Questo libro di Branko Milanovic è del 2011, l’ex lead economist al Dipartimento di ricerca della Banca Mondiale vi descrive tre tipi di disuguaglianza e li mette a confronto con episodi storici anche tratti dalla letteratura: quella tra individui entro lo stesso stato (il tipo di ineguaglianza a cui pensiamo più spesso), quella tra nazioni e quella tra individui, ma considerati come se il mondo fosse un’unica nazione.

Scopriamo che durante le guerre napoleoniche, tra il 1810 ed il 1815, nel romanzoOrgoglio e Pregiudizio, di Jane Austen, lo 0,1% della popolazione godeva di una rendita annua di 10.000 sterline (questa rendita collocava un individuo entro lo 0,1% più ricco), mentre per entrare nell’1% bastava avere 3.000 sterline l’anno e un lavoratore medio ne guadagnava 20. Il rapporto tra lo 0,1% e il reddito medio era 500/1. Oggi, invece, per entrare nello 0,1% della distribuzione dei redditi bisogna avere 400.000 sterline l’anno, mentre lo 1% ha 81.000 sterline l’anno e la media è 11.600. Dunque il rapporto testa/media è 34/1.

Anche la lettura di Anna Karenina mostra distribuzioni più dilatate.

Il secondo esempio di Milanovic è la ricerca dell’uomo più ricco di tutti i tempi prendendo a parametro quante persone medie potrebbe far lavorare con il suo patrimonio. Scopriamo che Crasso con i suoi presumibili 12.000.000 sesterzi all’anno di rendita avrebbe potuto far lavorare permanentemente per sé 32.000 concittadini. Invece Carnegi, nel 1901, ben 48.000 persone e Rockfeller, nel 1937, 116.000. Oggi Bill Gates è più modesto: si limiterebbe a 75.000.

Ma ancora, quanta disuguaglianza c’era nell’impero romano? Ottaviano augusto aveva un reddito di 15 milioni di sesterzi che corrisponde a circa il 0,08% del reddito totale dell’impero (50 milioni di persone), la sua donazione postuma (usanza consolidata) ammontava a 45 milioni (includendo beni pubblici) e corrispondeva a circa lo 0,2% del PIL di tutto l’impero. Oggi un presidente americano dovrebbe donare 30 miliardi per mettersi in pari.

Ci sono anche altri episodi significativi, Tiberio nel 33 d.c. per fronteggiare una crisi di liquidità delle banche (si, succedeva anche nell’impero romano) mise a disposizione il 0,5% del PIL. Tacito lo descrive così: “i provvedimenti deliberati come rimedio, cioè la vendita e la compera, raggiungevano l’effetto contrario, avendo gli usurai riposto denaro per impiegarlo tutto nell’acquisto di terreni. Caduto il prezzo di questi per la grande abbondanza dell’offerta, quanto più uno era indebitato, con tanto maggiore stento riusciva a rivendere, e molti subirono rovesci di fortuna. Il tracollo del patrimonio trascinava con sé la dignità e il buon nome: finché Cesare vi pose rimedio, mettendo in circolazione, per mezzo dei banchieri, cento milioni di sesterzi, sui quali si poteva prendere a prestito per tre anni senza interesse, se il debitore offrisse allo Stato in garanzia su terreni aventi valore doppio della cifra richiesta. Così fu ristabilito il credito, e a poco a poco si trovarono di nuovo anche dei privati disposti a far prestiti”. (Publio Cornelio Tacito, Annali, Utet, p. 93)

Ha un’aria familiare? Una vera e propria crisi finanziaria strutturalmente simile a quelle contemporanee (e simile la risposta). Nerone fece ancora di più, donando l’immensa somma di 2,3 miliardi di sesterzi (10% del PIL dell’impero) in diversi anni, naturalmente soldi pubblici in prevalenza.

Nell’antica Roma, un impero fortemente “plutocratico”, si faceva parte della parte superiore della distribuzione per un misto di nascita e ricchezza (la nascita consentiva di accedere a privilegi dai quali la seconda era più facile da acquisire). Normalmente nei primi secoli la classe dei senatori era composta di 600 persone, mentre quella subito dopo dei “cavalieri” da 40.000 individui, e la classe dei “decurioni” da un numero oscillante tra 130 e 360.000 individui. Le classi superiori erano dunque formate da meno dell’1% della popolazione (al massimo 400.000 su 55 milioni). Quasi tutti vivevano con un reddito bassissimo o nullo, con la stretta sussistenza. E la distribuzione era praticamente piatta fino ad arrivare alle classi superiori o nelle immediate vicinanze, a quel punto si impennava. Nell’impero romano non c’era, insomma, una “classe media”.

Invece, continuiamo a seguire il testo, il socialismo reale era egualitario? In termini del coefficiente Gini era 6-7 punti più egualitario del capitalismo coevo (Germania, Francia, Italia), dunque la riduceva di circa un quarto. E con la caduta dell’Urss è invece raddoppiata. Il modello sociale prevedeva, come noto, la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e politiche di rigido pieno impiego che “tagliavano” sia la parte alta sia quella bassa della distribuzione. Ma anche una politica salariale abbastanza “piatta”, per cui il premio alla formazione era molto più ridotto che in occidente; Milanovic dice che ogni anno di studio comportava una crescita del salario atteso del 4% ca. mentre in Occidente questo parametro era del 9%. A fronte di salari più vicini lo Stato forniva trasferimenti di varia natura a tutti indifferentemente, trasporti, vacanze sussidiate, detrazioni per figli a carico, e ovviamente pensioni.

Le disuguaglianze dunque c’erano, ed erano anche molto visibili e scandalose, ma erano di natura prevalentemente politica, bisognava fare carriera nel partito (dove, però, “la mobilità verso l’alto e verso il basso era piuttosto alta”, in alcuni anni anche tragica) e quindi si poteva avere accesso a benefici per l’ufficio ricoperto. Grandi appartamenti, vacanze in posti di pregio, dacie governative in uso, macchine con autista nere, etc… Ma gli stipendi non erano molto alti neppure per questi privilegiati, e questo aumentava il controllo sociale (nessuno si poteva sentire davvero al sicuro).

Un altro tema è se in un paese possono esserci grandi differenze regionali (noi italiani ovviamente rispondiamo subito di si), e scopriamo che nell’URSS (quindici repubbliche) la differenza tra la più ricca, la Russia, e la più povera in Pil pro capite era di 6/1, mentre in USA è di 1,5/1 ed in Italia 3/1, Spagna 1,7/1, Francia 1,6/1 e Germania 1,4/1. Sostanzialmente l’URSS era un conglomerato di nazioni con un reddito che andava dalla Costa d’Avorio alla Corea del Sud. Un raggio molto largo. Si comprende in questa direzione la causa scatenante della dissoluzione, il neopresidente della Russia, Eltsin voleva interrompere i trasferimenti che erano imponenti.

Una cosa simile succede alla ex jugoslavia (Milanovic è serbo), dove erano differenze di 8/1, la Slovenia aveva un reddito simile alla Spagna ed il Kosovo assomigliava all’Honduras.

Un problema simile è oggi davanti alla Cina, il cuore della crescita si concentra in cinque province costiere su trentaquattro e tre principali città. Con una  popolazione di 340 milioni di persone (un quarto della popolazione totale) guadagna il 40% del PIL cinese. E con le quattro principali città si sale al 50%. Tutti dati ufficiali dell’Annuario Statistico Cinese. Dall’altro estremo ci sono tre province povere che scivolano verso il basso, Guidhou è scesa ad un terzo della media cinese. Per effetto di questa marcia in due direzioni opposte (poche accelerano e molte rallentano) la divaricazione è ormai (2006) di 10/1.

Nella seconda parte del libro vengono messe a confronto le disuguaglianze tra nazioni, e si scopre che (in termini di reddito pro capite equivalente PPP, la cui interessante spiegazione tecnica è nel libro) nel 1820 i tre paesi più ricchi del mondo (Gran Bretagna e Olanda) erano solo tre volte più ricchi della Cina e dell’India, oggi il rapporto è 100/1. Il rapporto tra Gran Bretagna e Cina non è diminuito, ma aumentato; oggi è 6/1.

Per quanto Cina ed India abbiano avuto successo il divario è ancora grande e “sotto alcuni aspetti addirittura in aumento” (p.113). Come si spiega? Dal 1945 ad oggi il reddito reale pro-capite in USA è cresciuto di tre volte (considerando una popolazione media nel periodo di 220 milioni), in Giappone di diciotto volte e in Cina di trentotto volte. Ma in termini di reddito assoluto PPP nel 2007 quello indiano era 2.600 dollari PPP a testa, quello cinese 5.000 dollari PPP a testa e quello USA di 43.000 dollari PPP a testa. Una conseguenza aritmetica semplice è che se il PIL procapite americano cresce dell’1% solo per evitare che il reddito reale procapite assoluto (in termini di potere di acquisto equivalente) resti eguale in Cina deve crescere del 8,6%. Peggio per l’India, che deve crescere del 17%. In altre parole in questo momento (con la crescita cinese secondo alcune stime inferiore al 5% e secondo il governo al 6,5% e quella americana oltre il 2%) stanno perdendo terreno.

Allora in termini reali quanto è cambiata la distanza? Nel 1980 il reddito pro capite PPP USA era di 25.500 dollari mentre quello cinese era di soli 525 dollari (con una differenza assoluta di ca. 25.000 dollari), la crescita di diciotto volte del reddito cinese a confronto di quella di tre volte di quello americano ha portato la distanza assoluta a crescere a 37.000 dollari PPP pro capite.

Si tratta di dati sorprendenti perché la teoria neoclassica sostiene che la globalizzazione (anche in queste condizioni di relativo blocco dello spostamento di persone a confronto con la totale fluidità di capitali e grande libertà delle merci) dovrebbe necessariamente comportare una convergenza dei redditi. Ciò perché i paesi con surplus di capitale (ricchi) dovrebbero trovare più conveniente investire nei paesi meno sviluppati. Ogni imprenditore dovrebbe trovare maggiori opportunità in essi. Dato che il reddito procapite è più basso lo sono i salari, e anche le materie prime reperibili sul posto, e questo dovrebbe garantire ritorni sul capitale maggiori. Ma questo afflusso di investimenti diretti esteri, nel tempo, dovrebbe far alzare i salari ed il tenore di vita, accelerare la crescita sino ad arrivare alla “necessaria convergenza” (nelle due direzioni, scendono nei ricchi e salgono nei poveri) dei tenori di vita. Un libro in cui questo punto di vista è espresso con franchezza disarmante è quello di Spence “La convergenza inevitabile”.

Ma in secondo luogo la convergenza avviene anche perché i paesi poveri possono avvantaggiarsi del più semplice processo di copia della tecnologia di frontiera di quelli ricchi, che invece devono scoprirne di nuova. Come anche delle istituzioni ed idee in generale.

Infine, e questo è l’argomento dei vantaggi comparati, i paesi possono concentrarsi solo sui settori in cui hanno vantaggi (ad esempio se hanno grandi foreste sulla loro coltivazione), affidandosi al commercio internazionale per comprare gli altri.

Una bella teoria. L’esperienza dice che non è così elegante e semplice (la teoria dimentica troppi fattori decisivi), i capitali in realtà si trasferiscono dai paesi ricchi ai paesi ricchi (in Cina sono stati 138 miliardi nel 2007, negli USA 240; Olanda, Francia e Gran Bretagna hanno ricevuto più investimenti esteri diretti. In India solo 23 miliardi, meno dell’Austria). Prima del 2007, tra il 2000 ed il 2007, in media i trasferimenti sono stati di 20 dollari procapite in Africa., 6 in India, 45 in Cina e 800 nei paesi ricchi. Si tratta di un comportamento che è stato definito “il paradosso di Lucas”. La stessa cosa succede con il lavoro qualificato, che tende ad andare dai paesi poveri (dove è scarso) ai paesi ricchi (dove è abbondante).

Insomma, tutta la fisica implicita della teoria neoclassica non funziona, è come se Newton avesse visto la mela salire e malgrado ciò avesse formulato la teoria che la terra l’attrae sempre (dato che gli sembrava logica). Che peccato, possono esserci circostanze, come un forte vento, che nel mondo reale agiscono in contrasto con le forze ipotizzate dalla teoria, deviandone il corso.

Anche la tecnologia non si comporta come si aspettano i novelli newton (ideologici) delle scienze economiche: non migra spontaneamente nei paesi poveri, probabilmente perché è tenuta ferma dalle norme sui brevetti e da vincoli normativi e di potere (come la classifica “sicurezza nazionale”).

Uno dei principi che deriva da questa teoria così elegante e parsimoniosa è che la globalizzazione alla fine avvantaggia i poveri (dunque non è il caso di fare qualcosa). Questa radicata convinzione (basata sul presupposto che la terra “deve” sempre attrarre la mela senza deviazioni) determina anche una sorta di ricatto morale (presente nel libro di Spence, ma anche nel dibattito corrente, e persino nei discorsi di Berlinguer sull’austerità negli anni settanta, così ricchi di prospettive perse nella nebbia): l’attrazione di risorse verso i paesi poveri, anche se impoverisce quelli ricchi, è a maggiore vantaggio dell’umanità sotto il profilo universalistico. Dunque è egoista chi si oppone. Un recente post di Milanovic torna sul tema denunciando la posizione come “comoda” dal punto di vista di chi dalla globalizzazione per come di fatto è si avvantaggia enormemente.

Ma se fosse vero allora durante l’ultima deglobalizzazione (1919-1939) avremmo dovuto osservare un aumento delle ineguaglianze a danno dei paesi e delle popolazioni più povere. I dati di Milanovic (relativi al 90% della popolazione mondiale) dicono che non cambiò.

La terza parte del libro tratta delle ineguaglianze nel mondo, guardando ai singoli cittadini ed è tratto da indagini sulle  famiglie (condotte dalla Banca Mondiale) ed altre fonti difficili. Oggi il 10% della popolazione mondiale riceve il 56% del reddito ed il 10% più povero solo lo 0,7%. Dunque c’è un rapporto di 80/1. Questo in redditi reali, se si fanno i conti con i redditi nominali (cioè senza tenere conto di cosa effettivamente ci si compra nei diversi paesi) si ha che il 5% più ricco riceve il 45%.

Dagli anni ottanta questa situazione non sembra tuttavia peggiorata, è rimasta stabile per effetto combinato di tre dinamiche: l’ineguaglianza è cresciuta entro i paesi (ricchi in particolare) e questo spinge anche l’ineguaglianza globale, così il rallentamento di alcuni paesi nel loro complesso. A bilanciare questi due fattori negativi la crescita di Cina e India che ha fatto salire alcune centinaia di milioni di persone, per ora riducendo l’ineguaglianza (dato che erano tra le più povere e si sono spostate verso il reddito medio-basso).

Alla fine ha ragione Lucas (e Firebaugh) a prevedere che da ora in avanti la disuguaglianza calerà? Potrebbe essere, ma naturalmente anche no. Dipende da molti fattori.

Ma come viene usato tutto questo dibattito? Non certo per invitare a ripensare il compulsivo soddisfacimento di consumi dell’occidente ricco, come avrebbe voluto Berlinguer, viene usato secondo quel che, ad esempio Annie Lowrey il 5 ottobre, rispondendo sul New York Times ad un articolo di Paul Theroux che denunciava l’impressionante povertà delle regioni marginali interne negli Stati Uniti, mentre le loro multinazionali vanno a cercare nicchie ancora più povere di lavoro da utilizzare in africa o asia, afferma che questa terribile povertà nella regione del Mississipi non è più alta (ma lo è di meno) di quella del Zimbabwe. Dunque le città fantasma nella regione del grande fiume americano, denunciate da Theroux, sono più che compensate dai 350 milioni di cinesi sottratti alle povertà e che ora vivono nelle cinque dinamiche megacittà cinesi. Dunque bene fanno i ricchi americani che spendono per finanziare la Clinton Foundation a preoccuparsi per l’Africa e non per gli USA. Quelli sono più poveri.

Tutto vero, dice Milanovic, la globalizzazione ha innalzato molti, impoverendo altri, e ancora gli africani sono i più poveri (anche se la perdita di 5 anni di vita alle donne bianche povere americane fa pensare che la distanza si riduca), ma da questo evidente nesso i ricchi americani hanno tratto giovamento. L’austerità è stata a senso unico, ha indebolito e messo in competizione la classe media occidentale e il mondo del lavoro, facendo lavorare quelle che Milanovic chiama “le due forze fondamentali della globalizzazione” per loro. Non stupisce che la considerino vantaggiosa: lo è.

Migrazioni, outsorcing e importazioni a basso costo hanno ridotto la povertà (come diceva Joan Robinson “c’è una cosa peggiore di essere sfruttati, non esserlo”) a livello mondiale, ma hanno lavorato solo per loro. Una strana alleanza di fatto si è generata tra chi è riuscita ad entrare nel club degli sfruttati (entrando nelle stanze calde della casa) e chi ne fruisce dei servizi più a buon mercato, “coloro che sono lasciati fuori al freddo sono le classi medio-basse e medie nazionali strette tra la concorrenza di manodopera straniera e l’indifferenza delle classi dirigenti nazionali” (Milanovic, post).

Probabilmente la soluzione proposta da Theroux è troppo semplice, riportare tutte le produzioni in America significherebbe sia lasciare al freddo cinesi ed indiani (ed africani) sia alzare il costo di molti prodotti, facendo fare un passo indietro ai consumi.

Ma l’idea alternativa che l’articolista propone, di formare tutti gli americani spiazzati (il vecchio lavoratore tipico, quarantenne bianco con livelli di istruzione da scuola media) “nei settori di più rapida crescita, come l’infermieristica e la tecnologia dell’informazione”, al contempo aumentando i sussidi, è completamente irrealistica. Le città fantasma del Mississipi non potranno diventare tutte della farm della ICT distribuita, o delle cliniche (in competizione con Watson, il software della IBM che sta imparando da medico).

C’è una falsa coscienza in queste risposte, e Milanovic ci invita a vederla.

Postato 17th October 2015 da Alessandro Visalli

Annunci