Questa settimana centinaia di migliaia di venezuelani hanno cominciato il lungo processo di convalida delle loro firme per una petizione che mira all’organizzazione di un referendum per revocare i poteri del presidente Nicolás Maduro. In tutto il paese si registrano disordini legati alla mancanza di cibo e la capitale Caracas è la città con il tasso di omicidi più alto al mondo. Molti cittadini si aspettano una rivoluzione.

Dall’altra parte del mondo, i cittadini dell’Arabia Saudita non devono preoccuparsi di alcun referendum e, se è per questo, di nessun genere di elezione. Ma nessun cittadino saudita ha fame e la capitale Riyadh ha un tasso di omicidi più basso di quello di Toronto. E nessuno si aspetta una rivoluzione. Allora perché paragonare il Venezuela e l’Arabia Saudita se sono così diversi? Perché in realtà hanno molto in comune.

I due paesi hanno le più ingenti riserve petrolifere al mondo e le esportazioni di petrolio rappresentano oltre il 90 per cento delle loro entrate nazionali. Hanno più o meno lo stesso numero di abitanti (27 milioni l’Arabia Saudita, 30 milioni il Venezuela), e oltre metà degli adulti in ciascun paese dipende direttamente dal governo per quanto riguarda il lavoro o perlomeno le proprie entrate. E allora perché uno dei paesi è ricco e l’altro è povero?

Il “socialismo” saudita

Il boom petrolifero venezuelano è cominciato negli anni trenta, ma solo una minima parte delle entrate finiva nelle tasche della maggioranza della popolazione. L’Arabia Saudita ha cominciato a guadagnare grazie al petrolio negli anni sessanta. La famiglia regnante al Saud è diventata ricchissima, ma ha fatto in modo che una parte di questa ricchezza fosse usata per alzare il tenore di vita di tutta la popolazione.

Negli anni novanta praticamente ogni cittadino saudita aveva una casa dignitosa, cibo in abbondanza e accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Meno di metà della popolazione venezuelana poteva godere di simili benefici, così nel 1998 l’ex militare e socialista Hugo Chávez è stato eletto presidente e ha avviato quella che ha definito la “rivoluzione bolivariana”.

In realtà si trattava semplicemente di quello che il regime saudita stava già facendo da vari decenni, travestito da “socialismo”. Chávez ha creato falsi posti di lavoro nel governo e nell’industria petrolifera per trasferire il denaro nelle mani dei poveri, ha offerto sussidi diretti a quanti non erano in condizione di lavorare e ha fornito istruzione e assistenza sanitaria gratuita a tutta la popolazione.

Nel giro di dieci anni la “rivoluzione” di Chávez aveva portato gli ex poveri del Venezuela agli stessi standard di vita e servizi sociali essenziali di cui gli ex poveri d’Arabia Saudita già godevano.

La corruzione endemica ha frenato la produzione petrolifera in Venezuela, che possiede più petrolio dell’Arabia Saudita ma ne estrae solo un quarto. Una parte sempre più consistente dei generi alimentari in Venezuela, finanziati pesantemente dallo stato, è finita sul mercato nero, svuotando i supermercati statali ma arricchendo i dipendenti pubblici.

Poi c’è stato il crollo del prezzo del petrolio, passato da 110 dollari al barile del giugno 2014 ad appena 26 dollari nel gennaio 2016. Adesso è tornato intorno ai 50 dollari, un valore che è ancora meno della metà rispetto a quanto i governi di Venezuela e Arabia Saudita (e tutti gli altri esportatori) ottenevano in passato. Per questo il Venezuela è sull’orlo della rivoluzione. Ma l’Arabia Saudita no.

La crisi venezuelana potrebbe finire in un bagno di sangue, mentre in Arabia Saudita non ci sono gravi conseguenze

Ogni anno l’Arabia Saudita ha messo da parte una quota delle sue entrate petrolifere, e quando il prezzo è crollato aveva 750 miliardi di dollari di riserve monetarie a cui attingere. Negli ultimi due anni ha consumato 150 miliardi di dollari di queste riserve, ma probabilmente sarà in grado di mantenere gli standard di vita della popolazione alti fino a quando il prezzo tornerà nuovamente ai livelli precedenti.

Il Venezuela non aveva riserve monetarie, quindi il crollo del prezzo del petrolio ha significato una crisi immediata e grave. Chávez è morto nel 2013 e il suo successore democraticamente eletto, Nicolás Maduro, non possiede un briciolo del suo carisma. E anche se lo avesse, la mancanza di un qualsiasi cuscinetto monetario ha reso inevitabile un crollo degli standard di vita, e oggi Maduro non potrebbe mai essere rieletto.

I partiti d’opposizione hanno ottenuto un’ampia maggioranza alle ultime elezioni legislative di dicembre, e oggi stanno spingendo per un referendum che potrebbe destituire Maduro molto prima della fine del suo mandato nel 2019. Il presidente sta resistendo strenuamente, minacciando perfino di abolire il congresso se questo dovesse continuare a opporsi a lui. La crisi venezuelana potrebbe realmente finire in un bagno di sangue, mentre l’Arabia Saudita sta attraversando un analogo crollo delle entrate statali senza gravi conseguenze.

Sconfitta della democrazia

Cosa possiamo imparare da questa differenza? Nessuna lezione universale, ma un consiglio per i paesi più poveri che diventano improvvisamente ricchi grazie al petrolio: se potete, non scegliete una democrazia, perché la corruzione sarà terribile e il potere guarderà solo al breve termine. Meglio avere una famiglia reale intenzionata a restare al governo per molto tempo.

Anche le monarchie sono corrotte, ma le famiglie regnanti mantengono la cosa entro certi limiti. Ridistribuiscono la ricchezza anche meglio delle democrazie, perché è nel loro interesse avere dei sudditi felici e leali. E fanno progetti a lungo termine (per esempio, risparmiando per i tempi di vacche magre) perché pensano in termini di generazioni: le loro generazioni. Ma in ogni caso, neanche loro restano al potere per sempre.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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