Piccolini Barilla: la storia della pasta che i bambini non possono mangiare

Dopo cinque anni torna la polemica sulla Barilla e sui Piccolini, ma nel frattempo sono cambiate parecchie cose, e lo dimostra un’analisi de Il Test-Salvagente

Sta circolando in queste ore un post di Angelo Consoli – presidente e fondatore di CETRI-TIRES – dove si denuncia il fatto che laBarilla metta in vendita una pasta, i Piccolini, che nelle intenzioni dell’ufficio marketing è destinata ai più piccoli ma che nella realtà dei fatti, come sottolinea un disclaimer sulle confezioni, non è adatta all’alimentazione della prima infanzia. Consoli spiega che il motivo per cui i bambini non possono mangiare i piccolini è che “i livelli di mico tossine del grano ucraino comprato dalla Barilla per risparmiare e fare più profitti sulla pelle dei consumatori sono superiori ai livelli consentiti dalle norme di sicurezza alimentare per esseri umani inferiori a tre anni“. Diciamolo subito, Consoli non è un complottista, anzi. E quello che dice è in parte vero. Ma ci sono alcune precisazioni da fare.

Non è una pasta per bimbi? No, così come tante altre

Quello che scrive Consoli non è proprio una novità ma non è del tutto vero, ma siccome ultimamente la Barilla è diventato un bersaglio troppo facile andiamo con ordine e cerchiamo di capire come mai sulle confezioni di Piccolini Barilla sia scritto “per grandi e bambini sopra i 3 anni“. Sembra proprio uno di quegli avvisi che si mettono su ceri giocattoli “non adatti ai bambini di età inferiore ai trentasei mesi”. In questo caso non si tratta del rischio che i bambini possano soffocarsi con la pasta ma di un problema relativo alla presenza di micotossine. La vicenda non è nemmeno una novità, era emersa già nel 2011 quando i piccolini furono lanciati sul mercato. A portare alla luce il problema furono il Fatto Alimentare che parlò apertamente di pubblicità ingannevole e Trashfood del novembre 2011 che spiegò come il caso venne alla luce dopo che la Plasmon pubblicò questa pubblicità comparativa tra i suoi prodotti e quelli “per l’infanzia” della Barilla. Trovata pubblicitaria che aveva lo scopo di difendere la posizione di una ditta che da sempre si occupa di alimentazione per l’infanzia dai timidi tentativi di Barilla di erodere una fetta di quel mercato. A “preoccupare” la Plasmon non solo i livelli di pesticidi ma anche quelle di micotossine che nei Piccolini Barilla sarebbero superiori alla soglia massima consentita per gli alimenti destinati all’infanzia, ovvero alla fascia d’età tra zero e tre anni. Secondo le analisi di Plasmon nei Piccolini il Deossinivalenolo, la micotossina nota con il nome di Don (che è la micotossina più diffusa nel frumento europeo e non solo ucraino) è di 340 Mg per Kg, mentre il livello massimo negli alimenti per l’infanzia è di 200 Mg per Kg.

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Le altre paste italiane e le micotossine

Da parte sua la Barilla all’epoca replicò che nessuno dei suoi prodotti è specificatamente inteso per l’alimentazione dei bambini sotto i tre anni, i Piccolini più che un alimento per l’infanzia vero e proprio sono un prodotto che ammicca all’alimentazione per bambini. Ed infatti già a dicembre 2011, per rispondere alle accuse di pubblicità ingannevole, la Barilla decise di inserire quel disclaimer che tanto fa indignare ora laggente.

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Ma è davvero la Barilla l’unica azienda “criminale” che vuole fare profitti sulla pelle dei consumatori? Innanzitutto bisogna fare una precisazione: in Europa ci sono due distinti livelli di sicurezza alimentare per quanto riguarda le micotossine, uno per gli adulti, e uno per i bambini. Nei prodotti esplicitamente rivolti ai bambini (come è il caso della Plasmon) va da sé che si debba rispettare il secondo, più restrittivo. Per tutti gli altri invece è sufficiente attenersi alle linee guida del primo. Ne consegue che tutte le marche di pasta “per adulti” possano avere livelli di micotossine più alti. E naturalmente il problema può essere che la pasta per adulti potrebbe essere somministrata anche ai bambini. Questo vale per qualsiasi altro tipo di pasta, non solo per la Barilla. Ma quanto Don c’è nella pasta che serviamo sulle nostre tavole? A cercare di fare chiarezza arriva l’ultimo numero de Il Test, che raccoglie l’eredità de Il Salvagente. Manco farlo apposta la rivista ha testato quindici marche di pasta italiana per verificarne la qualità e la presenza di micotossine. Il risultato? In tutte è stata riscontrata la presenza di Don, in quantità variabili ma comprese entro i limiti stabiliti dalla normativa europea per la “pasta per adulti” (fa ridere chiamarla così ma è per non creare confusione). Secondo Il Test la pasta con la concentrazione più bassa di Don è la De Cecco con 28 ppb (parti per miliardo) mentre la più alta (497 ppb) è contenuta negli spaghetti Delverde. Ecco la lista di marchi la cui concentrazione di Don supera il livello di 220 ppb stabilito per la pasta per l’infanzia.

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Come vedete la Barilla non è nemmeno presente tra le prime cinque, forse dal 2011 ad oggi qualcosa è cambiato, oppure Il Test ha esaminato solo la pasta normale e non il formato Piccolini. Oppure i test comparativi della Plasmon avevano qualcosa di sbagliato (vatti a fidare della concorrenza) del resto anche le tracce residue di pesticidi (ad esempio di Piperonil Butossido) sono diverse, nelle analisi de Il Test sono stati rilevati 0,016 mg per kg. La replica di molte aziende è che i loro prodotti non sono destinati all’infanzia e quindi non sono tenute a produrre pasta con i livelli di Don più bassi né ad indicarlo in etichetta. Per quanto riguarda la normativa la pasta prodotta in Italia (e analizzata da il Test) è perfettamente in regola sui livelli di micotossine. Dire che la Barilla “fa soldi sulla pelle dei consumatori” è un’affermazione che non tiene conto del fatto che molte altre aziende hanno livelli simili, se non superiori di Don. E soprattutto del fatto che la pasta non viene commercializzata come prodotto per l’infanzia. L’errore della Barilla, di pubblicizzare i Piccolini come una pasta “per i più piccoli” è stato corretto dalla dicitura riportata sulla confezione. Disclaimer che dovrebbe essere però presente anche sulle confezioni di altri marchi. Ci sarebbe poi la questione del grano ucraino (si sa che l’Ucraina, un tempo granaio d’Europa, evoca scenari apocalittici) una nota della Barilla pubblicata da Il Test specifica la provenienza del grano duro utilizzato per la produzione della pasta: 450mila tonnellate vengono acquistate in Italia il resto proviene da Turchia (140mila tonnellate), Stati Uniti e Canada (327mila tonnellate) e Grecia (60mila tonnellate). Insomma quello che si può rimproverare oggi alla Barilla è di aver adottato tecniche di pubblicità ingannevole, ma l’azienda si è corretta e ha messo un annuncio che non è presente sulle confezioni di altri prodotti. E la Barilla non è l’unica pasta per adulti che potrebbe essere data da mangiare ai bambini.

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