Infrastrutture, abitazioni civili e perfino istituti per i piccoli. Spesso il materiale con cui vengono edificati è pieno di veleni, come hanno dimostrato numerose inchieste. Ma una stima della diffusione del fenomeno e dei rischi è impossibile

DI PAOLO FANTAUZZI
Più che sotto il tappeto, la “polvere” è finita nei manufatti che ci circondano. Autostrade, ferrovie, parcheggi, infrastrutture varie, abitazioni civili, perfino scuole: quasi non c’è tipologia di costruzione che, stando alle inchieste degli ultimi anni, sia stata risparmiata dalla presenza di rifiuti tossici.

Metalli pesanti come fluoruro, bario, piombo, arsenico, mercurio, diossine o sostanze altamente cancerogene come il cromo esavalente. Tutti impastati nei conglomerati da cui si ottiene il cemento e il calcestruzzo, in modo da risparmiare e smaltire scorie che avrebbero dovute essere sottoposte a tutt’altro trattamento. Migliaia di tonnellate che rappresentano una bomba ecologia pronta a esplodere, col rischio di tenuta per le opere così realizzate ma anche di rischi per la salute, a cominciare dall’inquinamento delle falde acquifere. Ma praticamente impossibile da censire.

Su questo business le organizzazioni criminali hanno ovviamente puntato gli occhi. Ad Acerra, ha raccontato un imprenditore pentito alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, la camorra avrebbe perfino costruito una scuola materna con cemento in cui era stato miscelato anche l’amianto, oltre ai “consueti” liquami industriali, scarti di acciaierie, solventi e perfino polveri di camini industriali. Eamianto, miscelato con la terra per farne materiale da pavimentazione, sarebbe stato usato anche nellaricostruzione post-sismica in Emilia, scuole comprese, secondo le carte dell’inchiesta Aemilia della Procura di Bologna sulla penetrazione delle ‘ndrine nella regione.

Negli anni scorsi ne sono state trovate fibre sbriciolate in grandissima quantità in un enorme cantiere nell’hinterland diPalermo in cui era prevista la realizzazione di un ipermercato e la ‘ndrangheta in Calabria si sarebbe spinta ancora oltre: a detta del pentito Antonino Lo Giudice le scorie radioattive, affondate nelle cosiddette “navi dei veleni”, sarebbero state tombate anche in una galleria della statale Jonio-Tirreno.

Ma non c’è solo la criminalità organizzata o la zona grigia che le ruota attorno. Al contrario, sono proprio aziende senza alcuna connessione con le ecomafie che di questo modus operandi sembrano aver fatto un “sistema”, tanto da arrivare a mettere in commercio conglomerati cementizi contenenti rifiuti pericolosi ma riuscendo a farli risultare come inerti. Con undoppio guadagno: risparmiare sui materiali e fare soldi con lo smaltimento illecito.

Rilcem, Conglogem, Concrete green, Green compost: i loro nomi dicono poco ma per anni questi prodotti hanno inondato il mercato edile, grazie a certificazioni in base alle quali risultavano del tutto in linea con la legge, come ha ricostruito la commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie in un dossier sul Veneto realizzato dal deputato Cinque stelleAlberto Zolezzi e dai democratici Alessandro Bratti e Miriam Cominelli. Proprio questa pare infatti una delle caratteristiche più allarmanti: aziende al di sopra di ogni sospetto, senza alcun legame con le consorterie criminali ma in grado di allestire un meccanismo in grado di proiettarsi anche fuori dai confini nazionali, dal momento che alcuni di questi prodotti sono arrivati fino in Cina, India e Malesia.

A produrre il Rilcem ad esempio era la Mestrinaro spa di Zero Branco (Treviso), ottenuto mescolando nei composti oltre 40 mila tonnellate di rifiuti speciali provenienti dall’area di Marghera, per lo più scorie di fonderia non trattate e calce usata per la pulizia degli altiforni. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Venezia ne hanno trovate tracce a Roncade, in una rampa d’accesso dell’autostrada Serenissima e in un parcheggio dell’aeroporto Marco Polo di Venezia. Ma non è solo questo il punto: il Rilcem infatti è stato venduto in tutta Italia e usato anche per la costruzione di immobili per uso residenziale. E quindi è finito anche nelle armature di chissà quante abitazioni private costruite da un capo all’altro dello Stivale.

Proprio come il Conglogem, prodotto dalla C&C di Permunia e contenente anche idrocarburi, fanghi industriali, ceneri pesanti e scorie derivanti dall’incenerimento di rifiuti solidi urbani e ospedalieri. Anche in questo caso, migliaia di tonnellate usate non solo nei sottofondi di strade, come accaduto a Granze ePadova, o in un tratto della linea ferroviaria che collega il capoluogo patavino a Venezia (in entrambi i casi l’inquinamento era tale da rendere necessaria la bonifica delle aree interessate). Pure stavolta gli scarti sono finiti nella costruzione di edifici a scopo abitativo. E oltre al danno (ambientale), la beffa: la C&C è fallita e solo allontanare le 52 mila tonnellate di rifiuti pericolosi rimasti nei suoi capannoni costerà alle casse pubbliche una decina di milioni.

Situazione simile, secondo una inchiesta della Dda di Venezia, per il Concrete green realizzato dalla Tavellin Green Line, che sforava le concentrazioni di fluoruro, bario e piombo consentite dalla legge: ne sono state impiegate almeno 45 mila tonnellate solo a Piacenza d’Adige nel troncone compreso fra Rovigo e Vicenza della Valdastico sud, autostrada già interessata da varie indagini della magistratura sull’impiego di rifiuti tossici nei cantieri . Nemmeno in questo caso è possibile accertare l’estensione esatta dell’impiego perché, si legge nel dossier, “il problema dei conferimenti riguarda una pluralità indeterminata di ditte”.

Del resto lo smaltimento illecito di scorie tossiche nei sottofondi stradali non è una novità, come ha dimostrato il caso della Brebemi, dove sono state trovate concentrazioni altissime anche del temibile cromo esavalente, cancerogeno, oltre a scarti vari di fonderia.

Nei cantieri della Brescia-Bergamo-Milano hanno lavorato anche alcune aziende finite poi nelle inchieste relative sulla costruzione Valdastico sud. Compresa la Locatelli spa, il cui titolare nei mesi scorsi è stato condannato in primo grado a 6 anni: traffico illecito di rifiuti nel processo sulla realizzazione della tangenziale di Orzivecchi, in provincia di Brescia. Lapidario il giudizio della commissione Ecomafie: “Ciò che sorprende è il fatto che la Locatelli spa, nonostante indagini e condanne, abbia continuato a lavorare con società pubbliche come se nulla fosse mai accaduto nel frattempo e, dunque, nell’assenza di adeguati controlli”.

Aggiornamento: In riferimento agli “scarti vari di fonderia” e alle vicende relative alla ditta Locatelli (“Quando amianto, mercurio e rifiuti tossici vengono usati per scuole e autostrade”), l’articolo ha omesso di specificare che sin dalle prime fasi del procedimento penale che ha visto coinvolta la ditta Locatelli, Brebemi S.p.A. è stata indicata quale “persona offesa dal reato”, restando pertanto del tutto estranea ai reati ipotizzati. In ragione dei gravi danni subiti, Brebemi si è peraltro costituita parte civile per ottenere il giusto risarcimento.
Non corrisponde inoltre al vero quanto affermato in ordine al “ritrovamento” di “concentrazioni altissime anche del temibile cromo esavalente, cancerogeno”, considerato che le numerose analisi e indagini svolte non hanno mai accertato presenza di cromo imputabile ai lavori di realizzazione della A 35.
È bene sottolineare che la ditta Locatelli è una delle oltre ottocento imprese coinvolte nei lavori di realizzazione dell’A35 Brebemi e che la fornitura rientrante nell’ambito delle indagini e del successivo procedimento penale ha riguardato appena lo 0,3% dei materiali complessivamente utilizzati per la realizzazione del rilevato autostradale. Al termine delle relative attività di completa rimozione e smaltimento, sono state inoltre effettuate analisi sul terreno e tanto il laboratorio incaricato, quanto l’Arpa, non hanno rilevato alcun anomalo incremento di sostanze inquinanti.
Brebemi S.p.A. ha sostenuto ingenti costi in ragione dei numerosi interventi di rimozione di preesistenti materiali inquinanti rinvenuti durante le attività di costruzione, in tal modo assicurando la bonifica delle aree interessate dal tracciato autostradale.
Brebemi S.p.A., in buona sostanza, non ha affatto provocato inquinamento ambientale, piuttosto ha contribuito alla bonifica delle aree su cui è intervenuta.
È dunque improprio, fuorviante e gravemente lesivo dell’immagine di Brebemi S.p.A. fare riferimento alla A 35 quale tipico esempio di “smaltimento illecito di scorie tossiche nei sottofondi stradali”, così come pubblicare impropriamente e strumentalmente la foto di uno dei nostri caselli, con tanto di didascalia che indica appunto il nome della A 35 Brebemi, in modo che nel lettore si rafforzi un’idea sbagliata e non corrispondente al vero.
Avvocato Antonio Comes, responsabile Affari legali Brebemi SpA

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