Dai verbali di Pierluca Locatelli, l’imprenditore finito in carcere per una mazzetta dal 100mila euro all’ex vicepresidente della giunta regionale, gli affari che ruotavano attorno al Celeste e al suo entourage

di EMILIO RANDACIO

C’era una «rete» intorno al presidente Roberto Formigoni durante il suo mandato da governatore della Lombardia. Uomini a lui vicini, che condividevano le stesse passioni politiche, che facevano a gara per presentargli imprenditori da sponsorizzare, ditte da favorire, gare d’appalto da fare su misura. Di questo i pubblici ministeri Antonio D’Alessio e Paolo Filippini si sono convinti anche dopo aver interrogato per giorni Pierluca Locatelli, l’imprenditore bergamasco finito in carcere nel novembre 2011, pochi secondi dopo aver fatto recapitare all’allora vicepresidente regionale, Franco Nicoli Cristiani, una bustarella con dentro 100mila euro in contanti.

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L’organizzazione della rete intorno alla presidenza della Regione, la spiega proprio l’imprenditore il 31 gennaio 2012 in uno dei tanti faccia a faccia con i magistrati. Locatelli è socio della ditta che a Cappella Cantone, in provincia di Cremona, da «55 mesi» attende il via libera alla trasformazione di una cava per lo smaltimento di amianto. Gli ostacoli, fino al maggio di due anni fa, sembrano insormontabili. E allora Locatelli decide di avvicinarsi all’orbita del presidente Formigoni per vedere sbloccarsi magicamente la pratica in sonno. «Il primo canale di aiuto che abbiamo cercato — spiega a verbale — è stato quello della Compagnia delle Opere di Bergamo e di Comunione e Liberazione». È il socio di Locatelli, Antonio Testa – secondo questo racconto – che «allacciò fin da subito le relazioni con Rossano Breno (ex presidente della Cdo di Bergamo) per verificare la sua disponibilità ad aiutare il nostro progetto. Testa mi riferì che erano disponibili a supportare la nostra iniziativa a livello di influenza sulla politica regionale».

In cambio di cosa arriva questa spinta? «A fronte di questo suo impegno, Breno mi ha chiesto di fare delle donazioni per la ristrutturazione di una scuola di area Comunione e liberazione». E così, per ottenere l’occhio di riguardo tanto sperato, Locatelli paga un milione di euro. La «rete», a questo punto, comincia anche a incassare, oltre alle tangenti, risultati mediatici concreti. «La scuola ristrutturata anche grazie al mio impegno — ricorda l’imprenditore arrestato — è stata inaugurata a fine novembre, quando è intervenuto Formigoni con Marcello Raimondi (altro ex assessore vicino ad Cl indagato)».

Quello con la Cdo-Cl non è l’unica via attivata da Locatelli per accellerare la pratica. Perché la rete è efficiente, ma gli ostacoli possono essere sempre improvvisi. «Nonostante il canale di Cl, Testa mi disse che bisognava dare qualcosa anche ai bresciani, intendendo Nicoli Cristiani, in quanto i funzionari regionaligrippavano, cioè facevano ostruzionismo alla nostra pratica». Da qui la tranche da 100mila che costa l’arresto. Ma le varie anime della rete, spesso, sembrano non andare sembra d’amore d’accordo. «Breno — prosegue nella sua ricostruzione l’indagato — non mi ha mai direttamente presentato politici di area Cl o il presidente Formigoni, ma lui ha sempre riferito che i benefici che la Cdo riceveva da parte mia sarebbero stati ricompensati dall’attenzione politica che gli esponenti di Cl mi avrebbero dedicato. Lui infatti mi diceva di avere un filo diretto con Formigoni, Alli (Paolo, ex braccio destro del governatore) e con Raimondi».

Poco prima del suo arresto, quando Locatelli ottiene un appuntamento «al 31° piano del Pirellone» (ex sede dell’ufficio del governatore), si arriva al paradosso. «Breno rimase molto offeso del fatto che io avessi preso appuntamento con Formigoni e Alli tramite Nicoli Cristiani, in quanto quest’ultimo non appartenente all’area di Cl». E a quel punto si consuma un incidente diplomatico. «Breno mi convocò nel suo ufficio redarguendomi pesantemente in quanto non mi dovevo permettere di fissare appuntamenti con alti esponenti di Cl, senza passare da loro e scavalcandoli». Un discorso talmente chiaro che, una volta terminata la ramanzina, Locatelli ha «disdetto l’appuntamento» con Formigoni.

Per evitare altri passi falsi, Locatelli si fa fissare l’incontro tanto agognato a dicembre 2011. Troppo tardi: i carabinieri lo arrestano prima, poco dopo aver pagato la maximazzetta. Ora, assieme a lui, a Formigoni, Nicoli Cristiani, all’ex assessore pdl Raimondi e a una nutrita schiera di professionisti e imprenditori, rischiano un processo per concorso in corruzione.

Formigoni indagato per corruzione

MILANO – Ci sono le vacanze ai Caraibi, i biglietti aerei, le spese per le imbarcazioni di lusso, quelle per le cene e per il Meeting di Rimini, ma c’è anche lo “sconto” ricevuto per l’acquisto di una villa in Sardegna. L’elenco delle “utilità” a favore di Roberto Formigoni, alla riga finale registra la cifra di 8,5 milioni di euro. Sarebbe questo, per la procura di Milano, il prezzo della corruzione che avrebbe spinto il presidente della Regione Lombardia a far approvare una quindicina di delibere a favore della Fondazione Maugeri per un valore di 200 milioni di euro.

E così, dopo giorni di feroci polemiche nei quali Formigoni ha ripetuto all’infinito di non essere indagato perché nessun avviso di garanzia gli era mai stato notificato, a togliergli ogni dubbio ci ha pensato ieri mattina il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati. L’avviso gli è stato finalmente inviato e nelle tre paginette scarse del documento c’è scritto a chiare lettere che Formigoni è indagato per corruzione con l’aggravante della transnazionalità. Dovrà presentarsi sabato prossimo in procura per rispondere alle domande dei magistrati.
Formigoni intanto esclude sue dimissioni e si mostra tranquillo: «Dimostrerò che ho ragione, come in altri 11 casi di indagini a mio carico durante i miei 17 anni di governo in Lombardia. Questo avviso di garanzia cadrà nel vuoto come i tanti che mi sono arrivati. Del resto – ha polemizzato il governatore – la procura è sempre stata molto attiva nei miei confronti». Inoltre un chiarimento nel merito della vicenda: «La Regione non ha sprecato un centesimo, basta vedere i bilanci. Abbiamo fatto correttamente provvedimenti per il pagamento delle funzioni non tariffabili, per il bene dei cittadini lombardi, e nessuna risorsa è stata sprecata, la Regione non è vittima di estorsione e tantomeno ha favorito la Maugeri rispetto ad altre cliniche. Infine i numeri mostrano che solo il 15% delle risorse per la sanità vanno ai privati».

Il nome di Formigoni è stato iscritto nel registro degli indagati il 14 giugno e il reato di corruzione aggravata gli viene contestato in concorso con l’amico e mediatore d’affari Pierangelo Daccò (in carcere da novembre per l’inchiesta sul crac del San Raffaele e poi raggiunto da una nuova ordinanza di custodia ad aprile nell’indagine sui 70 milioni distratti dalla Fondazione Maugeri). Con loro ci sono anche Umberto Maugeri, ex presidente della Fondazione di Pavia, Costantino Passerino, direttore amministrativo della Fondazione all’epoca dei fatti, e Antonio Simone, ex assessore alla Sanità della Regione Lombardia e sodale di Formigoni in Comunione e Liberazione.

La corruzione si sarebbe consumata a Milano e all’estero dal 2001 fino al novembre 2011. Dieci anni nei quali, sostengono i magistrati, sarebbe stata creata un’associazione per delinquere che avrebbe costituito fondi neri provenienti dalla Fondazione Maugeri. I pm hanno infatti rintracciato flussi di denaro su conti correnti bancari aperti in Svizzera attraverso il fiduciario di Daccò, Giancarlo Grenci. Nell’avviso di garanzia non si parla dell’accusa di finanziamento illecito dei partiti per 500mila euro che sarebbero stati versati da Daccò per finanziare la campagna elettorale di Formigoni nelle amministrative del 2010. Ma il governatore lombardo risulta indagato anche per questo reato.

Inchiesta sanità, pm: “A Formigoni 8,5 mln
per quindici delibere su rimborsi Maugeri”

Nell’invito a comparire notificato al presidente della regione Lombardia gli inquirenti fanno riferimento a viaggi, vacanze, cene, gite in barca e a un super-sconto per l’acquisto di una villa da parte di un amico di Comunione e Liberazione

MILANO – Roberto Formigoni sarebbe stato corrotto in qualità di presidente della Regione Lombardia con “utilità per un valore di circa 8,5 milioni di euro in relazione a 15 delibere regionali con cui sono stati stanziati rimborsi per la Fondazione Maugeri di circa 200 milioni di euro in 10 anni”. È quanto, in sostanza, viene contestato al governatore nelle due pagine e mezzo dell’invito a comparire che gli è stato notificato stamattina. In particolare, gli inquirenti fanno riferimento a viaggi, vacanze, cene, gite in barca e a un super-sconto per l’acquisto di una villa da parte di un amico di Comunione e Liberazione di Formigoni.

Stamani, nel corso di un’audizione al Senato, Formigoni aveva dichiarato che la Regione Lombardia non ha nessuna responsabilità sul controllo dei bilanci delle fondazioni San Raffaele e Maugeri: “Bisogna tener presente – ha detto – che questi sono Irccs, enti a rilevanza nazionale. La vigilanza sui loro bilanci spetta al ministero della Salute”. E ha aggiunto: “Sul mio conto ci sono state informazioni sbagliate, con un chiaro intento politico. Se in questi mesi avessi chiesto al S.Raffaele di farmi vedere i bilanci, avrebbero risposto di stare a casa mia, perché questi enti rispondono solo al ministero della Salute e alle prefetture. Un ulteriore controllo è esercitato dai revisori dei conti, che in questi anni hanno sempre approvato i bilanci”.

Le tesi degli inquirenti. Tutti benefit che sarebbero stati elargiti a Formigoni per fare ottenere rimborsi al gruppo ospedaliero che ammontano a circa 200 milioni di euro tra il 2001 e il 2011. La Regione, in questo arco di tempo, ha approvato una quindicina di delibere sui cosiddetti rimborsi su ‘funzioni non tariffabili’. Rimborsi, cioè, che sono stati concessi in via discrezionale dal Pirellone. Tra i benefici che avrebbe ricavato il presidente lombardo, anche il mezzo milione di euro che gli è stato versato dall’uomo d’affari Pierangelo Daccò al fine di sostenere le spese elettorali nelle amministrative del 2010. Un’ipotesi, questa, di finanziamento illecito, che viene ‘assorbita’ nel reato più grave di corruzione aggravato dalla transnazionalità.

 

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