“Mangiamoci Roma”. Il patto tra ‘ndrangheta e parlamentari

il

Il clan Raso-Gullace ha nella Capitale un base operativa molto attiva. Ha vinto appalti per lo smaltimento dei rifiuti e per le pulizie anche con enti pubblici. Gestisce un patrimonio immobiliare. E tutto questo grazie ad amici politici, uno dei quali è il senatore Antonio Caridi. Un vero e proprio «membro dell’organizzazione»

DI GIOVANNI TIZIAN
«Con questi qua se la mangiano Roma». “Questi” altri non sono che due politici eletti in Parlamento agganciati dalla cosca di ‘ndrangheta Raso-Gullace. Un gruppo guidato da Giuseppe Raso “l’Avvocato” e da Carmelo Gullace, detto “Nino”. I parlamentari, dicevamo. Si tratta del deputato, Giuseppe Galati, già sottosegretario nel governo Berlusconi, e ora nel gruppo Ala di Denis Verdini. E del senatore Antonio Caridi, «diretta espressione dell’organizzazione». Il business è quello degli appalti pubblici. Il settore è il trasporto e smaltimento rifiuti per conto di uffici pubblici della città.

Caridi è un recordman in fatto di mandati di cattura: è il secondo che riceve nel giro di cinque giorni. Sempre con la stessa accusa e sempre dalla medesima procura antimafia: associazione mafiosa contestata dai pm di Reggio Calabria nell’ambito dell’indagine “Mammasantissima”. Filone, questo, sulla cupola segreta, l’organo di vertice della mafia calabrese, in grado di condizionare ogni aspetto della vita cittadina. Per Caridi sono state mandate le carte a palazzo Madama. Sarà la giunta per le autorizzazioni a decidere sul destino del politico calabrese.

Nell’attesa della prima riunione della giunta, per Caridi è arrivata una seconda accusa di mafia. A cambiare sono soltanto i nomi delle ‘ndrine. In questo caso si tratta della famiglia Raso-Gullace, alleata dei più potenti casati della provincia reggina. Il senatore, ex Ncd, è complice, perciò anche di questo clan. Per il quale si sarebbe prestato a risolvere qualunque tipo di problema. La doppia indagine che lo riguarda e la duplice richiesta di arresto, ha portato il giudice per le indagini preliminari, che ha firmato l’ultimo mandato di cattura per 40 persone, a rigettare la posizione del politico. Ma non perché, come si legge nel provvedimento, mancassero gli indizi di appartenenza. Solo perché i reati contestati nelle due inchieste sono identici. Anche per Galati è stata respinta la richiesta di arresto, in questo caso, per corruzione. Secondo il giudice il comportamento del deputato non è di una gravità tale da disporre la custodia preventiva.

L’inchiesta – della Dia di Reggio Calabria e della Squdra Mobile di Genova – denominata “Alchemia” è stata coordinata dal pool antimafia reggino guidato dal procuratore capo Federico Cafiero De Raho. Oltre alle decine di arresti che hanno riguardato i clan Raso-Gullace e Parrello-Gagliostro di Palmi, il tribunale ha disposto il sequestro per 40 milioni di euro. L’operazione ha coinvolto tutta Italia. Ma i centri nevralgici di questo sistema criminale sono la piana di Gioia Tauro, la Liguria e Roma. I reati contestati vanno dall’associazione mafiosa, al concorso esterno in associazione mafiosa, alla corruzione, fino all’intestazione fittizia di beni e società. Nelle quasi 2 mila pagine di ordinanza vengono ricostruiti rapporti, complicità e affari, leciti e illeciti, della ‘ndrangheta d’esportazione. Roma, la città che avevano intenzione di «mangiarsi» a suon di appalti e favori, è il fulcro degli interessi delle cosche.

Il gioiello di famiglia si chiama TSA s.r.l.. Solo con questa società, la ‘ndrina, è riuscita a ottenere diversi subappalti importanti. Scrivono gli investigatori: «Smaltimento dei toner esausti per l’avvocatura e la ragioneria dello Stato, per l’Inpdap, oltre che per lo smaltimento di particolari tipi di rifiuti per Rete ferroviaria italiana, del gruppo Trenitalia». “Monnezza” speciale, che porta nelle casse molti quattrini. A raggiungere questi obiettivi servono, d’altronde, le relazioni con salotti e palazzi romani.

Non a caso, il capo clan, deceduto tre anni fa, risiedeva nella Capitale. E tra Pomezia e Roma hanno persino quella che gli inquirenti chiamano una “tenuta” di famiglia. Insomma, nella città eterna la ‘ndrina Raso si è sempre sentita a suo agio. Qui, del resto, il potere, i palazzi dove si decidono finanziamenti e pratiche, sono a portata di mano. È facile agganciare uomini di potere. Se c’è bisogno di sbloccare un fascicolo per esempio, qualcuno da far intervenire si trova sempre. Non si fanno scrupoli gli uomini della ‘ndrina. E quando hanno bisogno di una scorciatoia per riprendere i lavori, bloccati, per tre villette a schiera (realizzate in una zona vincolata del parco Naturale Decima Malafede) riescono persino a intercettare Giuseppe “Pino” Galati. Il deputato del centrodestra, passato dal Pdl al gruppo Ala, di Verdini.

Secondo gli inquirenti è l’altro politico, Antonio Caridi, a stabilire il contatto tra il parlamentare e gli imprenditori del clan. Dalle carte emergono almeno due incontri avvenuti alla presenza di Galati. Tanto è bastato ai pm per contestare il reato di corruzione aggravato dall’aver favorito la ‘ndrangheta. Il gip però non ha concesso l’arresto. Pur spiegando: «Le risultanze investigative danno sicuramente conto di un coinvolgimeto dell’onorevole nella vicenda del blocco dei lavori in zona vincolata, nella zona sud della periferia di Roma (in tal senso depongono le conversazioni intercettate, intercorse tra Caridi Antonio Stefano e Giovinazzo Jimmy al fine di organizzare incontri de visu con il senatore e i due documentati incontri a Reggio Calabria tra il Galati, il Caridi e Giovinazzo. Ma difettano della prova».

Oltretutto, attraverso Galati, sostengono i pm, il gruppo Raso avrebbe ottenuto altri vantaggi. Per esempio alcuni appalti. In cambio il deputato avrebbe ottenuto un terreno che gli interessava su Roma. «Mo ci deve dare la risposta prima della fine di settembre… ci ha promesso… Jimmy gli ha detto: se tu riesci a sbloccare quella cosa io parlo con mio cugino per darti un pezzo di terreno a te, a questo onorevole personalmente, perché a lui questa zona gli piace… 500 metri di terreno, vorrebbe costruire una casa». Da questa intercettazione tra le sorelle Politi, coinvolte nell’indagine, gli inquirenti intuiscono che la parte politica e il clan abbiano stabilito una sorta di accordo. Tuttavia per il giudice gli indizi non sono sufficienti.

La posizione del senatore Caridi, invece, è, anche secondo il gip, più grave. Qui c’è la prova della collusione. È attraverso un suo uomo di fiducia, Giuseppe Iero, che il clan Raso-Gullace ha avuto accesso al pacchetto di relazioni con ambienti politici nazionali «funzionali all’ottenimento di favori di ogni tipo».

Sul politico di palazzo Madama, poi, gli investigatori della Dia di Reggio Calabria hanno ricostruito incontri diretti con uomini della cosca. Veri e propri summit, li definiscono gli agenti della Dia. «Attraverso il “politico prescelto”, la cosca Raso-Gullace-Albanese si è infiltrata nella vita politica (comunale, regionale e nazionale), al fine di perseguire specifiche utilità e rafforzare la propria capacità di controllo territoriale» si legge nell’ordinanza di custodia.

Caridi, scrive il giudice, ha un «atteggiamento psicologico tipico di un associato». In che modo avrebbe aiutato gli affiliati, i magistrati lo spiegano con un lungo elenco di favori: «Caridi era stato interpellato allorquando la famiglia Politi di Roma (del gruppo Raso) aveva subito il ” blocco” di lavori edili in relazione a un immobile ubicato in zona vincolata; quando era stato necessario provvedere all’aggiudicazione di alcuni (non meglio specificati) lavori pubblici nella capitale in favore di aziende mafiose; finanche in questioni minori, quando era stato richiesto un suo intervento per consentire ad un soggetto di ottenere l’abilitazione all’esercizio di attività di mediazione immobiliare; per risolvere questioni di ordine “burocratico” presso l’Agenzia delle Entrate di Palmi e presso la Commissione Tributaria di Reggio Calabria; per truccare concorsi; per inserire la nipote del boss Girolamo Raso all’università La Sapienza di Roma alla facoltà di Odontoiatria, il cui accesso era a numero chiuso».

In pratica, un senatore sempre a disposzione della ‘ndrangheta. Per questo non un complice esterno, ma membro dell’organizzazione. È la prima volta che un parlamentare deve rispondere di associazione mafiosa. Da Cosentino a Dell’Utri, il reato per cui sono finiti nei guai è sempre stato quello di concorso esterno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...