Uno dei principali ideologi dell’euro, Jacques Attali, nel 1985, nella fase conclusiva del dibattito sul trattato di Maastricht, afferma testualmente: “il nostro obiettivo principale è di distruggere per sempre qualunque capacità industriale al di fuori della Germania e della Francia”.………

 


La cupa storia
 della costruzione del Nuovo Ordine europeo non è comprensibile se non si chiarisce una questione di base: perché i pianificatori dell’euro hanno deciso di estendere l’unione monetaria europea a Paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna, e poi ad altri, come alcuni paesi dell’Europa orientale?
Il fatto è che dovevano risolvere una contraddizione di fondo, sintetizzabile così: “Con l’euro noi distruggeremo il consumo e il potere d’acquisto nelle economie nazionali della Germania e della Francia: che ne sarà, dunque, dei profitti?

Ebbene, la soluzione c’era: l’esportazione.

Sì, ma l’esportazione dove?
C’è un fatto fondamentale che troppe persone ignorano: i tedeschi erano estremamente riluttanti ad entrare nell’unione monetaria; c’è stato un periodo, soprattutto durante i primi anni ’70, in cui la politica monetaria e fiscale era molto più espansionistica in Germania che non in Francia; perché dunque il regime di Mitterand ha obbligato la Germania ad entrare nell’Unione? La risposta è semplice: il governo Kohl era finanziato da fondi segreti francesi; e non è tutto: c’era un Paese che era odiato dall’establishment francese da moltissimo tempo, e questo Paese era proprio l’Italia; l’ossessione dei tecnocrati francesi era proprio quella di distruggere la base industriale dell’Italia; non per nulla hanno sempre accusato i governi italiani di essere troppo morbidi relativamente ai salari, ai sindacati e al potere d’acquisto.
Come si poteva distruggere l’economia italiana? Semplice: imponendo una rivalutazione della valuta; e quando l’Italia decise di adottare l’euro [imposto da Prodi, N.d.R.], questo avvenne in concomitanza con la decisione di una rivalutazione di almeno il 45% dei prezzi; perciò, di colpo, gli italiani si ritrovarono a non poter più esportare al di fuori dell’eurozona.
Mi fa ridere quando la gente in Italia dice: “Ma se abbandoniamo l’euro come faremo? Sarà un incubo!”. Ma se l’italia è stata completamente distrutta dall’euro!
Immaginatevi i prezzi relativi dell’industria italiana, per esempio sul mercato americano: con un aumento improvviso del 40%, era chiaro che le esportazioni italiane sarebbero crollate da un giorno all’altro.
Messa fuori gioco l’Italia, a questo punto si decise di sedurre anche la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, per gli stessi motivi: aumentare le esportazioni.
Si trattava di Paesi senza alcuna base industriale, oppure la cui base industriale era completamente distrutta dall’impatto della valuta: in questo modo l’Italia, la Grecia, in generale l’Europa meridionale, l’Europa orientale, sono diventati praticamente come dei mercati coloniali per la Germania e per l’industria tedesca e francese.

Anche l’ignoranza gioca un ruolo negativo nella comprensione del fenomeno-euro: spesso infatti la gente dà questa spiegazione del successo tedesco: “I Tedeschi sono molto qualificati, fanno tutto bene: è giusto che abbiano successo.”

Già, ma c’è tutta la situazione storica precedente da considerare: pochi sanno infatti che il cosiddetto “miracolo tedesco” dev’essere fatto risalire al regime nazista. Si tratta di una questione lasciata in ombra praticamente da tutti, che ho studiato approfonditamente insieme con Annie Lacroix-Riz, l’unica storica francese che abbia avuto il coraggio di affrontare questo genere di problematiche.
Durante il periodo nazista l’industria tedesca aveva tratto beneficio innanzitutto da una manodopera quasi schiavizzata: il livello dei salari era crollato anche del 60% e durante la guerra le aziende tedesche avevano beneficiato anche della manodopera schiava assunta dalle SS dai campi di concentramento; al tempo stesso il regime investiva miliardi e miliardi di quel tempo nell’industria, creando basi tecnologiche veramente molto avanzate per l’epoca, talmente avanzate da non essere ancora fruibili fino a più di 10 anni dopo la guerra; e lo stesso è avvenuto in Francia.

 

Ma torniamo ai signori dell’euro. Restavano comunque molti altri problemi da risolvere per loro: bisognava distruggere le esportazioni e distruggere l’economia interna dell’Italia e della Grecia, ma da dove sarebbero arrivati, poi, gli introiti? 
La risposta a questa domanda è molto semplice: se consideriamo i dati aggregati delle esportazioni nette dalla Germania e dalla Francia fin dall’inizio dell’eurozona, vediamo che i livelli sono identici ai deficit aggregati di Stato dei Paesi dell’Europa meridionale e orientale; pertanto la Grecia, l’Italia, la Spagna, hanno fornito dei profitti netti illimitati all’industria francese e tedesca; l’85% delle esportazioni tedesche nette, e questo vale anche per la Francia, sono all’interno dell’eurozona, ed è per questo che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non accetteranno mai pacificamente il fatto che la Grecia o l’Italia abbandonino l’eurozona, appunto perché lecorporation, le grosse aziende francesi e tedesche, si troverebbero improvvisamente a secco di utili.

È quindi assurdo sentir accusare Paesi come l’Italia e la Grecia di essere responsabili dei propri deficit: senza il deficit dell’Italia e della Grecia, la situazione delle aziende francesi e tedesche sarebbe già di bancarotta.

Uno dei principali ideologi dell’euro, Jacques Attali, nel 1985, nella fase conclusiva del dibattito sul trattato di Maastricht, afferma testualmente: “il nostro obiettivo principale è di distruggere per sempre qualunque capacità industriale al di fuori della Germania e della Francia”.

E questo, dal suo punto di vista, si può capire.
Rimane invece il problema del perché i governi del vostro Paese, della Grecia e della Spagna, abbiano accettato un suicidio di questo tipo, o meglio abbiano accettato di suicidare le proprie economie, le proprie società; è questo il vero problema. E qui si apre la questione della corruzione e dell’ignoranza: non dobbiamo mai dimenticare che si è trattato di un periodo in cui la Francia spendeva moltissimo per acquisire l’appoggio dei vostri politici e dei vostri tecnocrati della classe dominante.

Se mi domandate i nomi dei politici italiani pagati dai tecnocrati francesi, debbo dire che su questo punto sono d’accordo con Annie Lacroix-Riz: si tratta di tutti i democristiani degli anni ’70, con un impatto molto forte della Chiesa e del Vaticano; non dobbiamo mai dimenticare che fin dall’inizio la Chiesa ha svolto un ruolo fondamentale nella costruzione dell’Europa.

[Subito dopo il prof. Parguez consegnerà a Paolo Barnard l’elenco scritto dei nomi dei principali responsabili, che Barnard leggerà in pubblico: Romano Prodi, Mario Draghi, Carlo Azeglio Ciampi, Mario Monti e, “il peggiore di tutti”, Massimo D’Alema, grande amico personale del banchiere tecnocrate Jaques Attali; inoltre l’Opus Dei e, com’era scontato, alcune logge massoniche, N.d.R.].
La storia però è per certi versi ormai compiuta: l’Unione Europea è stata creata ed è un dato di fatto; adesso abbiamo un’altra questione da affrontare, e cioè la cosiddetta crisi finanziaria generata dal debito pubblico.
Nel corso di svariati dibattiti amichevoli con gli economisti americani della MMT, io ho ripetuto più volte che tale evento non può essere considerato come una crisi da instabilità finanziaria secondo l’analisi di Minsky: Minsky non avrebbe mai immaginato che il debito pubblico potesse generare quello che si potrebbe definire come la nuova peste nera che sta dilagando per l’Europa.
Che cosa è successo? Che i fautori del sistema dell’euro avevano in mente il ritorno ad un qualche modello di economia neoagraria, diciamo di tipo evoluto, come prima dell’avvento della rivoluzione industriale, e quindi hanno tagliato la spesa pubblica; il regime di Mitterrand nel 1983 aveva avviato un programma deflazionistico: quel programma fu il primo ad essere mirato esplicitamente ad un incremento a lungo termine della disoccupazione, senza alcuna speranza di poter poi ritornare alla piena occupazione.
Ma qual è stato il risultato? Che il settore privato improvvisamente ha smesso di investire: gli investimenti privati interni in Germania e in Francia hanno cominciato a crollare, e adesso siamo sottozero; i consumi sono crollati a loro volta, il gettito fiscale è crollato di conseguenza; e quindi i governi un po’ dovunque nell’eurozona hanno dovuto gestire delle situazioni di deficit; ma si trattava di deficit inattesi e indesiderati, che non rappresentavano la controparte, diciamo così, di una spesa produttiva; e sono stati sorpresi semplicemente perché ignoravano i fondamenti dell’economia moderna: non avevano mai sentito parlare di Abba Lerner e di finanza funzionale.
Ormai, però, questi deficit esistevano e andavano gestiti; sennonché i governi non avevano più alcun controllo sulla creazione della moneta, e a questo punto erano obbligati (e, debbo dire, erano anche molto felici di esserlo, perlomeno in Francia e in Germania) ad andare a chiedere soldi ai cosiddetti mercati dei bond o titoli di Stato.
Ma che cosa sono i cosiddetti mercati dei bond? Chiariamolo: è un “cartello” composto dalle banche più importanti di Francia e Germania; non esiste la minima concorrenza fra le banche appartenenti a questo cartello.

I governi sono stati obbligati ad accumulare il debito e le banche si sono buttate sui titoli di Stato; perché? Perché non c’era più la volontà da parte delle aziende tedesche e francesi di chiedere credito (e quindi di indebitarsi). Il debito di Stato quindi si è trasformato in una specie di cornucopia per le banche, che potevano imporre i tassi di interesse che volevano.
Pertanto i tassi di interesse, dall’inizio degli anni ’70, hanno toccato livelli mai raggiunti fin dagli ultimi giorni dell’Ancien Regime: come a dire che in pratica siamo ritornati ai tempi di Maria Antonietta e di Luigi XVI.
C’erano però dei problemi anche seri: se da una parte il debito pubblico è diventata la fonte principale di reddito per le banche, dall’altra parte però lo Stato veniva considerato come un’azienda cattiva, sempre sull’orlo del fallimento, e quindi il valore reale del debito è crollato. Adesso quindi ci troviamo ad entrare nel grande mistero della nuova peste nera, la crisi del debito pubblico.
È partita dalla Grecia: ma perché?


La Grecia non si è affatto comportata in maniera sorprendente: 
il governo greco è stato obbligato ad aumentare la spesa, dato che il settore privato in Grecia era completamente assente, ma la Grecia era comunque da sempre un Paese economicamente debole; le banche hanno cominciato a subodorare la possibilità che ci fosse un cambiamento di politica economica; e quindi che cosa hanno fatto? Hanno aumentato i limiti della bancarotta dello Stato greco di fronte alla possibilità di default da parte dei Greci. Hanno “dimenticato” che il problema defaultera sempre esistito per la Grecia…
Ma quello che avevano in mente e che temevano non era assolutamente il default: il loro piano era ben altro: era quello di imporre uno sfruttamento finanziario sempre più terribile in tutta Europa [concretizzatosi poi in mostruosità come il MES e l’ERF o “Redemption Fund”, N.d.R.]. Le banche non vogliono la restituzione del debito: che cosa se ne farebbero di tutti quei soldi? [Non dimentichiamo che si tratta di moneta “fiat”, priva di valore intrinseco, N.d.R.]. Non se ne farebbero niente. Quello che vogliono è avere un reddito.
La peste nera è partita dalla Grecia e si è diffusa, un po’ come nel Medioevo; si è diffusa dilagando in tutta l’Europa; e se di crimine si deve parlare, si tratta di un crimine perpetrato dai governi francese e tedesco, che hanno ceduto completamente la propria sovranità al mercato dei bond. È stata un’abdicazione totale. 
Come hanno potuto farlo? Lo hanno fatto avviando una corsa mortale alla deflazione
; e adesso ci troviamo ad attraversare la fase più terribile di crollo e di morte dell’economia europea. Per mantenere il patrimonio netto delle banche i governi impongono la deflazione, e la deflazione produce altra deflazione in una spirale senza via d’uscita: ed effettivamente, questo è l’inizio della fine per il sistema.

 

 

Fonte:

http://economiaepotere.forumfree.it/?t=61022608

 

Alain Parguez è professore emerito di Economia First Class all’Università Franche-Comté di Besançon (Francia) nelle facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Politiche. Tra gli altri titoli accademici: è docente di Statistica e Scienze Economiche all’Università di Parigi, nel 1973 ha conseguito due tesi di dottorato, negli Stati Uniti è membro della “Eastern Economic Association” e del Dipartimento di Economia all’Università di Ottawa. E’ autore di diversi saggi sulla politica monetaria, sulla politica economica e sulla concezione della crisi. Dal 1984 al 1996 è stato direttore del periodico “Monnaie et Production”. E’ l’ideatore della Theory of the Monetary Circuit, di ispirazione post -keynesiana, a cui ha dedicato buona parte della propria carriera, e attualmente sta ultimando la stesura di questa vasta e dettagliata ricerca.

 

Con l’euro finiamo nella guerra civile

Jacques Sapir

par Jacques Sapir · 30 août 2016

Testo gentilmente tradotto da Etienne Ruzic

 

La questione della compatibilità tra l’Euro e un sistema democratico si pone oggi con particolare acutezza. Questa moneta ha imposto alla Francia di cedere la propria sovranità monetaria ad un’istituzione non eletta, la Banca Centrale europea. Quest’ultima le impone ora di cedere alla Commissione europea, anch’essa non eletta, intere fasce di politica fiscale e di bilancio. Cosa rimane dunque del patto politico che richiede che il consenso alle imposte abbia come contropartita il controllo sovrano della rappresentazione del popolo sul bilancio del Paese?

Questo processo era già iniziato nel periodo precedente (dal 1993 al 1999) con l’istituzione di uno status di indipendenza della Banca di Francia. Ma esso aveva senso solo in ragione dell’imminente attuazione dell’Euro. Possiamo comunque costatare che questo primo abbandono della sovranità fu decisivo.

La perdita della sostanza democratica generata dall’Euro ha conseguenze drammatiche per il nostro Paese. Questa perdita provoca la corrosione inevitabile del patto repubblicano e, a causa delle sue conseguenze, rischia di portarci verso la guerra civile.

 

L’Euro prima dell’Euro

L’indipendenza della Banca di Francia, instaurata dopo il trattato di Maastricht, è stato un passo decisivo nella perdita della sovranità monetaria. Tuttavia, l’indipendenza delle banche centrali deriva in realtà dalla sua attuazione. Ora, le conseguenze alle quali porta questo primo abbandono della sovranità sono sono ancora più importanti dell’abbandono stesso. Una volta che avete lasciato ad altri la scelta della politica monetaria, dovete ammettere che questi “altri” determineranno con le loro azioni le regole fiscali che dovrete seguire. Privato della libertà di far variare i parametri della politica monetaria, il governo perde uno degli strumenti principali di politica economica. Ma in parte perde anche il controllo delle sue risorse fiscali, poiché queste ultime sono strettamente correlate al livello di attività economica oltre che ai tassi di inflazione. In effetti, le risorse fiscali sono di quantità nominali (e non gli effettivi quantitativi). Più il tasso di inflazione è alto, più le risorse fiscali saranno grandi. Si noti, infine, che una parte del deficit pubblico costituisce un « debito » simile a quello di agenti privati che facciano un mutuo per avviare un’attività produttiva. Si pone quindi la questione del suo riacquisto, in totalità o in parte, da parte della Banca centrale. Ma questo, l’Euro lo vieta.

 

Le conseguenze politiche dell’Euro

Non potendo più allineare la politica monetaria con i bisogni dell’economia, il governo scopre che deve piegarsi a norme rigorose in materia di bilancio e in materia fiscale. Se oramai è un potere esterno che stabilisce la politica monetaria, bisognerà, a termine, che lo stesso potere fissi le regole di bilancio e fiscali. Questo è ciò che ha istituzionalizzato il TSGT, o trattato sulla stabilità, coordinamento e governance, adottato nel settembre 2012. Se il processo di bilancio sfugge al controllo del governo, avverrà la stessa cosa per il processo fiscale. Ora, il fondamento di QUALUNQUE democrazia risiede nel fatto che la rappresentazione del popolo, il parlamento – e solo lui-, deve avere l’ultima parola in fatto di bilancio e fiscalità. Siamo quindi tornati alla situazione precedente al 1789. Il collegamento tra il cittadino e il contribuente è stato interrotto.

 

L’Euro e la crisi politica

È la causa della crisi della democrazia. Si manifesta prima come grande astensione alle varie elezioni. Si manifesta anche con il ripiegarsi verso diverse comunità e l’ascesa del « comunitarismo ». Ora, questo aumento del comunitarismo prende una piega tragica con gli attentati degli « jihadisti » sul territorio nazionale. Da questo punto di vista, la situazione è stata aggravata dal lassismo e dalla compromissione dello Stato e di alcuni suoi eletti, per clientelismo [1], con i rappresentanti di questa ideologia.

Si deve imperativamente porre fine a queste pratiche. La politica di abbandono della politica da parte dei politici non può che condurre il Paese alla tirannia o alla guerra civile. Ma questo impone di rendere ai politici i mezzi per agire in tutti i campi.

I francesi, sentendosi ormai sempre meno cittadini, soprattutto perché si continua a sprecare questa parola in lavori che sono anch’essi contro-sensi, si piegano su cio’ che sembra offir loro protezione: comunità religiose, comunità di origine… In tal modo si precipitano verso la guerra civile. Questa è la critica più radicale che possiamo fare all’Euro: di strappare in modo decisivo il tessuto sociale e di montare i francesi gli uni contro gli altri. Nella logica dell’Euro, l’unico futuro possibile è quello descritto da Hobbes: la guerra di tutti contro tutti.

Se prendiamo quindi in considerazione tutti gli aspetti, sia economici, che sociali, fiscali, ma anche politici, l’Euro ha avuto, da quasi 17 anni a questa parte, un ruolo estremamente negativo. Levando ai governi i mezzi per agire, accredita l’idea della loro impotenza. Non abbiamo ancora finito di pagarne il prezzo.

 

[1] Vedere Pina v., Silenzio colpevole, Parigi, Kero, 2016

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