Il racconto dell’ex manager Armanna ai pm di Siracusa: “Coinvolto anche un importante imprenditore nigeriano”

C’era anche un importante imprenditore nigeriano del settore petroliferodietro il presunto complotto per far cadere l’ad di Eni Claudio Descalzi e danneggiare il premier Matteo Renzi. L’obiettivo: mettere a capo del colosso petrolifero italiano il manager Umberto Vergine. E fu proprio l’imprenditore nigeriano che disse, all’ex manager Eni Vincenzo Armanna, di essere pronto a far cadere Renzi pur di raggiungere l’obiettivo. È questa la versione che Armanna ha fornito agli inquirenti della procura di Siracusa, durante l’interrogatorio di quattro giorni fa, aggiungendo un ulteriore dettaglio alla vicenda: l’ipotesi di colpire il premier ha ora anche una pista che porta in Nigeria.

Le parole dell’ex manager Eni dovranno essere verificate dagli inquirenti. Il punto, come rivelato ieri dal Fatto, è che Armanna racconta di essere testimone diretto di un’azione mirata a danneggiare anche il presidente del Consiglio: dice ai pm di aver partecipato a due cene e a un terzo incontro – tra Montecarlo, Lugano e Ginevra – durante le quali gli furono descritte le manovre per disarcionare l’ad Descalzi. Incontri nei quali gli fu proposto di contribuire a “diffondere una falsa informazione”, ovvero il “finanziamentodell’intelligence israeliana alle precedenti campagne elettorali delpremier”. L’obiettivo, sempre a detta di Armanna, sarebbe stato quello di pilotare le nomine delle più importanti aziende di Stato e addirittura la vendita di alcune di esse. E per raggiungerlo – sostiene sempre Armanna in procura – il gruppo di italiani coinvolti e l’imprenditore nigeriano puntavano a delegittimare Renzi per aver intascato soldi dai servizi segreti di Israele.

Armanna aggiunge un altro elemento: “Dissero che avevano a disposizione gli italiani che avevano fabbricato il dossier del Niger Gate, conosciuti in Nigeria nel 2013, e che sarebbero stati di grande aiuto nel minare la credibilità del presidente del Consiglio italiano e della sua squadra”. Il riferimento al Niger Gate riguarda i falsi dossier – che videro il coinvolgimento del Sismi (il servizio segreto italiano che è diventato oggil’Aise) che li avrebbe consegnati alla Cia – fabbricati nel 2002: dimostrarono il traffico di uranio tra Niger e Iraq portando Usa e Gran Bretagna ad accusare lo Stato iracheno di aver violato l’embargo sugli armamenti nucleari. Uno dei pretesti per scatenare la seconda guerra del Golfo. I professionisti del falso dossieraggio, secondo Armanna, erano pronti a colpire Descalzi e Renzi in combutta con italiani e nigeriani.Nessuno, per il momento, può sapere se ciò che dice Armanna sia vero o falso. Di certo descrive uno scenario gravissimo. E sarebbe altrettanto grave se mentisse raccontando fatti impossibili da dimostrare.

Nell’inchiesta milanese sulle presunte tangenti versate dall’Eni in Nigeria – circa 200 milioni di euro per l’acquisizione del giacimento Opl 245 – Armanna è indagato per concorso in corruzione internazionale, insieme con Descalzi, l’ex ad Eni Paolo Scaroni e il mediatore Luigi Bisignani. E i suoi verbali d’interrogatorio sono ritenuti attendibili dalla procura lombarda. È altrettanto vero che Armanna è un uomo considerato in contatto, per il lavoro svolto all’estero, con ambienti vicini alle intelligence straniere. La Procura di Siracusa ha il compito di verificare ogni minimo dettaglio di questa deposizione: se fosse vero ciò che dice Armanna, infatti, pur di conquistare l’Eni, un gruppo di italiani e nigeriani avrebbe architettato falsi dossier per portare “all’impeachment” di Renzi.

La gravità dello scenario è confermata da un’altra circostanza: la voce che Renzi fosse finanziato o quanto meno influenzato dal Mossad è effettivamente circolata nei mesi scorsi. Il Corriere della Sera a marzo l’ha attribuita a Massimo D’Alema che, durante una cena, avrebbe riferito ai commensali: “Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”. Frase che finora l’ex ministro degli Esteri non ha mai smentito, segno che questa voce – un legame tra Renzi e il Mossad – si era diffusa e circolava negli ambienti della politica.

Ed è altrettanto certo che l’ipotesi di un finanziamento del Mossad a Renzi, durante le primarie del 2012 contro Pier Luigi Bersani, fu confidata al Fatto, nel dicembre 2015, da un’autorevole fonte: “Nel 2012 il Dis (dipartimento della presidenza del Consiglio che coordina i servizi, ndr) ha informato il Copasir, in maniera informale, che il Mossad stava finanziando la campagna elettorale per le primarie contro Bersani. Così il Copasir avverte l’allora direttore del Dis, Gianpiero Massolo, chiedendogli di intervenire. Infine, qualcuno dei servizi incontra l’ambasciatore israelianoNoar Gilon per discutere l’argomento”. Il Fatto non ha trovato riscontri e quindi non ne ha mai scritto. Con l’interrogatorio di Armanna, però, la situazione cambia. Un testimone descrive una situazione completamente opposta. E a questo punto le ipotesi diventano due. E tutte inquietanti. La prima. Armanna dice la verità e qualcuno ha tentato di conquistare la guida della nostra principale azienda energetica anche a costo di simulare per Renzi un’accusa gravissima: aver preso soldi da un servizio segreto straniero.

La seconda. È, invece, la nostra fonte anonima a dire il vero. Considerata la sua autorevolezza, non possiamo infatti dare per scontato che abbia detto il falso, anche se è plausibile che qualcuno possa averla – volutamente o no – informata male. Resta il fatto che non abbiamo trovato alcun riscontro alla sua versione: “Il premier è stato finanziato nel 2012 dai servizi israeliani, con conseguente intervento del Dis, dopo un approccio informale con il Copasir, che ne discute con l’ambasciatore dell’epoca Noar Gilon”. A questo punto, però, se la nostra fonte dice il vero, la versione fornita ai pm da Armanna – al quale, come per la nostra fonte anonima, non possiamo noi attribuire la patente di teste attendibile, o di millantatore – è in grado di disinnescare la strisciante accusa rivolta al premier. I pm di Siracusa hanno adesso il compito di verificare la versione di Armanna e del principale indagato, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, accusato di concorso in corruzione internazionale. Nelle loro mani non c’è soltanto un’inchiesta per corruzione internazionale. Nel loro fascicolo c’è la ricerca di un pezzo di verità – un presunto complotto per conquistare l’Eni, danneggiare o meno ilpresidente del Consiglio – che non può restare inevasa.

“Un complotto ai danni dell’Eni e di Matteo Renzi? Se i fatti esposti dal Fatto Quotidiano sono veri, si tratta di un’azione gravissima contro la sicurezza nazionale”. A commentare gli articoli sul presunto complotto contro l’amministratore delegato Claudio Descalzi e il premier è il senatore Pd Stefano Esposito. “O ‘Il Fatto’ è bene informato”, ha detto all’agenzia Adnkronos, “e allora c’è da domandarsi come sia potuta trapelare una notizia che rischia di ostacolare il lavoro dei magistrati nell’accertamento dei fatti (e quindi andrebbe perseguito il responsabile), oppure si tratta di un falso e in quel caso ne risponderà il giornale. Io però mi attenderei una presa di posizione da parte della Procura di Siracusa, che smentisse, se c’è da smentire”. Esposito ha chiesto anche un intervento del ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Credo che sarebbe opportuno che si attivasse nell’ambito delle sue prerogative, affinché la Procura si pronunciasse. Perché si ha il diritto di sapere, e io voglio sapere, se c’è un complotto nei confronti del presidente del Consiglio italiano e della più grande azienda del Paese. Da troppo tempo queste operazioni vere o presunte avvelenano la storia italiana”.

Intanto il procuratore di Siracusa Francesco Paolo Giordano ha detto di “non avere nulla da dichiarare”. L’inchiesta, di cui il Fatto ha dato conto negli ultimi giorni, mira a far luce su un dossier contro Descalzi, inviato per prima alla Procura di Trani e poi a Siracusa, con il probabile obiettivo di farlo sostituire nell’incarico al vertice dell’Eni, coinvolgendo anche il presidente del Consiglio che sarebbe accusato di essere stato finanziato dal Mossad. Uno scenario complesso sul quale la Procura di Siracusa indaga ormai da diversi mesi. Dagli uffici al quinto piano del Palazzo di giustizia nei giorni scorsi era arrivata solo la conferma dell’esistenza sull’inchiesta.

Un’ipotesi investigativa, secondo quanto ha pubblicato il ‘Fatto quotidiano’, è che soggetti collegati alla finanza internazionale e a grandi aziende italiane abbiano in qualche modo pilotato interventi e posizioni all’interno del Consiglio d’amministrazione di Eni Spa al fine di indebolire il ruolo dell’ad Descalzi veicolando notizie “false e tendenziose”. Per raggiungere questo obiettivo sarebbe stato architettato anche un falso dossier contro il presidente del Consiglio, con l’accusa di essere stato finanziato dai servizi segreti israeliani. Sullo sfondo un intrigo con faccendieri nigeriani e iraniani che hanno forti interessi negli affari petroliferi gestiti dall’Eni. Al momento, secondo la ricostruzione del ‘Fatto’, solo una persona risulta indagata con l’accusa di corruzione internazionale: si tratta di Massimo Gaboardi, tecnico commerciale di impianti industriali. Gaboardi avrebbe ricevuto la promessa di denaro dal governo nigeriano per facilitare un cambio al vertice dell’Eni, da qui nascerebbe l’accusa nei suoi confronti.

Nei giorni scorsi sono stati interrogati in Procura, dal sostituto procuratore Giancarlo Longo, che collabora all’inchiesta,l’imprenditore Andrea Bacci, amico di Renzi, e Vincenzo Armanna, ex manager dell’Eni, attualmente indagato dai magistrati di Milano per concorso in corruzione internazionale. Entrambi sono stati sentiti come persone informate sui fatti. Nei prossimi giorni la Procura di Siracusa potrebbe ascoltare altri testimoni vicini al premier: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti e l’imprenditore Marco Carrai.

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