La farsa continua: il Mose non passa nemmeno i collaudi

In questi giorni, a Venezia, si sta misurando il labile confine tra uno Stato pieno di problemi, ma in grado ancora di risorgere, e l’italica versione di una Repubblica delle Banane. Da quattro mesi sono in corso le sperimentazioni sulle barriere del Mose, la grande opera condita da tangenti multimilionarie che dovrebbe salvare la città dall’acqua alta. Finora tutto, o quasi, è andato storto. A fine maggio ha fatto cilecca un collaudo alla bocca di porto di Lido Nord­Treporti. I detriti, il fango e le cozze hanno bloccato due paratoie. La scena si è poi ripetuta a settembre nella prova svolta a Punta Sabbioni. La diga mobile che deve fermare le alte maree si è alzata, ma non è poi tornata sul fondo. È ovviamente auspicabile che il problema venga risolto per giugno del 2018 quando tutte le 57 barriere saranno al loro posto.

Un fatto lascia però senza fiato. I commissari messi ai vertici del progetto dopo lo scandalo mazzette, ammettono con onestà di non sapere “quanto verrà a costare la gestione del Mose”. Sul punto esistono solo delle stime. Posizionate in una forchetta larghissima: da 12 a 80 milioni di euro l’anno.

Traduciamo: gli italiani, 15 anni fa, hanno acquistato una macchina nuova, anzi un prototipo mai sperimentato. Il prezzo di listino era di un miliardo e mezzo di euro. Alla consegna hanno però sborsato quasi quattro volte tanto (5,5 miliardi) e adesso scoprono che, se tutto funziona, la manutenzione non costerà 3 milioni ogni 12 mesi come preventivato, ma una cifra forse 26 volte superiore.

Una classe politica in cui spiccano molti ladri, molti incompetenti e molti incapaci, dimostra così di cosa è capace. Non sono stati studiati i numeri e i dossier. Gli allarmi sono stati ignorati. Quando nel 2009 la Corte dei conti ha spiegato che i costi di gestione non si conoscevano, tutti hanno fatto spallucce. I progetti alternativi al Mose, meno cari e già sperimentati, sono stati scartati. Si è camminato a testa bassa come animati da una sola convinzione: non importa quanto spendiamo, intanto non sono soldi nostri.

L’ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che si è opposto inutilmente all’opera (a questa, ma non ad altre con tecnologia diversa) ha più volte rammentato come è andata. Ascoltando i suoi racconti è possibile ricordare che il consorzio è stato presieduto dal 1986 al 1995 da Luigi Zanda, l’attuale capogruppo Pd al Senato, e che nel 1990 in prima fila a sponsorizzare il Mose c’era il socialista Gianni De Michelis, uno dei protagonisti di Tangentopoli. Poi è arrivato il beneplacito di Romano Prodi e quello del suo successore Silvio Berlusconi.

Cacciari non lo stavano a sentire. Il grande ladro Giancarlo Galan, all’epoca presidente del Veneto, anzi lo sbertucciava. Vani sono poi stati pure i suoi appelli all’attuale premier Matteo Renzi perché, una volta esploso lo scandalo mazzette, qualcuno si mettesse a riflettere almeno sulla manutenzione.

Risultato: nessuno sa ancora con quali soldi verrà pagata. E per la verità nessuno nemmeno sa se il Mose funzionerà davvero. Sono molti gli esperti, gli ingegneri e i tecnici convinti che, comunque vada, la grande opera non servirà per salvare la città. Noi che di idraulica non ne capiamo niente ci auguriamo però che il Mose sia utile e funzioni. Speriamo che nel 2021, al termine dei tre anni di prova, tutte le risposte siano positive. Non per la faccia loro. Per la nostra. Se si fallisce a Venezia, falliscono gli italiani. E per tutti saranno solo cozze, fango e tante banane.

di Peter Gomez, Il Fatto Quotidiano 

 

Se i partiti del Mose mandano in vacca il Nord Est

di BRUNO DETASSIS

Bello lui, Francesco Storace. Dice: “Con l’Expo le tangenti sono arrivate anche al Nord”. Caro Francesco, non è roba di oggi. Se ci mettiamo anche l’inchiesta più recente sul Mose, con 35 arresti, 100 indagati e una richiesta di manette per Galan che ora passa al vaglio del Senato, il Bingo è completo. I partiti al Nord non sono diversi da quelli del resto d’Italia.

Il Veneto dopo la Lombardia è scossa dalla magistratura. Ai domiciliari il sindaco di Venezia, Giovanni Orsoni, in carcere l’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso. C’è trippa per gatti e ce n’è per tutti secondo i magistrati.

Qui non si tratta di immaginare un prima o un dopo. E neppure un Nord o un Sud. Questo è il sistema. Mentre la disoccupazione giovanile tocca anche il 46%, una ristretta cerchia di signorotti, mangia. E ci fa crepare di fame, ci obbliga a non avere una pensione, a lavorare fino a 70 anni per mantenere il loro grasso matrimonio greco. Da Magna Grecia.

I grandi appalti sono come il miele per le mosche. Anche nel Nord Est. Da oggi locomotiva anche delle tangenti grazie alla vecchia classe politica, al vecchio modo di gestire gli appalti.

 

Sulle presunte tangenti pagate per gli appalti del Mose il sistema di dighe mobili per la salvaguardia di Venezia, si apre così una voragine giudiziaria.

Manette anche per il consigliere regionale Pd Giampietro Marchese, per il presidente del Coveco, cooperativa impegnata nel progetto Mose, Franco Morbiolo, per il generale in pensione Emilio Spaziante, per l’amministratore della Palladio Finanziaria spa, Roberto Meneguzzo. Devono a vario titolo difendersi dalle accuse di corruzione, concussione, riciclaggio. Sono tre anni che le Fiamme Gialle indagano, dopo soprattutto   l’arresto di Piergiorgio Baita, ai vertici della Mantovani, società padovana colosso nel campo delle costruzioni. Dopo qualche mese l’arresti di Giovanni Mazzacurati, l’ingegnere “padre” del Mose. Ora la catena di arresti che segna lo sviluppo di una Tangentopoli veneta.

Una tangentopoli dalle larghe intese che abbraccerebbe, secondo il teorema della Procura, politici, amministratori privati e pubblici, uomini dell’apparato di sicurezza dello Stato. Un sistema.

L’ordinanza del Gip, come è stato ilustrato in Procura, è lunga 700 pagine “e molto ben documentata nelle prove da cui la severità dei provvedimenti”, ha osservato il procuratore aggiunto Carlo Nordio.

Le indagini proseguiranno con gli accertamenti fiscali, ha detto il procuratore capo di Venezia Luigi Delpino spiegando che l’eventuale evasione fiscale collegata allo scandalo delle tangenti per il Mose è ancora da accertare. “Non posso sapere se ci saranno altri arresti”, ha affermato Delpino, ma la probabilità non sembra remota. Il generale della Guardia di finanza Bruno Buratto a capo delle operazioni, ha illustrato per sommi capi il meccanismo, il sistema che vigeva da anni nell’ambito della realizzazione del Mose. “Abbiamo individuato 25 milioni di euro di fondi neri -ha detto- creati da societa’ all’estero (Svizzera e San Marino) ricollegabili al Cvn. Si tratta di complesse operazioni di sovrafatturazione di operazioni inesistenti, false consulenze, stipula di falsi atti. I soldi ottenuti servivano per alimentare la corruzione di uomini politici, funzionari. Molti corruttori compartecipano come soci alle società create ad hoc per le operazioni illegali”. Il generale Buratto ha spiegato anche che fino ad oggi sono state eseguite verifiche fiscali “solo” su 3 società con l’individuazione di 15 milioni di euro di fatture false, di questi 9 mln sono già stati recuperati”.

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