primario riduce il valore assoluto del debito pubblico soltanto quando è maggiore della quota interessi. In caso contrario il debito si finisce pericolosamente per autoalimentarsi. E così sta purtroppo avvenendo. Nonostante gli sforzi dei governi italiani il debito pubblico cresce e tocca di anno in anno nuovi record. I bassi tassi di interesse e lo spread Btp-Bund contenuto stanno dando una boccata d’ossigeno ai conti, ma il contesto economico che ha spinto i tassi vicini allo zero comprime le aspettative di crescita dell’economia.

Ed è proprio nella crescita economica che dovrebbe sperare l’Italia per abbattere il rapporto debito/Pil che ne soffoca l’economia. Ma anche qui le buone notizie tardano ad arrivare e l’incertezza causata dalla Brexit preoccupa non poco il governo italiano. Introducendo nell’analisi gli interessi sul debito e la crescita economica il confronto con la Germania diventa da positivo ad imbarazzante. Nonostante la crisi l’economia tedesca è riuscita a ridurre il debito pubblico dall’82% dl Pil nel 2006 al 68% di oggi, mentre quello italiano nello stesso decennio è schizzato dal 104% all’odierno 132%. Attraversare una crisi economica producendo un saldo primario positivo non è un atteggiamento consigliato dai libri di macroeconomia. Ricercare la crescita economica senza investimenti pubblici è un percorso impervio. La divergenza tra i bilanci pubblici dei Paesi periferici dell’Europa e quelli centrali merita interventi su scala europea, prima che la situazioni diventi irrecuperabile.

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