Brexit e musica: con il divorzio dall’Ue sarà la fine della “Cool Britannia”?

il

L’industria discografica d’oltre Manica fa numeri da capogiro: al terzo posto nel mondo e primo del continente, pesa per il 10% sulle casse reali. Senza fondi europei e altre agevolazioni fiscali, come il mercato unico, un regime Iva agevolato e libertà di movimento dentro l’Unione, potrebbe subire una batosta. Gli addetti per ora arginano: “Non facciamo allontanare gli investimenti internazionali”

DI RITA RAPISARDI

 

Tutta la stanza è addobbata con la Union Jack. La bandiera campeggia su lenzuola e cuscini. Sul letto ci sono, fotografati dall’alto e in posa sexy, Liam Gallagher, il front man degli Oasis, e la moglie Patsy Kensit, personaggio televisivo nazionale.

Entrambi sono giovani, belli e in biancheria intima. Strafottenti e rock, inghiottiti dai colori britannici sono l’immagine perfetta della “Cool Britannia”. E’ il 1997 e Vanity Fair celebra l’apice del movimento che ha reso grande il regno di sua maestà per il decennio dei Novanta. Una nuova ondata di cultura popolare che ha le basi nei favolosi Sixties della “Swining London”.

“London Swings! Again!”, “Londra dondola! Di nuovo!”, recita il titolo a caratteri cubitali sulla copertina della rivista made in Usa. In politica sono gli anni del “cool” Tony Blair, il primo laburista a Downing street, al cinema quelli di Trainspotting di Danny Boyle. Ma il vero motore del momento è la musica: Oasis,Blur, Stone Roses, Suede ePulp. Il brit pop fa grande la piccola isola oltre la Manica e il suo prodotto interno lordo. Ma anche l’elettronica contribuisce – dance, house e trance – suonata dai dj internazionali nei club della City come lo storico Ministry of Sound.

Ora, con la Brexit, il Regno di sua maestà potrebbe tramutarsi in una “Little Britannia”: l’enorme mercato discografico e musicale britannico – che contribuisce al dieci per cento dell’economia della Regina – teme infatti di essere schiacciato dal risultato del referendum. Standard & Poor’s intanto ha già tolto la tripla A alla sterlina declassando la valutazione creditizia del Regno. Un’azione che potrebbe avere i primi effetti da subito con un rincaro dei prezzi di dischi, vendite online e concerti.

E se il premier conservatore, e ora dimissionario, David Cameron“is not too cool” come Blair, i numeri nonostante gli anni, sono a favore del Regno. L’Inghilterra è il terzo mercato musicale al mondo dopo Stati Uniti e Giappone, il primo in Europa. Nel 2015 un disco su quattro di quelli venduti nel continente è di un artista inglese. pari al 17,4 per cento di tutte le vendite. Un primato che l’Uk non ha perso neanche con la crisi del 2000,  il declino del disco rimpiazzato dall’avvento del digitale con la musica in streaming. Anzi il Pildel settore cresce a una velocità cinque volte maggiore rispetto a quello nazionale.

Brexit per gli ex cugini, vuol dire addio ai preziosi finanziamenti europei. A sfumare sarebbero programmi come il “Creative Europe” , che dal 2014 al 2020 ha stanziato 121 milioni di euro, o il “Live Europe” per la creazione di festival e sale concerti. L’abbattimento del mercato unico delle merci poi introdurrebbe nuove tariffe: un peso non da poco per le esportazioni musicali da cui deriva il 25 per cento dei ricavi, per metà delle etichette britanniche, e il 75 per cento per un quinto di esse. Il mercato musicale britannico dà lavoro a molti e fa girare i talenti: il 20 per centro di ricavi delle case discografiche vengono infatti reinvestiti in artisti emergenti.
Ma non si parla solo di musica. Nel corso del matrimonio europeo il Regno Unito ha goduto di facilitazioni economiche anche per l’industria culturale in genere: arte, musei, lirica, arti visive e design. Del miliardo e mezzo di euro che ogni anno l’Ue dispone per i cosiddetti “settori creativi” – che in Uk fruttano 70 miliardi di sterline, oltre 80 miliardi di euro – buona parte finisce oltre Manica. Circa il 46% delle richieste provenienti dal Regno Unito è accolta. E pensare che al secondo posto c’è la Germania, dove però solo il 26% delle domande è soddisfatto.

“Esistono limiti e opportunità”, ha detto Geoff Taylor, CEO della British Phonographic Industry (Bpi) un’associazione che rappresenta l’80% delle etichette Uk. “Bisogna mantenere la fiducia degli investitori internazionali perché non si allontanino dal Regno Unito”. Tutto infatti dipenderà da modi e tempi dei negoziati del governo britannico con la Commissione europea.

Arrivederci anche al regime di Iva Moss (“Mini Sportello Unico”) per la vendita dei download digitali introdotto in Europa nel 2015. Permette agli artisti di non aprire una partita Iva per ogni paese in cui suonano, ma di trasmettere le dichiarazioni del trimestre al proprio stato membro. Altro tema sono le imposte sui ricavi di esibizioni e concerti. Di norma sono pagate nel paese in cui avvengono i live.Un report di Ticketbis , una startup spagnola per la compravendita di biglietti, si chiede se con l’uscita le aliquote non aumentino a dismisura.

Il mondo discografia si era schierato per tempo. I magnate del settore consapevoli dei rischi per il business hanno invitato i britannici a votare “Remain”. Con loro anche artisti musicali del calibro di Elthon John, Brian Eno, Johnny Marr, Jarvis Cocker, Simon Cowell, Bob Geldof e Florence Welch, tra gli altri. Anche gli organizzatori del Glastonbury Festival , hanno dato la possibilità agli avventori di votare per posta, grazie a un facile meccanismo di registrazione online. L’evento infatti era in concomitanza con il referendum avrebbe escluso dal voto oltre 150.000 giovani e appassionati di musica.
“Romperemo ancora i confini, i nostri artisti lo fanno ogni giorno, e continueranno a farlo” hanno detto dalla Indipendent Music Companies Association ( Impala ) che conta 2000 etichette. In realtà potrebbero essere proprio le indie labels, con meno tutele e pochi sponsor, a patire di più. Gli artisti indipendenti spesso si autofinanziano: dormono in ostelli, puntano sui low cost ( anche loro a rischio aumenti ) o affittano pulmini. “I gruppi potranno andare in tourneé soltanto con uno sponsor alle spalle. Il lavoro burocratico extra renderà meno inclini a preoccuparsi degli artisti minori” si legge nel rapporto di Ticketsbis.

Oggi ai britannici non serve un visto lavorativo per le esibizioni, al contrario degli Stati Uniti. Un permesso per l’area Schengen costa 60 euro, per un gruppo di quattro musicisti, più autista e manager si raggiungono i 360. Altre tasse si aggiungono per il trasporto della strumentazione, che oggi è gratis. “Per Beyoncé non sarebbe nulla, ma andrebbe a pesare sul budget dei giovani gruppi indipendenti o emergenti” conclude il report.

Altre tasse per il trasporto della strumentazione. Oggi le norme europee consentono di importare ed esportare senza pagare nessuna mora. Per uscire dai confini britannici potrebbe servire un giorno un pezzo di carta per superare la dogana. E non sarebbe gratis.

Ma non è tutto buio all’orizzonte. L’indipendenza dall’Ue potenzierebbe il “brevetto britannico”, il diritto d’autore. Liberi da Bruxelles i britannici adotterebbero misure più forti per leggi in materia di copyright. Speranza anche per il mercato unico digitale che garantisce il commercio legale pagando basse royalties. E che prevede anche una più accesa battaglia sulla proprietà intellettuale e una riduzione degli oneri burocratici relativi all’Iva. La Commissione ha calcolato un guadagno di 415 miliardi di euro all’anno all’economia europea.

Ma il talento e la passione per la musica viaggiano su altri binari. Non conoscono borse o leggi fiscali, ignorano normative e dazi. Le ballate melodiche di Adele e la chitarra folk di Ed Sheeran continueranno a incantare, come il pop rock dei Beatles fece ballare generazioni. Generi e suoni diversi viaggeranno su cuffie o casse, in streaming o lungo le filature di un vinile. E creeranno nuove correnti, forse meno “cool”, ma sapranno a modo loro, leggere gli anni futuri.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...