La questione meridionale

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La questione meridionale fu un grande problema nazionale dell’Italia unita. Il problema riguardava le condizioni di arretratezza economica e sociale delle province annesse al Piemonte nel 1860-1861 (rispettivamente gli anni della spedizione dei Mille e della proclamazione del Regno d’Italia). I governi sabaudi avevano voluto instaurare in queste province un sistema statale e burocratico simile a quello piemontese. L’abolizione degli usi e delle terre comuni, le tasse gravanti sulla popolazione, la coscrizione obbligatoria e il regime di occupazione militare con i carabinieri e i bersaglieri, creò nel sud una situazione di forte malcontento. Da questo malcontento vennero fuori alcuni fenomeni: il brigantaggio, la mafia e l’emigrazione al nord Italia o all’estero.

Il brigantaggio: la risposta violenta alla politica sbagliata del governo

Dopo l’unità d’Italia vi fu un rigetto nei confronti del governo da parte della povera gente del meridione. Tale rigetto si manifestò fra il 1861 e il 1865 con il fenomeno del brigantaggio.
Il brigantaggio era localizzato in Calabria, Puglia, Campania e Basilicata dove bande armate di briganti iniziarono vere e proprie azioni di guerriglia nei confronti delle proprietà dei nuovi ricchi.
I briganti si rifugiavano sulle montagne ed erano protetti e nascosti dai contadini poveri; ma ricevettero aiuto anche dal clero e dagli antichi proprietari di terre che tentavano, per mezzo del brigantaggio, di sollevare le campagne e far tornare i Borboni.
Fra i briganti, oltre ai braccianti estenuati dalla miseria, c’erano anche ex garibaldini sbandati ed ex soldati borbonici. Non mancavano poi numerose donne audaci e spietate come gli uomini.

« Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. »
(Giustino Fortunato)

Viene intrapreso un parziale risanamento del debito pubblico accumulato dalle amministrazioni precedenti, impresa che si accompagna a riduzioni e razionalizzazioni della spesa pubblica.

L’Unione europea accompagna parzialmente questo processo finanziando progetti imprenditoriali a carattere sociale,ecologico o culturale, ma queste iniziative non sono di natura tale da creare meccanismi di autofinanziamento, e i vantaggi derivati sono molto ridotti. Al riguardo è importante ricordare che l’Abruzzo differentemente da tutte le altre regioni del meridione, è uscita dal cosiddetto, ed ormai passato, obiettivo 1[58].

In termini assoluti la situazione economica del meridione è indubbiamente migliorata negli ultimi sessant’anni; in termini relativi, però, il divario con il nord è drasticamente aumentato a partire dagli anni ’70 del ‘900[59]. Anche inglobato nell’Unione europea, difficilmente il Mezzogiorno potrà conoscere un forte sviluppo economico in tempi brevi.

Ancora oggi vari problemi strutturali ipotecano le sue possibilità di progresso economico: la carenza d’infrastrutture, la presenza di un sistema bancario poco attento alle esigenze del territorio (le vecchie grandi Banche del sud, a partire dagli anni ’90, sono state via via inglobate nei grandi gruppi del nord, come ad esempio il Banco di Napoli), i ritardi di una pubblica amministrazione spesso pletorica, l’emigrazione di tanti giovani che a causa della limitata crescita economica non trovano un lavoro, e soprattutto l’infiltrazione della malavita organizzata nella vita politica ed economica del sud, fattore questo che rappresenta il principale freno alla crescita economica meridionale. Un recente dossier delCENSIS ha infatti stabilito che senza l’influenza della criminalità organizzata l’economia meridionale sarebbe capace in un paio di decenni di raggiungere quella del nord Italia.[60]

Regione Popolazione(2010)[61] PIL pro capite (PPP)% della media UE27 (2008)[62] Tasso di disoccupazione(2010)[63] Tasso di occupazione(2010)[63]
Abruzzo 1.338.898 85 8,8% 55,5%
Basilicata 588.879 76 13,0% 47,1%
Calabria 2.009.330 66 11,9% 42,2%
Campania 5.824.662 66 14,0% 39,9%
Molise 320.229 80 8,4% 51,1%
Puglia 4.084.035 67 13,5% 44,4%
Sardegna 1.672.404 79 14,1% 51,0%
Sicilia 5.042.992 66 14,7% 42,6%
Italia 60.340.328 104 8,4% 56,9%

 

Si possono comunque distinguere tre approcci storiografici principali, che ricalcano in grosse linee dibattiti ideologici e politici più ampi:

  • La storiografia classica, così chiamata perché nata prima, proposta dal Mezzogiorno come segno di un’evoluzione atipica o ritardata, dove altre condizioniavrebbero permesso alla regione di inserirsi con successo in una dinamica di crescita e di integrazione. Al riguardo si evidenzia la tesi che considera il divario Nord-Sud preesistente all’Unità e provocato principalmente dalla diversa storia dei due territori, già a partire dalla caduta dell’impero romano, differenza che si è rafforzata a partire dal 1.300.[34]
  • La storiografia moderna, così chiamata perché proposta a partire da Gramsci e Salvemini, vede il persistere della miseria come una componente essenziale del capitalismo, che è basato sulle dualità sfruttatore – sfruttato, sviluppo – sottosviluppo, anche su base geografica.
  • L’interpretazione deterministica, che vede nella demografia (attraverso tesi razziste) o nella geografia del sud le origini, spesso insormontabili, della povertà nella quale si trova il Meridione.

Molti letterati anche tra quelli già citati come Gramsci e Giustino Fortunato riscontrarono pubblicamente la presenza di una vera e propria questione meridionale ma affermarono, altrettanto pubblicamente anche se poco o per nulla diffuso, che essa era dovuta alla disparità di trattamento tra Italia del nord e Italia del Sud, quest’ultima sfruttata fino all’inverosimile tanto che buona parte dei suoi figli emigrarono lasciando la propria terra per cercare fortuna all’estero.
La storiografia revisionista sostiene la tesi dello sfruttamento del Sud a vantaggio del Nord, in particolare il fatto che, il cosiddetto triangolo industriale “TorinoMilanoGenova” si sarebbe sviluppato economicamente sottraendo risorse al Meridione, senza però spiegare come le province del Nord-Est e dell’Italia Centrale, pur senza ricevere aiuti, si siano sviluppate economicamente nel tempo in maniera prossima e, in diversi casi, anche superiore ad alcune aree industriali del suddetto triangolo industriale “TorinoMilanoGenova” come risulta dai seguenti dati Unioncamere[70] e ISTAT[64].
In particolare la storiografia revisionista non spiega lo sviluppo economico delle regioni appartenenti all’ex Stato Pontificio, monarchia teocratica assoluta antiliberale e quindi stato profondamente diverso dal Regno di Sardegna, dove dopo il 1860 non si verificarono episodi di brigantaggio, né rivolte anti-sabaude, con le popolazioni ex pontificie che si adattarono presto alle nuove e profondamente diverse norme dello Stato Italiano unitario, crescendo lentamente, ma progressivamente fino a raggiungere negli ultimi decenni del novecento, uno sviluppo economico-produttivo prossimo a diverse province settentrionali padane e in alcuni casi, anche maggiore, come risulta dai dati Istat ed Unioncamere sopra indicati.

 

Vari studiosi e uomini politici hanno affrontato la Questione meridionale, cercando le cause dei problemi del sud. Ecco i più noti.

  • Giuseppe Massari (18211884) e Stefano Castagnola (18251891) furono due deputati italiani che diressero una commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio fra il 1862 ed il 1863. Sebbene parziale e puramente descrittivo, il loro lavoro espose bene come la miseria avesse un ruolo capitale nella nascita della rivolta.
  • Pasquale Villari (18271917) fu tra i primi a sollevare il problema della questione meridionale. Portò in risalto la crisi che attanagliava il Meridione e indagò, in particolare, sulla debolezza delle istituzioni del neonato stato italiano nei territori del sud. Criticò l’operato dello stato appena unificato poiché, per raggiungere il pareggio di bilancio, impose tassazioni inique al ceto popolare, che fu una delle cause principali dell’insurrezione proletaria agraria. Villari ritenne che la questione meridionale poteva essere sanata riavvicinando il governo alla plebe del sud.
  • Stefano Jacini senior (18271891), a lungo ministro dei lavori pubblici, si interessò alla necessità di costruire infrastrutture e creare una classe di piccoli proprietari terrieri.
  • Stefano Jacini junior (18861952), suo nipote, constatò due generazioni dopo che la situazione non era cambiata, e riprese le stesse posizioni.
  • Leopoldo Franchetti (18471917), Sidney Sonnino (18471922) ed Enea Cavalieri (18481929) realizzarono nel 1876 una celebre e documentata inchiesta sulla Questione meridionale, nella quale mettevano in luce i nessi fra il permanere dell’analfabetismo e dellatifondo, la mancanza di una borghesia locale, la corruzione e la mafia, sottolineando la necessità di una riforma agraria, nonché la lentezza dello sviluppo delle infrastrutture portuali, ferroviarie e stradali.
  • Giustino Fortunato (18481932), uomo politico conservatore, effettuò vari studi in materia, e pubblicò nel 1879 il più conosciuto di essi, in cui esponeva gli svantaggi fisici e geografici del sud, i problemi legati alla proprietà della terra, e il ruolo della conquista nella nascita del brigantaggio. Era decisamente ostile ad ogni tipo di federalismo, e, sebbene difendesse la necessità di redistribuire la terra e di finanziare servizi indispensabili come scuole e ospedali, fu ritenuto da alcuni interpreti pessimista per la sfiducia che mostrava nei confronti dei meridionali di vincere con le proprie forze i condizionamenti economici e storici del Mezzogiorno.[97] Si aspettava dal Nord la salvezza[98], ma col tempo si mostrò disilluso per l’incapacità delle classi dirigenti settentrionali (e più in generale della nuova Italia) di risolvere la questione meridionale.
  • Benedetto Croce (18661952), filosofo storicista, rivide in chiave storiografica le vicende del Mezzogiorno dall’Unità fino alNovecento, mettendo l’accento sull’imparzialità delle fonti. Il suo pensiero divergeva parzialmente da quello del suo amico Giustino Fortunato riguardo all’importanza da attribuire alle condizioni naturali in riferimento ai problemi del Mezzogiorno. Riteneva infatti fondamentali le vicende etico-politiche che avevano condotto a quella situazione. Entrambi ritenevano fondamentale la capacità delle classi politiche ed economiche, nazionali e locali, per affrontare e risolvere la questione. La sua Storia del Regno di Napoli, del 1923, rimane il punto di riferimento essenziale per la storiografia posteriore, sia per i discepoli che per i critici.
  • Francesco Saverio Nitti (18681953), più volte ministro, si dedicò molto allo studio dell’economia meridionale. A differenza della maggioranza dei meridionalisti, che videro un sud oppresso dal regime borbonico, egli ritenne che il Meridione non fosse in una situazione estremamente grave prima dell’unità. Egli criticò il modello economico di stampo conservatore del Regno delle Due Sicilieche, a suo dire, avrebbe impedito al sud di seguire i tempi moderni ma esso avrebbe garantito un mediocre benessere che venne perso dopo l’unità e ne lodò i suoi ordinamenti amministrativi e finanziari.[99] Nitti analizzò il timido sviluppo industriale, l’emigrazione, ed esortò la creazione di un primo stato sociale. Dopo la Seconda guerra mondiale, propose anche un vasto programma di lavori pubblici, di irrigazione e di rimboschimento, ed affermò come altri prima di lui l’urgenza di una riforma agraria.
  • Gaetano Salvemini (18731957), storico e politico socialista concentrò le sue analisi sugli svantaggi che il sud aveva ereditato dalla storia, criticò aspramente la gestione centralizzata del paese, e indicò come necessaria l’alleanza degli operai del nord con i contadinidel sud. Tuttavia lo sfruttamento sistematico del Mezzogiorno da parte del capitale settentrionale e l’adozione di una legislatura statale particolarmente penalizzante per il Sud era stata resa possibile, secondo Salvemini, dalla complicità dei grandi proprietari terrieri meridionali e dai loro alleati, i piccoli borghesi locali. Questi ultimi, volgari e oziosi, suscitavano il disprezzo di Salvemini[100], che invece nutriva un profondo rispetto nei confronti dei sobri, laboriosi e dignitosi contadini meridionali. Ancora nel 1952 Salvemini metteva in evidenza le gravi responsabilità che la piccola borghesia meridionale aveva avuto, e continuava ad avere, nel mancato sviluppo del Mezzogiorno, ma « […] di questa responsabilità i borghesi meridionali amano rimanere ignoranti. Trovano comodo prendersela con i settentrionali. Ebbene, quella responsabilità noi meridionali dobbiamo metterla in luce, sempre. Bisogna impedire che i meridionali dimentichino se stessi per non far altro che sbraitare contro i settentrionali.»[101].
  • Antonio Gramsci (18911937), noto pensatore marxista, lesse il ritardo del sud attraverso il prisma della lotta di classe. Studiò i meccanismi in corso nelle rivolte contadine dalla fine dell’Ottocento fino agli anni venti, spiegò come la classe operaia fosse stata divisa dai braccianti agricoli attraverso misure protezionistiche prese sotto il fascismo, e come lo stato avesse artificialmente inventato una classe media nel sud attraverso l’impiego pubblico. Auspicava la maturazione politica dei contadini attraverso l’abbandono della rivolta fine a se stessa per assumere una posizione rivendicativa e propositiva, e sperava una svolta più radicale da parte deiproletari urbani che dovevano includere le campagne nelle loro lotte. Il marxista Antonio Gramsci attribuiva il manifestarsi della Questione meridionale principalmente ai molti secoli di diversa storia dell’Italia meridionale, rispetto alla storia dell’Italia settentrionale, come il Gramsci stesso evidenzia nella sua opera “La questione meridionale – Il Mezzogiorno e la guerra 1, pag. 5), indicando l’esistenza, già nel 1860, di una profonda differenza socio-economica tra il Nord-centro e Sud della penisola italiana, evidenziando anche le gravi carenze delle precedenti amministrazioni spagnola e borbonica.[68]
« La nuova Italia aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni.L’invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l’unità creata da Roma, e nel Settentrione i Comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli Svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano dato un altro.
Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva una organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d’Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell’industria.
Nell’altra le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borboni nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale; non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione, per la sua speciale conformazione geologica, possedeva.
L’unificazione pose in intimo contatto le due parti della penisola. »
  • Guido Dorso (1892 – 1947) fu un intellettuale che rivendicò la dignità della cultura meridionale, denunciando i torti commessi dal nord ed in particolare dai partiti politici. Effettuò esaurienti studi sull’evoluzione dell’economia del Mezzogiorno dall’Unità fino agli anni trenta e difese la necessità dell’emergenza di una classe dirigente locale.
  • Rosario Romeo (19241987), storico e politico, si oppose alle tesi rivoluzionarie ed evidenziò le differenze esistenti, prima e dopo ilRisorgimento, fra la Sicilia ed il resto del sud. Attribuì i problemi del Mezzogiorno a tratti culturali, caratterizzati dell’individualismo e lo scarso senso civico, piuttosto che a ragioni storiche o strutturali.
  • Paolo Sylos Labini (19202005) professore ed economista, riprese tesi che vedevano nell’assenza di sviluppo civile e culturale le origini del divario economico. Considerò la corruzione e la criminalità come endemiche della società meridionale, e vide l’assistenzialismo come principale ostacolo allo sviluppo.
  • Edward C. Banfield (19161999) politologo statunitense sostiene che l’arretratezza del meridione sarebbe dovuta al cosiddetto familismo amorale, un tipo di società basata su una concezione estremizzata dei legami familiari, che va a danno della capacità di associarsi e dell’interesse collettivo, spiegata nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 (trad. it.: Le basi morali di una società arretrata, Ed. Simon & Shuster 1976).[95]
  • Robert D. Putnam (1941) politologo statunitense propone tesi simili a quelle di Edward C. Banfield nel suo libro La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano, 1993.[96], sostenendo come la mancanza di senso civico produca effetti negativi nei confronti dello sviluppo e dell’efficienza delle istituzioni.
  • Luciano Cafagna (1926 – 2012), storico dell’economia, espone alcune delle ragioni che portano a ritenere infondata la tesi di uno sviluppo economico dell’Italia settentrionale a spese dell’Italia meridionale.[67]
  • Orizzonti Meridiani (2011), gruppo di ricercatori e di collettivi politici che promuove studi e inchieste a partire dall’azione dei movimenti sociali nel Mezzogiorno d’Italia, affrontando le rappresentazioni e i discorsi prodotti dalle classi dominanti sulla “questione meridionale” e le funzioni che essi assolvono, in modo da sostenere le iniziative sociali in cui sono protagonisti le comunità locali e i movimenti per altri modelli di sviluppo, di ecologia e di democrazia nelle regioni meridionali d’Europa. La prima raccolta di studi di Orizzonti Meridiani è Briganti o emigranti. Sud e movimenti fra conricerca e studi subalterni, con prefazione di Franco Piperno (Ombre Corte, 2013).

 

LA QUESTIONE MERIDIONALE È LA QUESTIONE ITALIANA TUTTORA IRRISOLTA

Oggi, di fronte a l’insorgere di una questione europea, ossia della difficoltà di trovare un ruolo e una funzione per l’Italia, nel più generale contesto europea, cominciamo faticosamente a renderci conto che soltanto a partire dallo sviluppo dell’intero paese è possibile immaginare uno sviluppo dell’Italia all’interno dell’Europa. Allo stesso modo con il quale bisogna convincersi che l’Italia non si salva se non si salva il Sud d’Italia, bisognerà convincere i cittadini europei, le classi dirigenti del vecchio continente che l’Europa stessa non si salva se non si salva l’Italia.

Ripensare il rapporto fra autonomie locali, Stato nazionale e sovrastato europeo.  Al di là, dunque, delle letture che se ne possono dare sul terreno storiografico, liberandosi della polemica politica contingente, possiamo ancora affermare che la questione meridionale è sempre questione nazionale, anzi questione europea per cui diventa essenziale, fondamentale non dimenticare che lo Stato nazionale vive una fase di profonda crisi, foriera di mutamenti non ancora decifrabili.

Hanno concorso a generare questa crisi di struttura due elementi fondamentali. Da un lato la creazione di un sovrastato costituito dalla Federazione Europea. Federazione e non Confederazione, una realtà cioè, dotata di poteri propri ed originali non concessi dai singoli stati. Questo è un aspetto che nel nostro Paese stenta decisamente ad essere compreso. Dall’altro lato, come una tenaglia, la messa in discussione dello Stato nazionale dal basso, dalle Autonomie Regionali che sono divenute sempre più “poteri concorrenti” e spesso “poteri esclusivi” (5).

La sovranità oggi è diffusa, per tanti aspetti confusa. Basti pensare al sostanziale fallimento della riforma del Titolo V, all’erosione della funzione delle Regioni. Il fallimento di un maldestro federalismo concepito solo come antidoto al populismo regionalistico e campanilistico, irrazionalmente cresciuto negli ultimi decenni (6).

(5) Giuseppe Ossorio – La Regione in salita, Guida, Napoli, 2003
(6) Umberto Allegretti – Diritti e Stato nella mondializzazione, Città Aperta, Troina, 2002

In questa situazione, la questione meridionale muta profondamente, perché non può più essere letta all’interno dello scenario classico dello Stato nazione, ma deve essere declinata alla luce della Federazione Europea e dei nuovi poteri “locali”, in un contesto di sovranità diffusa, dove i centri dei poteri non sono più quelli tradizionali. Non è più il Governo nazionale l’unico soggetto a cui riferirsi, anzi è forse quello meno incisivo.

Se si continua a leggere la questione meridionale nell’ottica classica, come questione esclusivamente nazionale, si rischia di restare fuori dallo sviluppo, peraltro tortuoso e complesso dell’unificazione europea il che significa, in tempo di globalizzazione, mettersi fuori dalla corrente della storia. La domanda, pertanto, diviene: “come può lo Stato nazionale intervenire in queste mutate condizioni storiche e politiche, con quali strumenti, con quali risorse?”

Per rispondere a questa domanda è fondamentale interrogarsi soprattutto su chi ha il potere di decidere. Quale è il luogo dove si costituisce la volontà politica?  Chi ha il potere reale per intraprendere auspicabili politiche espansive, programmare investimenti pubblici e, soprattutto, a quali condizioni?

L’Unione europea per percorrere nuove strade ed abbandonare la politica cosiddetta del rigore, chiede agli Stati nazionali riforme strutturali, non semplici aggiustamenti dei conti, dei bilanci, del debito pubblico. In Italia, soprattutto al Sud, credo ci sia necessità di intraprendere innanzitutto una riforma culturale, incamminarsi sulla via dello sviluppo reale, creativo, originale e competitivo abbandonando le stanche richieste assistenziali o clientelari come quella, ad esempio, di stabilizzazione i lavoratori socialmente utili: spesa pubblica che di fatto stabilizza l’emergenza, (una forma di elemosina), che non produce domanda aggregata, non crea reddito, perché si tratta di redditi da sopravvivenza. In questo modo non si spende per investire ma solo per stabilizzare l’emergenza!

La Questione Meridionale, dunque, ritorna centrale dopo anni di colpevole silenzio. Si tratta, come si è detto, di declinare in modo nuovo nel mutato contesto i principii fondamentali che il meridionalismo classico ha interpretato nei momenti migliori della crescita dall’Italia e del Mezzogiorno.

Nella mia tradizione  repubblicana e di cultura della democrazia liberale, convivono diverse prospettive, quella liberale pura di Giustino Fortunato, quella interventista, per certi aspetti, come sul dirsi “statalista”, di Francesco Saverio Nitti, autore del celebre Nord e Sud che ispirò il titolo della rivista di Francesco Compagna, ultimo esempio di meridionalismo consapevole, saldamente nazionale ed europeo,  quella della direzione del sistema economico nazionale, con la “Nota aggiuntiva” alla Relazione sulla situazione del Paese, presentata al Parlamento da Ugo La Malfa il 22 maggio 1962 (7) “orientata verso obiettivi determinati e a breve scadenza” (8).

Se ben si riflette, la sfida che propone il nuovo auspicabile assetto di un’Europa politica in stretta correlazione con lo sviluppo del Sud di Italia e con esso di altre grandi regioni europee, la nuova sfida è quella di coniugare l’intervento pubblico in economia con il massimo di libertà di iniziativa del mercato (9).

(7) Ugo La Malfa – Verso la politica di piano. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1962

(8) Ugo La Malfa – Discutendo della sinistra con Ingrao, Amendola, Foa e Lombardi.      Editori Riuniti, Roma, 1999

(9) Ugo La Malfa – articolo Mezzogiorno nell’Occidente, rivista Nord e Sud, n.1      Dicembre 1954

Nostro compito precipuo è quello di coniugare nella contemporaneità la linea liberista con quella interventista nel quadro, naturalmente, di una dimensione metodologica che interpreta in modo storico, originale e contestuale entrambe le sensibilità come la loro auspicabile sintesi.

(10) Oggi più che mai vale l’insegnamento metodologico del meridionalismo classico il quale si è sempre tenuto lontano da schemi precostituiti, da pregiudizi di scuola, avendo come unico scopo quello di compiere l’Unità d’Italia recuperando lospread, si direbbe oggi, fra sviluppo del Sud e quello del Nord nell’ambito di una più vasta e incisiva politica europeista. Lo stesso meridionalismo democratico, non classista, che seppe cogliere con lungimiranza e lucidità, già nella seconda metà del secolo scorso, le distorsioni dello sviluppo del capitalismo italiano, l’azione corporativa condotta delle organizzazioni sindacali. Il tentativo fu quello di aprire un discorso che riconducesse la politica sindacale “ad una logica di sviluppo dell’occupazione e del reddito”, “perché fosse evitato che le  compatibilità meridionalistiche  fossero maltrattate” (11). Quell’analisi coglieva, fin da allora, gli elementi che iniziavano ad ingessare e cingere in una morsa la società italiana (12) (13) (14).

(10) Ernesto Paolozzi – “Il liberalismo democratico e la questione meridionale”, Napoli, 1990. L’autore si sofferma sull’azione politica di Francesco Compagna e Guido Cortese che in vario modo sostennero l’intervento dello Stato pur non abbandonando la matrice liberale del loro pensiero.

(11) Atti del Convegno degli intellettuali democratici “La cultura democratica di fronte alla crisi dello Stato”, Roma 29 – 30 maggio 1975. Edizioni della Voce, Roma, 1976.

(12) Augusto Graziani. Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea. Torino, Bollati Boringhieri, 1998.

(13) Salvatore Rossi. La politica economica italiana 1968-2007. Editori Laterza

(14) Giuseppe Ossorio. Scelte in controluce. Napoli, l’Italia, l’Europa. Il capitolo “Il Mezzogiorno” prefazione di Adriano Giannola, nota introduttiva di Tullio D’Aponte. Napoli – Guida Editore srl, 2014.

Proviamo ad esemplificare, a scendere nel concreto delle proposte politiche, a disegnare solo alcuni, parziali, possibili interventi – fuori dagli schemi classici -, che un Governo moderno al passo coi tempi dovrebbe compiere senza più esitazioni liberandosi dagli ultimi residui ideologici del secolo passato.

Ci troviamo di fronte ad una burocrazia e a vincoli di ogni genere che scoraggiano gli imprenditori europei, e non solo europei, dall’investire nel vecchio continente e, a maggior ragione nel Sud d’Italia dove alle complicazioni imposte da regole spesso astratte e bizzarre imposte dai trattati europei si aggiungono quelle ereditate da un antico sistema barocco e inefficiente nel quale si perde l’Amministrazione pubblica. Una legislazione del lavoro talmente complessa da risultare incomprensibile, anche ai più esperti studiosi, ai più provveduti imprenditori.  Una legislazione fiscale simile ad una selva, la quale per la sua stessa complessità, produce inevitabilmente evasione. Un cittadino italiano non sa quanto paga, a chi paga e per realizzare che cosa. Un’idea questa congeniale ad una signoria, ma non ad una democrazia liberale, fondata invece sul concetto di no taxation without rapresentation.

Non vi è dubbio, dunque, che una semplificazione drastica, un radicale ridimensionamento delle burocrazie è fondamentale in Europa come in Italia, ma soprattutto nel Sud che per la fragilità del suo sistema amministrativo rischia di pagare due volte l’eccesso di vincolismo.

Ma ciò non toglie che su un altro versante è necessario ripensare in termini moderni un intervento della politica, come indirizzo, naturalmente, non come puro interventismo assistenziale.

Da anni, manca in Italia una Politica industriale degna del nome.  Un Paese che ha quasi abbandonato la prospettiva produrre energia, che ha quasi dismesso l’industria chimica, che ha drasticamente ridotto il comparto del tessile fiore all’occhiello dell’industria italiana, che corre il rischio di dismettere la produzione dell’acciaio, settore strategico per un grande paese come il nostro.  Un paese che è parte decisiva del G8 non può e non deve arrendersi di fronte alla sostanziale deindustrializzazione in atto, alla quale si accompagna, come sosteneva Ligi Einaudi, un impoverimento dell’intera classe dirigente.

Analogamente, non è possibile fronteggiare l’impetuoso sviluppo imposto dalla globalizzazione dei mercati e la corrispettiva accelerazione della competizione internazionale senza ripensare in termini nuovi la vecchia questione della infrastrutturazione e sottovalutare la connessa grande questione della logistica. Una seria e rigorosa apertura ai mercati cinesi ed indiani può operarsi solo se si ricostruisce un sistema complesso ed efficiente di opere pubbliche, di porti ed areoporti assieme ad una nuova infrastrutturazione fondata sul WiFi. Sul terreno sociale non possiamo più sottovalutare l’importanza di costruire una rete di trasporto pubblico locale adeguata alla produzione dei servizi in un momento in cui la creazione delle Città metropolitane e l’esplosione del malcontento nelle periferie dovrebbe consigliare una particolare attenzione.  Non sfuggirà al lettore attento quanto questi problemi di dimensione italiana nel Mezzogiorno diventino ancora più acuti e pregiudiziali ad ogni politica che voglia avviare uno sviluppo reale e complessivo dell’intero paese.

Questa grande e grave questione è semplicemente scomparsa dal dibattito pubblico senza che nessuno ne denunci vigorosamente la mancanza. Su queste fondamenta è possibile ipotizzare un nuovo intervento del pubblico in stretto rapporto con le energie private, immaginare una ripresa delle politiche industriali.

Un Piano industriale può essere concepito per obiettivi, cioè per settori da valorizzare, o per fattori, cioè ritenendo di poter tenere sotto controllo e incidere sulla dinamica salariale o sul livello delle imposte sulle imprese, o ancora abbattendo i vincoli che determinano un rallentamento della vocazione imprenditoriale. Vi sarebbe materia per un vasto e appassionato dibattito, ma la classe politica non sembra accorgersi dell’opportunità che la contingenza offre per costruire un nuovo futuro per le prossime generazioni.

La storia è, essenzialmente, storia del successo e del declino di classi dirigenti. Oggi si tende ad assimilare alla classe politica l’intera classe dirigente. E’ un errore di valutazione che impedisce di comprendere la realtà nel suo complesso, l’intero processo storico. Nella situazione attuale è necessario e fondamentale interrogarsi, invece, sulla composizione dell’intera classe dirigente del Paese. Non solo, dunque, sulla qualità della classe politica dobbiamo interrogarci, ma anche sulla qualità dell’imprenditoria italiana.

Quale è, oggi, la natura del capitalismo italiano?   Siamo certi che abbiamo superato il modello di capitalismo assistito e sovvenzionato tipico del tanto criticato consociativismo? Storicamente il nostro capitalismo è sempre stato, per così dire, zoppicante, troppo vicino, a volte confuso col potere politico.  Oggi più che mai sarebbe necessario ed urgente individuare quali settori industriali l’Italia potrebbe e dovrebbe puntare strategicamente per programmare il proprio sviluppo cercando di comprendere quali sono le eccellenze e dove, per converso, è necessario intervenire per cercare di arginare il lento declino di larghi settori del capitalismo privato.

Sulla formazione e composizione dell’Amministrazione pubblica, della burocrazia, è perfino inutile intrattenersi, data la diffusa opinione della sua insufficienza. D’altronde, senza una burocrazia efficiente e creativa è difficile ipotizzare un intervento dello Stato realmente efficace, mentre è certo che anche l’iniziativa del singolo, la più brillante, non riesce a sviluppare la potenzialità che possiede.

La formazione delle classi dirigenti, affermava Guido Dorso, è uno degli eventi più misteriosi della storia. Certo è che negli ultimi tempi sembra che tutto abbia congiurato ad abbassare il livello culturale ed etico politico delle nostre classi dirigenti.  A cominciare dal lento declino di un sistema dell’istruzione che è passato dal modello elitario ad una concezione egualitaristica che non ha sempre favorito i meno abbienti ma spesso ha mortificato l’eccellenza. Abbiamo costruito un sistema dell’informazione asfittico, poco plurale, troppo spesso assistito o asservito alla politica, con il risultato di aver lentamente consumato le energie intellettuali del Paese, mancando una reale concorrenza, un libero mercato delle idee per usare una metafora che può far comprendere a tutti l’importanza di avere un sistema dell’informazione e della produzione culturale il più autonomo e libero possibile.

Ma fondamentale rimane la questione della formazione della classe politica. Sarebbe interessante analizzare minuziosamente i meccanismi che determinano la formazione del consenso nel nostro Paese, dai piccoli Comuni, alle Regioni, fino al Parlamento nazionale e a quello europeo. Certo è che possiamo affermare che la capacità di selezionare una buona classe politica, onesta e capace assieme, si è andata spegnendo negli ultimi anni e solo ora ci troviamo di fronte ad una svolta di cui non sono ancora chiari i contorni.

E’ fondamentale, dunque, impegnarsi per costruire una nuova classe dirigente di italianieuropei. L’attuale condizione storica, di crisi e di cambiamento strutturale della politica comunitaria offre un’opportunità irripetibile, soprattutto per il Mezzogiorno d’Italia.

In questa prospettiva è necessario intervenire con urgenza ma all’interno di un ragionamento complessivo e coerente. Ci sentiamo, dunque, di avanzare alcune proposte certamente impegnative ma sostenibili, realizzabili. Questioni di merito ma che rappresentano anche un modello metodologico di impegno che ognuno potrà interpretare secondo la propria sensibilità.

1) Investimento strategico sulla formazione di una nuova generazione di italiani europei.

L’ Erasmus ed altri progetti simili dovrebbero essere messi a regime, e non considerati più come esperienze una tantum, una sorta di vacanza di studio, ma un obbligo formativo per tutti gli studenti. Su questi progetti dovrebbero essere coinvolte le aziende, piccole medie e grandi, per sostenere stages formativi per le nuove generazioni. Questi non sono emigranti! Oggi se un giovane va a studiare, vivere e lavorare in Belgio, Olanda o in Inghilterra, per uno, due o tre anni non è un emigrante. È un capitale umano su  cui il nostro Paese ha investito concretamente. E’ una preziosa ricchezza che l’Italia non deve perdere.  L’affermazione specie nel settore informatico di paesi come l’India è stata determinata, preparata anche da generazioni di giovani indiani che sono andati a studiare e lavorare negli USA a partire dagli inizi degli anni 80.

Questo tipo di investimento (l’Erasmus è solo un esempio) è fondamentale per superare una serie di condizionamenti culturali prima ancora che politici. Confrontarsi con altre culture e civiltà giuridiche può aiutare, per esemplificare, a non considerare il diritto come una sorta di “cortesia”, un atto di benevolenza del potere. Quando il diritto, anche il più semplice, si trasforma in concessione del potere, quasi fossimo in una Signoria, la produzione, anche dei beni e servizi più diretti e semplici, diventa farraginosa, opaca, improduttiva.

Si può, dunque, contribuire a formare una nuova classe dirigente nel Mezzogiorno. L’Europa è un’occasione che se ben utilizzata potrebbe farci superare uno degli ostacoli principali al progresso del Sud d’Italia. Immaginiamo i giovani meridionali (gli stessi che oggi partono per le Università di Milano o Roma) mandati a studiare e a formarsi in Europa, anche lavorando, ma restando in contatto strutturale con le Università italiane e le aziende che hanno contribuito a mandarceli, con stages o altre forme di interazione. Sarebbe un capitale d’investimento enorme, che in pochi anni darebbe risultati anche nel luogo d’origine. Non sarebbero “emigranti”, ma investimenti, capitale umano.

2) Superamento delle piccole dimensioni istituzionali. I piccoli comuni non dovrebbero essere incentivati, ma costretti a creare Unioni di comuni di almeno 20 mila abitanti.

In questo modo sarebbe più difficile piegare le istituzioni locali alla dimensione familiare e clientelare. Sarebbe una rivoluzione nella formazione del consenso e quindi nella gestione del potere locale. Inoltre si delineerebbe una riforma strutturale che produrrebbe subito risparmio e potenzialmente efficienza. Che funzione svolge, ad esempio, un assessore ai lavori pubblici di un comune di 5mila abitanti e duemila votanti? Di quali risorse può disporre?

Le Città Metropolitane (allo stato non sappiamo se queste nuove Istituzioni decolleranno) e le Unioni di comuni possono essere, invece, centri di responsabilità amministrativa chiari ed individuabili, quindi responsabili. Il Sud d’Italia potrebbe ripartire da un impianto amministrativo innovativo, che assieme ad una più rapida informatizzazione potrebbe essere un volano di sviluppo, a costi relativamente bassi e aperto alla partecipazione dei giovani laureati troppo spesso costretti ad emigrare. Una perdita secca del cosiddetto Capitale umano, la vera ricchezza, oggi di una nazione per parafrasare Adam Smith.

3) Superamento delle piccole dimensioni produttive.

Non si può aggredire il mercato globale fondando il sistema produttivo sulla piccola dimensione. Il vecchio slogan degli anni Novanta, “piccolo è bello” si è rivelato per tanti aspetti bugiardo. Come è facile constatare dalla crisi nella quale è precipitato il Nord Est che a quel modello si era ispirato.

Ciò vale anche per il Mezzogiorno. La vocazione agricola, ad esempio, è un grande patrimonio su cui investire, l’export agroalimentare italiano continua, nonostante tutto, ad essere una enorme fonte di ricchezza (37 miliardi di euro annui). È necessaria una strategia di sviluppo che premi forme di aggregazione dell’offerta, forme produttive adeguate ai volumi del mercato internazionale. La cooperazione può essere la forma più adeguata per convincere i tanti piccoli produttori a lavorare insieme, superando gli egoismi tradizionali e creando una struttura produttiva diffusa e radicata sul territorio. Al Sud la cooperazione potrebbe essere quello che la rete di piccole e medie imprese rappresenta per il nord: un modello produttivo tipico. Questa potrebbe essere una trasformazione (una rivoluzione) che il governo nazionale potrebbe incoraggiare in un quadro strategico di rinnovato impegno, esempio di come è sterile contrapporre un ideologia interventista ad un’altra liberista. L’intervento può e deve esserci se non è puramente assistenziale o clientelare.

4) Superare i vincoli e semplificare le opportunità.

Fondamentale nell’attuale contingenza, di mancanza di risorse è una politica di drastica semplificazione.  I governi dovrebbero porre come questione centrale uno sfoltimento della legislazione fiscale, del contenzioso civile, eliminando la miriade di autorizzazioni imposte per insediare un’attività imprenditoriale. Superare le costrizioni e le sovrapposizioni dei vincoli delle pianificazioni territoriali, semplificare le autorizzazioni delle Sovrintendenze, nel rispetto della sicurezza del territorio e della salvaguardia del paesaggio e dei beni culturali.

5) La qualità e la certezza della qualità della produzione

Sarebbe, in un contesto semplificato, la nostra arma vincente, unica al mondo. In particolare per determinati settori: Agroalimentare, Turismo, Cultura.  Questi tre pilastri, potrebbero diventare la fonte stabile ed inesauribile della ripresa economica del Paese. Le tre proposte sono strutturali e non specifiche. Nessuna richiesta di detassazione o incentivazione fiscale, e nessuna richiesta di interventi economici dall’alto.

Note: un’efficace sintesi storiografica è quella di Salvatore Cafiero, Questione meridionale e unità nazionale, Roma, 1996; Adriano Giannola, Rapporto SVIMEZ 2014 ( presentato il 15 febbraio 2015).

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