L’impensabile è diventato irreversibile. Solo un anno fa pochissime persone avrebbero immaginato che schiere di cittadini britannici che amano lamentarsi dell’Unione europea – le sue ridicole norme, i suoi budget gonfiati e i suoi pomposi burocrati – avrebbero effettivamente votato per lasciare il club dei paesi che acquistano quasi la metà dei beni esportati del Regno Unito.

Eppure, dalle prime ore del 24 giugno, era chiaro che gli elettori avevano ignorato gli avvertimenti di economisti, alleati e governo e che, dopo più di quattro decenni nell’Ue, erano pronti a fare un salto nell’ignoto.

Il crollo della sterlina al valore minimo degli ultimi trent’anni ha offerto un assaggio di quello che verrà. Il calo della fiducia potrebbe gettare il Regno Unito in recessione. Un’economia meno dinamica in modo permanente significa meno posti di lavoro, entrate fiscali più basse e, alla fine, maggiore austerità. Il risultato del referendum farà vacillare la già fragile economia mondiale.

Dannosa incertezza

Gli scozzesi, che in gran parte hanno votato per restare nell’Ue, potrebbero adesso nuovamente desiderare di staccarsi dal Regno Unito, come hanno quasi fatto nel 2014. Dall’altra parte della Manica, euroscettici come il Fronte nazionale francese vedranno l’uscita britannica come un incoraggiamento. L’Ue, un’istituzione che ha contribuito a mantenere la pace in Europa per mezzo secolo, ha subìto un colpo grave.

Gestire le conseguenze del voto, che ha visto il paese spaccato per età, classe e geografia, richiederà abilità politica nel breve periodo; a lungo termine potrebbe comportare una ridefinizione delle linee di divisione politica tradizionali e anche dei confini interni al paese. Ci sarà un lungo periodo di dannosa incertezza. Nessuno sa quando il Regno Unito lascerà l’Ue o in quali termini. Ma tra il giubilo dei sostenitori dell’uscita e le recriminazioni dei fautori dell’Unione, due domande s’impongono: cosa significa il voto per il Regno Unito e per l’Europa? E che cosa succede adesso?

I leader della Brexit hanno promesso un’economia fiorente e il controllo dell’immigrazione

Il voto per lasciare l’Ue equivale a uno sfogo di rabbia contro “l’establishment”. Tutti, da Barack Obama ai capi della Nato e del Fondo monetario internazionale, hanno esortato i britannici a scegliere l’Ue. I loro inviti sono stati ignorati dagli elettori che hanno respinto non solo i loro argomenti, ma il valore degli “esperti” in generale. Larghi settori dell’elettorato, quelli maggiormente colpiti dai tagli alla spesa pubblica e che non hanno avuto accesso al benessere del paese, sono ormai in preda a un populismo rabbioso.

I britannici hanno espresso molte ragioni per il loro desiderio di rompere con l’Ue, dal deficit di democrazia a Bruxelles alla debolezza delle economie della zona euro. Ma la questione centrale sembra essere stata la libera circolazione delle persone. Poiché il numero di nuovi arrivi nel paese è aumentato, l’immigrazione è salita in cima alla lista delle preoccupazioni.

Di conseguenza, i leader della campagna per l’uscita hanno promesso ai loro sostenitori sia un’economia fiorente sia il controllo dell’immigrazione. Ma i britannici non possono ottenere questo risultato solo votando per la Brexit. Se vogliono accedere al mercato unico dell’Ue e beneficiare della ricchezza che comporta, dovranno anche accettare la libera circolazione delle persone. Se invece il Regno Unito la rifiuta, dovrà pagare il prezzo di essere escluso dal mercato unico. Il paese deve scegliere tra frenare l’immigrazione e massimizzare la ricchezza.

Secondo noi, il nuovo primo ministro dovrebbe optare per un accordo come quello della Norvegia, che dà pieno accesso al mercato unico più grande del mondo, ma mantiene il principio della libera circolazione delle persone. In questo modo si potrebbe massimizzare la ricchezza. Il presunto costo – l’immigrazione – è in realtà un beneficio, come hanno riconosciuto gli stessi sostenitori dell’uscita. I migranti europei contribuiscono attivamente alle finanze pubbliche, e quindi pagano in modo più che sufficiente per il loro uso dei servizi sanitari ed educativi. Senza migranti provenienti dall’Ue, scuole, ospedali e settori economici come l’agricoltura e l’edilizia sarebbe a corto di manodopera.

Gli umori nel resto dell’Europa

Il compito più difficile sarà dire ai britannici che hanno votato per lasciare l’Ue che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Il nuovo primo ministro dovrà affrontare le accuse di tradimento, per la semplice ragione che dovrà tradire una delle promesse, che si tratti dell’immigrazione o dell’economia. È per questo che gli elettori dovranno confermare qualsiasi futuro accordo, preferibilmente in una elezione generale piuttosto che in un altro referendum. Questo potrebbe essere più facile di quanto non sembri oggi. Nell’attesa di confermare l’accordo, l’economia soffrirà e l’immigrazione calerà da sola.

La Brexit è anche un duro colpo per l’Ue. I burocrati di Bruxelles hanno perso il contatto con i cittadini comuni, e non solo nel Regno Unito. Una recente indagine del Pew research center ha rivelato che in Francia, uno dei paesi fondatori dell’Unione e suo acceso sostenitore, solo il 38 per cento delle persone continua ad avere una posizione favorevole verso l’Ue, una percentuale di sei punti inferiore a quella del Regno Unito. In nessuno dei paesi esaminati dall’indagine si è registrato molto sostegno per le istituzioni di Bruxelles.

Ogni paese avverte questo risentimento a modo suo. In Italia e in Grecia, dove le economie sono deboli, la rabbia è rivolta contro l’austerità imposta dalla Germania. In Francia, l’Unione europea è accusata di essere “ultraliberista” (mentre i britannici la condannano per l’eccesso di regole). In Europa orientale, i nazionalisti tradizionali criticano l’Unione per l’imposizione di valori come il matrimonio gay.

L’Ue deve sicuramente affrontare la rabbia popolare, ma il rimedio di fondo consiste nel dare un forte impulso alla crescita. Promuovere il mercato unico in settori come i servizi digitali e i mercati finanziari, per esempio, creerebbe posti di lavoro e ricchezza. La zona euro ha bisogno di basi forti, a partire da una vera e propria unione bancaria.

The Economist vede molti svantaggi in questo voto e il rischio che il Regno Unito diventi più chiuso, più isolato e meno dinamico. Sarebbe un male per tutti se il paese si trasformasse nella Piccola Inghilterra e, ancora peggio, se questo portasse a una Piccola Europa. I leader della campagna per l’uscita rispondono a questi timori promettendo di far fiorire un’economia del ventunesimo secolo vibrante e aperta verso l’esterno. Dubitiamo che con la Brexit si raggiungerà questo obiettivo, ma nulla ci renderebbe più felici che l’essere smentiti.

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

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