Il dirigente del Comune, al centro dell’inchiesta Reghium, è rimasto al suo posto anche dopo lo scioglimento. La sua figura era da tempo chiacchierata. Per questo due anni fa la presidente Rosy Bindi aveva chiesto la sua rimozione ai commissari che però l’hanno lasciato al suo posto

DI GIOVANNI TIZIAN
Il 29 aprile 2014 la commissione antimafia è in missione a Reggio Calabria. È uno dei tanti viaggi che farà in regione per indagare, verificare e sostenere l’operato di investigatori e magistrati. Quel giorno la presidente Rosy Bindi e i parlamentari che l’hanno seguita hanno incontrato la terna di commissari, che in quel periodo amministrava il Comune dopo lo scioglimento per mafia. L’audizione verrà secretata. Nel documento, ora disponibile, la Bindi chiede conto del perché un «certo» dirigente dei Lavori pubblici è ancora al suo posto, nonostante venga citato più volte nella relazione che ha portato poi allo scioglimento dell’Ente.

«Dal primo gennaio 2010 al 28 marzo 2012, tutti i lavori del comune sono stati affidati o con trattativa privata o con affidamento diretto. Solo 45 su 254 con procedura aperta. Dei lavori a trattativa privata, ossia 132 su 254, il 52per cento viene affidato ad imprese locali mafiose. Dei lavori con affidamento diretto, 76 su 254, il 30 per cento è stato aggiudicato a ditte mafiose, pari al 39 per cento».

Con questa introduzione inizia il confronto con i commissari, ai quali viene posta la prima domanda: «Chi era il dirigente che in questo lasso temporale ha assegnato praticamente tutti i lavori o a trattativa privata o ad affidamento diretto e sono andati ad aziende mafiose? Questo signore ha una funzione dirigenziale dentro il comune?». La presidente si riferiva a Marcello Cammera. Il regista della cricca segreta di Reggio Calabria.
Che fino all’altro ieri smistava appalti come un calciatore dai piedi buoni fa con i palloni decisivi. Il ruolo che ricopriva nell’ufficio Lavori pubblici del Comune era strategico per il “comitato d’affari” del clan .  Finito nell’inchiesta Reghium della procura antimafia di Reggio Calabria, che ha portato al fermo di dieci persone con accuse che vanno dal concorso esterno in associazione mafiosa, turbativa d’asta, associazione segreta e corruzione.

In pratica, altro non è che il proseguio dell’indagine “Fata Morgana” che ha inchiodato Paolo Romeo, l’ex parlamentare Psdi e avvocato con un passato nella destra eversiva. Una figura centrale nelle dinamiche criminali cittadine, del passato e del presente. Nel suo curriculum penale, infatti, c’è già un timbro che certifica la complicità con le cosche più potenti della città sullo Stretto. Romeo è il perno di questa società segreta, ipotizzata dai magistrati reggini, che cammina in parallelo con la ‘ndrangheta. Il capo di un’associazione segreta, che sostiene i boss e da questi trae forza vitale.

Di questo gruppo “riservato” Cammera è il dirigente di punta. Da lui dipendono le scelte sui cantieri, i pagamenti alle imprese coinvolte, le autorizzazioni e tutte quelle incombenze che fanno capo all’ufficio dove lavora da tempo. Il funzionario tutto fare è intimo di Romeo, a tal punto che quest’ultimo dispensava consigli e dava ordini a Cammera, che puntualmente eseguiva con grande zelo. Perciò secondo i pm l’adesione al progetto criminale è «consapevole». La cricca non poteva permettersi di perdere uno come lui. Un architetto del suo peso e con le sue relazioni. Per questo motivo quando “i soci del comitato” vengono informati che la commissione della Bindi esige che i prefetti del Comune lo facciano fuori da quel ruolo, vanno in fibrillazione. E cercano una soluzione. Così si muove l’eminenza grigia, Paolo Romeo. L’avvocato nella strategia mediatica messa in piedi sfrutta la conoscenza con una giornalista del Garantista, Teresa Munari (tra gli indagati).

L’obiettivo è riabilitare l’immagine di Cammera con articoli sui giornali, ma anche provando a convincere l’Antimafia parlamentare a fare marcia indietro. Per questo Munari contatta Angela Napoli, simbolo della lotta ai clan in Calabria, ex deputata e ora consulente della Commissione presieduta da Bindi. La cronista amica della “cricca” e la politica si incontrano e si sentono. Ad Angela Napoli – come emerge dalla intercettazioni – è stato chiesto di raccogliere informazioni, ma anche di intercedere in favore dell’architetto con la presidente della commissione parlamentare.

L’incontro tra Napoli e Munari avviene nel luglio del 2014. Secondo quanto riferito, poi, dalla giornalista all’architetto del Comune, la Napoli avrebbe rassicurato “la cricca” perché la Bindi «si era accontentata di avere come vittima sacrificale il segretario generale Pietro Emilio e quindi che lui poteva stare tranquillo».

Tuttavia la Commissione aveva già chiesto da tre mesi la rimozione di Cammera. E i commissari, secondo i documenti in possesso de “l’Espresso”, avevano scritto nel giugno una lettera in cui tranquillizzavano la Commissione. In questa missiva confermavano di aver avviato le procedure di sostituzione del dirigente.

Ma perché la Commissione antimafia ha chiesto la sua rimozione ben due anni prima che l’architetto finisse in un’indagine antimafia? Semplicemente perché era venuta a conoscenza della più che anomala gestione del settore di cui era responsabile Cammara. Per questo insiste con i commissari durante quell’audizione dell’aprile 2014. E non ricevendo risposta alla prima domanda, Bindi, è costretta a ripeterla: «Non ha risposto alla domanda che ho fatto. Chi era il dirigente…». Giuseppe Castaldo, uno dei tre commissari, continua a evadere la domanda. Al che la presidente ci riprova: «Ce li dite i nomi dei dirigenti di adesso?». Finalmante ottiene una risposta. È Cammera il dirigente dei Lavori pubblici che «ha fatto gli affidamenti in quelli anni».

La commissione chiede di procedere alla rimozione del professionista da quel ruolo delicato. E lo dice chiaramente ai commissari: «Francamente…scusate ma il potere di cambiare vi è dato, da questo punto di vista. Avete il potere per far sì che la persona che dal 2010 al 2012 ha fatto affidamenti con trattativa privata e affidamenti diretti con una grande percentuale di imprese mafiose non sia in quel settore. Come potete pensare di non essere isolati? Siete nella compagnia sbagliata. Come si fa a pensare… di nove dirigenti quello che rimane al suo posto è quello che è stato causa dello scioglimento del comune!».

Ma non finisce qui, perché a conclusione dell’audizione è ancora Rosy Bindi a sferrare l’ultimo attacco all’immobilità della gestione straordinaria del Comune reggino. E usa parole molto dure: «Se un dirigente fa questi affidamenti diretti, anche se di fronte alla magistratura risulta incensurato, al suo posto non può rimanere. Quanto meno non è in grado di capire quando una azienda è infiltrata – a meno che non sia colluso – ma comunque non è in grado di distinguere. Allora diamo tutto in mano al tribunale e la finiamo lì. Se non vogliamo che sia dato tutto in mano al tribunale bisogna che durante le fasi commissariali questa bonifica sia fatta. Lo faccio perché dopo fuori la piazza è arrabbiata con i commissari prefettizi, quindi con lo Stato, quindi con un tentativo di rendere legale questa amministrazione; per di più i poteri mafiosi continuano a lavorarci dentro. Non è possibile una situazione del genere!».

Non si sbagliava la Commissione. E non si trattava solo di incapacità nel distinguere le aziende sane da quelle inquinate, si trattava, oggi scopriamo, di vera e propria collusione. Solo dopo l’audizione i prefetti avviano le procedure per spostare il dirigente dai Lavori pubblici. Tanto che Gaetano Chiusolo, uno dei funzionari prefettizi alla guida del Comune, il mese dopo( a giugno) scrive alla Commissione e alla Bindi spiegando che l’iter di sostituzione era stato avviato come richiesto durante “l’interrogatorio” davanti ai parlamentari in missione. Non solo, il prefetto aggiunge nella missiva che «analoghe procedure sono state avviate per il cambio di ruolo del segreatario generale Piero Emilio».

Dopo quella lettera che tranquillizzava Roma, i commissari, pur avendo avviato le procedure, non riusciranno a raggiungere l’obiettivo. Nel frattempo Reggio Calabria è andata al voto, vincerà Giuseppe Falcomatà. Che con la nuova e giovane assessora ai Lavori pubblici, Angela Marcianò (collaboratrice del magistrato Nicola Gratteri e di recente vittima di una pesante intimidazione) riuscirà laddove i prefetti hanno fallito senza validi motivi.

Per di più, come emerge dagli atti, appare certo molto strano che uno dei commissari prefettizi, Gaetano Chiusolo, sia in contatto proprio con Cammara. In una di queste telefonate Chiusolo rassicura Cammara, che aveva inviato una relazione con la speranza di essere graziato: «Guardi, io… io le dico, lei lo sa che io quello che faccio dico, io l’ho trasmessi ai massimi vertici, è arrivata al Capo di Gabinetto del Ministro, è arrivata al capo del dipartimento Enti Locali, è arrivata alla Commissione Antimafia… è arrivata a tutto.. Si, voglio dire, però ha capito? Sono altri problemi i suoi, sono altri problemi, dove lei si documenta….che dimostra, sta dimostrando che non c’entra, che hanno preso un abbaglio…E poi, di volta, in volta vedremo».

Parole pronunciate dal prefetto il 6 luglio. Di tenore opposto rispetto a quanto promesso all’Antimafia che lo aveva sentito mesi prima. E soprattuto in contraddizione con quanto scritto 33 giorni prima nella lettera inviata da Chiusolo alla Bindi. Dove prometteva: «L’iter di sostituzione è stato avviato». Misteri dello Stretto.

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