Interrogato dai pm nel 2012, il manager disse di non ricordare la lettera che proteggeva la banca americana dai rischi legati al mancato o ritardato rimborso del prestito obbligazionario emesso per finanziare l’acquisizione di Antonveneta. Ma davanti al documento ammise: “La firma è mia”

Il consiglio di Monte dei Paschi di Siena ha nominato mercoledì Marco Morelli amministratore delegato della banca. L’articolo del Fatto con la ricostruzione del ruolo di Morelli nel 2008 nel prestito di 60 milioni da Mps, di cui era vicedirettore generale, al gruppo Btp di Riccardo Fusi, un amico di Denis Verdini, non ha influenzato le scelte ormai prese da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Nessuno ha chiesto spiegazioni a Morelli sul perché si fosse speso per quel prestito in tempi lontani, quando Giuseppe Mussari era presidente della banca e Denis Verdini era coordinatore del Pdl. Una perdita di una cinquantina di milioni di euro in una banca, che oggi ha lo Stato come primo azionista, meritava forse qualche attenzione. Anche perché i carabinieri nell’indagine su questa brutta storia (Morelli non è stato mai indagato) hanno sequestrato a Fusi un appunto dal quale emerge la ripartizione progettata dei 150 milioni prestati da quattro banche tra cui Mps, se ne caricava da sola 60 milioni. L’appunto si conclude con la scritta “Fossombroni 4 milioni e 200 mila euro” e “Denis 800 mila euro”. Fossombroni è il cognome da nubile della moglie di Verdini.

Nella loro informativa, i carabinieri annotavano che, per prestazioni diverse, sul conto di Verdini, due mesi dopo, il finanziamento arrivava a circa 700 mila euro da “persone fisiche e giuridiche, comunque interessate alla vicenda del finanziamento dei 150 milioni”. Coincidenze, quisquilie per Renzi e Padoan. Come quelle telefonate di Morelli pubblicate dal Fattonelle quali a perorare quel prestito con il neo ad Mps, su mandato di Fusi, èAndrea Pisaneschi, professore e avvocato senese, nominato consigliere Mps in quota centrodestra nel 2003 e poi presidente di Antonveneta nel 2008. Pisaneschi è sotto processo per false fatture a Firenze (come Verdini per la sua parte) in relazione a 400 mila euro presi insieme al fratello Niccolò Pisaneschi “per l’attività di lobbying prestata in favore del gruppo Fusi-Bartolomei” su Mps per il finanziamento da 150 milioni. Niccolò insieme allo studio Olivetti Rason, era stato scelto come consulente legale dal gruppo Fusi-Bartolomei nell’operazione. Per i tre legali era prevista una parcella a percentuale dell’uno per cento dei 150 milioni: 1,5 milioni. Cose vecchie. Oggi Andrea Pisaneschi, è nel Comitato per il Sì. Il coimputato di Verdini passa da promotore del prestito a Fusi a promotore delle riforme di Renzi con agilità.

Nelle carte di un altro procedimento penale, quello sull’operazione Antonveneta e Mps, c’è un’altra vicenda che merita di essere raccontata. Il 26 luglio 2012, Marco Morelli è stato sentito come persona informata dei fatti dal pm di Siena Antonino Nastasi. Il magistrato indagava sulle modalità anomale di finanziamento dell’acquisto di Antonveneta e quel giorno chiede a Morelli di alcune lettere di indemnity che accordavano alla banca Jp Morgan la copertura dai rischi derivanti dai rovesci finanziari (che poi si verificheranno) di Mps ai sottoscrittori di un prestito denominato Fresh.

La domanda chiave del pm Nastasi sulle indemnity al teste Morelli arriva subito. La risposta è fumosa: “Non ho seguito la vicenda e l’interlocuzione con Banca d’Italia. (…) Non ricordo se furono rilasciate indemnity a Jp Morgan per l’operazione Fresh. A questo punto – prosegue il verbale – l’Ufficio mostra al dichiarante indemnity datata 15 aprile 2008 su carta intestata Banca Mps con destinatario JP Morgan”. Morelli replica: “Adesso che me lo ponete in visione ricordo questo documento. La firma è mia. L’indemnity copre JP Morgan dalle conseguenze negative che avrebbe sopportato dal mancato o ritardato pagamento del corrispettivo dei titoli collocati”. Morelli qualcosa ricorda, però: “Posso dire con certezza che questo atto, prima della mia sottoscrizione, è stato valutato dall’ufficio legale della banca e da chi seguiva gli aspetti tecnici dell’operazione, altrimenti non lo avrei firmato (…) ho informato il direttore generale”. Infine ammette: “Non sono in grado di dire se il suddetto documento è stato trasmesso a Banca d’Italia”. Il manager si farà risentire dal pm per dire che quell’indemnity durava solo 24 ore. Il pm Nastasi, quando lo sente la prima volta, chiede a Morelli però anche di un’indemnity più ‘delicata’, rilasciata il 10 marzo 2009 a Bank of New York. Morelli non ricorda e il pm gli esibisce come al solito l’email del 12 marzo (ricevuta da Morelli) con allegata la lettera di indemnity.

Allora lui aggiunge: “Ricordo che alcuni giorni prima dell’assemblea parlai con Molinari (manager di Mps) circa i problemi sollevati da alcuni investitori e da Jabre (fondo che pretendeva l’indemnity, ndr) e valutammo cosa fare. Tra le possibili soluzioni vi era anche quella del rilascio di una indemnity a Bank of New York. Tale soluzione l’avevo rimessa alla valutazione di Molinari”. Anche stavolta conclude: “Non so se detto atto è stato trasmesso a Banca d’Italia”. Nel bilancio del 2013, proprio per rimettere a posto i conti mal rappresentati a causa di quell’indemnity, l’amministratore di Mps, Fabrizio Viola, ha dovuto fare una rettifica da 76 milioni di euro. Ora lo hanno indotto alle dimissioni. Invece Morelli, che per quella vicenda sarà sanzionato dalla Banca d’Italia e indagato a Siena ma prosciolto a Milano, dopo il trasferimento dell’inchiesta, è in sella.

Per la Bce è lui l’uomo giusto per guidare Mps. D’altro canto, proprio Jp Morgan è il partner individuato per aiutare la banca senese nella missione che oggi pare quasi impossibile, di trovare risorse per un aumento di capitale da 5 miliardi. In cambio di una commissione da centinaia di milioni. Gli investitori sono scettici, però il titolo Mps ieri è crollato ancora del 9,34 per cento a 0,2 euro per azione.

Annunci