23 Agosto 1927: lo Stato del Massachussets assassinava Sacco e Vansetti

il

di Pino Aprile (da “Giù al Sud”)
«Era un uomo buono» dice. Ed è la prima cosa che dice. La voce scende a un tono materno, addolcito. La signo­ra è circondata da giovani che la trattano con attenzione particolare; mi verrebbe da dire: di rispettoso soccorso, come per persona veneranda. Suo zio, quell’uomo buono, pugliese di Torremaggiore, emigrato negli Stati Uniti, fu giustiziato sulla sedia elettrica, per rapina e duplice omi­cidio. Aveva trentasei anni ed era sano e forte, nonostante i patimenti dei mesi prima della morte e lo sciopero della fame; sopravvisse alla prima scarica elettrica tra i 1.800 e i 2.000 volts; resistette pure alla seconda; si apprese, con raccapriccio, che solo la terza riuscì a ucciderlo (avete vi­sto Il miglio verde?).
Nelle ultime ore prima di morire, scrisse a suo figlio («Non dimenticare di amarmi un poco»), per consegnargli il proprio testamento morale: «Ricordati sempre, Dante, nel gioco della felicità, non prendere tutto per te, ma scen­di di un passo e aiuta i deboli che chiamano al soccorso, aiuta le vittime e i perseguitati». Quand’era ragazzo, sof­friva per i mietitori d’Abruzzo che dormivano all’aperto, finché non avessero atterrato tutto l’immenso grano del Tavoliere; e per i drammi dell’8 settembre, la data entro cui, allora, si doveva pagare l’affitto per l’anno intero e chi non poteva, via, per strada, con le sue poche cose, o in cerca dell’ospitalità di un parente, con tutta la vita cacciata di casa su un carretto, e la vergogna esibita all’intero paese.

Ferdinando Sacco, detto Nicola, fu giustiziato, e con lui Bartolomeo Vanzetti, piemontese, il 23 agosto del 1927, undici minuti dopo la mezzanotte del 22, per un delitto che non aveva commesso, come era evidente a tutti. Fu un omicidio di Stato; lo Stato del Massachusetts. «Io sono della classe degli oppressi, voi siete degli oppressori» furo­no le ultime parole di Sacco ai suoi corrotti giudici.
Ci furono proteste in tutto il mondo. Lo stesso presi­dente degli Stati Uniti, Roosevelt, disse che quel «fantasma continuerà ad agitare l’America per decenni». «Liberate­li», era scritto sui cartelli dei manifestanti che scesero nelle piazze e per le strade, in difesa dei due italiani, a milio­ni, in tutto il mondo, «e salvate il Massachusetts. L’onore dell’America muore con Sacco e Vanzetti.»

Non servì a nulla. Cinquantamila persone seguirono le due bare. «Bisogna fare di tutto, perché il tragico ca­so di Sacco e Vanzetti sia mantenuto vivo nella coscienza dell’umanità» ammonì Albert Einstein, dopo la loro sop­pressione. Prove e testimonianze dell’innocenza dei due italiani vennero negate; nemmeno la tardiva confessione di un gangster, sulla paternità del delitto, si volle prendere in considerazione.
Per tutta la vita, Sabino Sacco chiese la revisione del processo e la riabilitazione del fratello Nicola e dell’amico Vanzetti. Rinnovava la richiesta a ogni presidente degli Stati Uniti, appena eletto. Aveva novantadue anni quando lo fece l’ultima volta, presidente Gerald Ford: «Non ho molto tempo da vivere. Dopo di me, chi porterà avanti questa battaglia?».
Maria Fernanda Sacco nacque cinque anni dopo la mor­te di suo zio sulla sedia elettrica («Era il più bello della famiglia»). Ultima dei cinque figli di un fratello di Nicola rimasto a Torremaggiore, toccò a lei continuare a dire al mondo che il nome di suo zio era pulito, come le sue mani; mentre erano quelle dei suoi giudici a essere sporche di sangue, come l’onore perduto del Massachusetts.

Maria Fernanda Sacco ha molto speso, di sé, perché quella storia di una ingiustizia avesse una conclusione giu­sta e insegnasse qualcosa a tutti. Ed è stata infine ricom­pensata, la nipote dell’anarchico pugliese sconfitto inno­cente da chi pensava di poter fare scempio di lui e della legge, pur di vincere per “un principio” (salvare gli Stati Uniti dall’anarchismo e dal socialismo). Maria Fernanda ce l’ha fatta a vivere un giorno grande, un giorno negato a suo padre e a tutti i suoi parenti della precedente genera­zione: il 19 luglio del 1977, mezzo secolo dopo l’assassinio di Nick e Bart, il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, pagò il debito di giustizia del suo Stato nei con­fronti dei due italiani e, con un atto solenne, dichiarò:
«che ogni stigma e ogni onta
vengano per sempre cancellati
dai nomi di
Nicola Sacco e
Bartolomeo Vanzetti
dai nomi delle loro famiglie
e dei discendenti
e dal nome dello Stato
del Massachusetts».

I due italiani «non ebbero un processo equo» proclamò Dukakis, nella State House. «Il giudice e il procuratore erano prevenuti contro gli stranieri e i dissidenti.» Da al­lora, nello Stato del Massachusetts, per decisione del go­vernatore, il 23 di agosto è il giorno della memoria in ono­re di Sacco e Vanzetti. («Una volta morti, non ne parlerà più nessuno» aveva assicurato il procuratore Frederick Katzman all’allora governatore Alvan T. Fuller. Oggi, se ne parla ancora, procuratore, e la vergogna resta sui vostri nomi e su quello del giudice Thayer.)

E, finalmente, Spencer Sacco, terzo figlio di Dante (cui papà Nicola scrisse: «Non dimenticare di amarmi un poco»), «venne a Torremaggiore con un’interprete america­na per conoscere il resto della famiglia» annota Maria Fer­nanda nel suo libro. E lei andò negli Stati Uniti, a Boston, nell’aula di tribunale in cui suo zio fu condannato con pro­ve false; un magistrato le permise di sedersi sul seggio che era stato del giudice Thayer; poi, la condusse in un’altra aula: al muro, una foto di Sacco e Vanzetti, a ricordare, a chi decide della vita e (negli Stati Uniti) della morte degli altri, l’onta che pesa su quel tribunale.

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