Il finanziere specula mentre il governo paga

L’esecutivo potrebbe garantire i crediti deteriorati delle banche: quelli comprati dal fondo Algebris del finanziere renziano Serra

E bravo il finanziere Davide Serra, grande amico di Matteo Renzi, sua antenna nella City londinese e ispiratore discreto di certe mosse economiche decise dal presidente del Consiglio.

Ieri è andato in televisione da Lucia Annunziata ad applaudire Mario Draghi, «il più grande statista europeo», a criticare la Consob che non avrebbe spiegato a dovere la nuova direttiva europea, e ad assolvere Bankitalia sul salvataggio delle quattro banche tra cui Etruria.Qualcuno invece è intervenuto prima del collasso. Ed è il fondo di investimento Algebris, fondato proprio da Davide Serra. Il quale zitto zitto, senza grandi echi mediatici, nei giorni scorsi ha fatto scorta di crediti deteriorati di varie banche a valori molto inferiori rispetto a quelli di emissione. Investimenti assai cospicui: si parla di alcune centinaia di milioni di euro che comprendono immobili e crediti garantiti da ipoteche oltre a titoli in sofferenza di banche grandi (Deutsche Bank, Ubi, Mps) e piccole, come la Bcc del Garda.

La quale tuttavia non è un istituto da nulla: il Credito cooperativo di Montichiari (Brescia) è presieduto dal 1985 da un pezzo grosso del mondo bancario italiano, Alessandro Azzi, che dal 1991 è il numero 1 di Federcasse (la federazione nazionale delle banche di credito cooperativo) ed è stato vice dell’Abi.Il rischio è il mestiere di un bravo investitore. E Davide Serra abile lo è di sicuro. Ma trattandosi di un intimo di Renzi non è peregrino avanzare un’altra ipotesi: che Serra possa immaginare già a quanto ammonteranno le garanzie pubbliche per coprire i crediti deteriorati, e sia dunque intervenuto non perché ama il rischio, ma perché in realtà cammina sul velluto. Lui compra con il suo hedge fund, il governo mette le garanzie.Di questo sospetto si è fatto portavoce Osvaldo Napoli, deputato di Forza Italia. Spiega Napoli: «Algebris ha comprato qualche centinaio di milioni di crediti deteriorati di banche sui quali ci sono livelli di copertura elevati ma non tali da garantire il rientro completo dei debiti. Serra è stato più veloce del governo. Il quale si prepara a fornire garanzie pubbliche non si sa ancora in che percentuale sul collocamento di questi crediti presso gli investitori così da garantirli del rientro dei loro investimenti».

Algebris ha cominciato ad acquistare crediti incagliati già a dicembre. L’altro giorno, a Davos, Serra ha rivendicato con orgoglio le sue speculazioni su Montepaschi: tempo fa ha scommesso al ribasso sull’istituto di Siena, oggi invece ha fatto man bassa di derivati ad alto rischio scommettendo sulla sua solidità. A Radio 24 il finanziere ha confermato l’acquisto di un subordinato Tier 2 «che offre un rendimento del 20 per cento, che è folle per un titolo che è addirittura, secondo i nostri calcoli, fuori dal rischio bail in».Non è dato sapere lo sconto con cui Serra ha rilevato quei titoli in sofferenza. I crediti delle quattro banche salvate sono stati trasferiti alla «bad bank» con una svalutazione dell’83 per cento rispetto al valore originario.Diventa decisivo sapere quanta parte dei circa 40 miliardi di garanzie pubbliche (cifra che sarebbe circolata a Davos) andranno nelle casse degli istituti i cui crediti deteriorati sono finiti nel portafoglio di Algebris. Se fosse confermato che i titoli in sofferenza ammontano complessivamente a 200 miliardi, i 40 milioni del governo equivalgono a svalutare dell’80 per cento. E i crediti deteriorati delle 4 banche (tra cui Etruria) sono stati svalutati dell’83 per cento. Chi si muove presto (e a ragion veduta grazie a qualche fonte di prima mano), guadagnerebbe il 3 per cento. Un buon margine, di questi tempi.

 

Davide Serra è un noto investitore finanziario da sempre vicino al premier Matteo Renzi. Iscritto, lui dice a sua insaputa, al Pd, di certo frequentatore della sezione londinese del partito è fondatore e amministratore delegato del fondo Algebris al quale fanno capo numerose altre piccole società. Un sistema societario complesso non realizzabile in Italia ma consentito dalle leggi britanniche dove ha sede il cuore del suo impero e dove beneficia della tassazione sui dividendi più bassa rispetto a quella consentita nel nostro paese.

Serra ha sostenuto Renzi nella campagna vittoriosa per le primarie del Pd intervenendo più volte alle edizioni dell’assemblea del partito organizzate alla Stazione Leopolda di Firenze. Di lui Bersani disse: “Direi che qualcuno che ha la base alle Cayman non può permettersi di dare giudizi”. Tale affermazione fu oggetto di querela da parte di Serra, archiviata su richiesta del Pm con la seguente motivazione: “La sede in un paradiso fiscale non è un illecito, ma è un fatto che si assoggetta alla critica di appartenere a una legislazione non trasparente”.

Oggi Serra ammette candidamente di aver investito da più mesi sulle banche Popolari, oggetto peraltro di un discusso decreto che è stato varato dal governo Renzi il 24 gennaio. “Investiamo sulle banche Popolari da marzo 2014. Abbiamo in particolare una specifica, grande posizione. La società sa cosa vogliamo e dove intendiamo arrivare. Ci siamo parlati, anzi siamo in dialogo costante. Non aggiungo altro”, ha detto ai media il gestore del fondo Algebris, con sede a Londra.

Non si hanno ulteriori dettagli su questa affermazione di Serra, si sa solo che l’istituto di credito indiziato numero uno è il Banco Popolare, al secondo posto Ubi Banca e Pop Milano – ma le parole sono bastate a innervosire sindacati e associazioni a tutela dei consumatori. Secondo Susanna Camusso, leader della Cgil, si tratta di speculazioni. “Non è un bello spettacolo che subito dopo il decreto si scopra che c’è chi lo sapeva e ci ha speculato sopra”, ha commentato la leader sindacalista.

Tutto questo mentre la Consob sta indagando sulle operazioni sospette intercorse sui mercati inglesi prima che il decreto legge di rilancio delle banche Popolari venisse varato dall’esecutivo. Le autorità di controllo dei mercati vogliono vederci chiaro e capire se ci siano stati cambi di partecipazione prima che i titoli delle Popolari venissero impattati in Borsa.
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