Il (mancato) collegamento veloce tra l’Adriatico e il Tirreno è all’ordine del giorno
da prima ancora che nascesse l’Italia. Ma è rimasto tutto fermo

La maledizione del binario unico. La Puglia insegue da sempre, in pratica da quando esiste la strada ferrata, l’ambizione di avere linee ferroviarie a doppio binario. Non solo sulle linee regionali – dalla Ferrotramviaria, teatro dellatragedia di martedì, alle Ferrovie Sud-Est, al centro delle cronache degli ultimi mesi per decenni di sprechi – ma anche sull’Adriatica e sul collegamento con il Tirreno, la Bari-Napoli. Oggi, di certo, il binario unico è risultato maledetto: quasi la metà della Ferrotramviaria è a doppio binario, da Fesca, periferia di Bari, fino a Ruvo, 33 chilometri. Ma purtroppo l’incidente si è verificato in un tratto, quello tra Corato e Andria, compreso nei restanti 37 chilometri a binario unico. Una linea senza scampo se si incontrano due treni. Ma in Puglia anche linee ben più importanti rincorrono da tempo il doppio binario. Per esempio la tanto decantata Alta capacità ferroviaria dalla Puglia alla Campania, priorità di tutti i governi che si sono succeduti dal 2000 a oggi, altro non è se non il raddoppio di binario tra Foggia e Caserta, essendoci da tempo il doppio binario sia da Bari a Foggia che da Caserta a Napoli.

Opera attesa da 16 anni

Il primo a parlare di Alta capacità ferroviaria tra Bari e Napoli fu nel settembre 2000 l’allora ministro dei Trasporti (governo Amato) Pierluigi Bersani. Da allora l’unico tratto quasi completato, è solo il primo in terra pugliese, 23 chilometri tra Foggia e Cervaro, i cui lavori, dopo uno stop di due anni, sono ripresi soltanto nell’autunno del 2016. L’opera, nella migliore delle ipotesi, sarà terminata nel 2028 (previsione di Gianni Giannini, assessore pugliese ai Trasporti nel maggio 2013, quindi prima dello stop che potrebbe allungare i tempi al 2030). Eppure la strategicità del collegamento veloce tra l’Adriatico e il Tirreno è all’ordine del giorno da prima ancora che nascesse l’Italia: il primo che con grande lungimiranza prese a cuore il progetto di ferrovia tra i due mari, dando una spinta decisiva alla connessione ferroviaria di Foggia con Napoli, fu l’allora Dittatore delle Due Sicilie (carica che assunse il 7 settembre del 1860, giorno dell’ingresso in Napoli, qualche settimana prima della vittoria sul Garigliano) Giuseppe Garibaldi.

L’imbuto sull’Adriatica

E sempre da 150 anni si attende il raddoppio del binario anche sulla linea Adriatica, da Termoli a Lesina (34 chilometri). Anche in questo caso tutto è rimasto fermo all’inaugurazione di fine ‘800 (1863) del re Vittorio Emanuele II, quando la linea divenne famosa per il collegamento della Valigia delle Indie che da Londra, via Calais e Parigi, portava fino a Brindisi. Ebbene oggi, sulla linea ferroviaria diretta da Londra a Parigi, il tratto Termoli-Lesina resta l’unico senza doppio binario.

Il precedente del 1989

A pochi chilometri da quell’imbuto si verificò, nel 1989 l’ultimo grave incidente ferroviario in Puglia: 8 morti per lo schianto di un treno sulla stazione ferroviaria di San Severo il 3 aprile di 27 anni fa. Anche allora si parlò di errore umano, come per l’incidente di martedì. Ma è indubbio che allora come oggi un’infrastrutturazione all’altezza avrebbe potuto aiutare.

Commenti:
Che il 70% della rete ferroviaria a sud di Roma sia costituita da binari unici dice due cose: che non conosco il mio Paese mai abbastanza e che il medesimo Paese è quintessenzialmente criminale e idiota. Della prima ignoranza possiamo anche fare a meno, della seconda non possiamo che vergognarci il doppio. Questa è una nazione che si permette di essere organizzata e governata in un modo che sarebbe surreale, se non fosse tragico. Conosciamo perfettamente le modalità con cui vengono selezionate le classi dirigenti, così pure come poi vengono votate, nei decenni. La condivisione di responsabilità dovrebbe essere il collante di una società appena un poco normale, ma ciò è inimmaginabile in una nazione che è progredita caracollando, fottendosene sempre della responsabilità nei confronti sia del presente sia del futuro. Si ringrazino gli amministratori locali, i ministri dei cosiddetti lavori pubblici, la direzione delle ferrovie statali: diciamo dal 1950 in poi? E si ringrazi il popolo sovrano, che non è stato in grado di ribellarsi a una stolidità criminale e criminogena e al soldo della criminalità, una massa sterminata di nonni e padri e noi stessi, incapace di una rivoluzione autentica, culturale e politica, foss’anche improntata a quell’orrore implicito che è il “buongoverno”. Vorrei ricordare il processo a Erri De Luca sulle affermazioni circa la TAV da sabotare e desidererei che si rileggessero alla luce di quanto accaduto ieri in Puglia, perché quella sciagurata impresa in Val di Susa esiste anche a danno di una progettazione della rete ferroviaria nel Sud, per la quale sia detto però che i fondi europei sono pure stati resi disponibili, senza che fossero in grado, gli illuminati veri, di realizzare un lavoro che già nel 1972 doveva essere fatto, e siamo nel 2016, l’anno eterno di un Paese di merda che ho disimparato ad amare sempre più. Buon cordoglio a tutti.
PS. Pare che mi sbagli sul binario unico, che risulta assai diffuso in Europa. Tuttavia, binario unico o fonogramma che non arriva, è altro su cui appuntavo l’attenzione, della quale francamente avrei fatto a meno, vorrei non avere scritto, vorrei che le persone non fossero morte e, se sono morte, le responsabilità io le vedo provenire da lontano ed essere assai diffuse: nazionali.

Le lunghe attese fermi in stazione o in aperta campagna “perchè aspettiamo la coincidenza”. La rabbia perchè si arriva tardi in udienza, a lavoro. Nel vagone nervosismo. Qualcuno si alza e cerca il controllore. I più tracotanti bussano con insistenza nella cabina di comandano e protestano. Un borbottio generale. Di chi è la colpa, allora? Non certo dei capitreno, a cui rivolgo il mio pensiero adesso e mi chiedo chi non rivedrò più dal prossimo viaggio.
Quelle stesse polemiche sono vane come quelle che oggi ascolto e leggo. Tuttavia una lezione può consegnarci tutto questo dolore: abbandonare la passività, smetterla di fermarsi alla protesta rivolta all’ultimo ingranaggio che è nostro pari. Tornare a vivere civilmente e politicamente: comprendere perchè e chiedere il conto alle istituzioni, sollecitare e protestare con chi al vertice decide come e dove investire soldi pubblici per un servizio pubblico che è, non dimentichiamolo, un diritto fondamentale che la Costituzione ci riconosce ma che, purtroppo, la politica non ci garantisce. Chiedere il conto prima e dopo e punire con un solo strumento civile e pacifico: il voto.

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