Commissione d’inchiesta sul sistema bancario: massoneria di provincia vs massoneria internazionale

Scritto il 29 gennaio 2016 by

È un Matteo Renzi già emarginato dalle oligarchie euro-atlantiche e indebolito sul piano interno quello che, sull’onda del decreto salva banche, caldeggia l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario: conscio che l’affaire Banca Etruria è una minaccia mortale per il suo esecutivo, il presidente del Consiglio brandisce l’arma della commissione minacciando di disseppellire cadaveri eccellenti, capaci di compromettere i vertici di Bankitalia e (soprattutto) di Francoforte. Nonostante l’iniziativa sia destinata a scomparire nei marosi dell’eurocrisi, è interessante il quadro d’insieme. Ne emerge una massoneria di provincia che, temendo di essere estromessa dal potere a causa di uno scandalo che impallidisce di fronte ad altri dissesti finanziari, minaccia di far luce sulle nefandezze bancarie della grande massoneria internazionale. Estendere l’inchiesta a 15 anni indietro, significa infatti scavare sulla defenestrazione da Palazzo Koch di Antonio Fazio e sulla vicenda Monte dei Paschi di Siena: in una parola, investigare sugli scheletri nell’armadio del venerabile Mario Draghi, un massone più vicino alla corona d’Inghilterra che al direttore commerciale dei materassi Permaflex, Licio Gelli.

I ruspanti massoni di provincia contro…

Il Pd vuole chiarezza assoluta, per salvaguardare i risparmiatori. Per questo abbiamo depositato un disegno di legge per istituire nel più breve tempo possibile una commissione d’inchiesta bicamerale sugli stati di crisi e di dissesto degli istituti bancari a partire dal 2000. L’obiettivo della commissione è quella di valutare la condizione del sistema nel suo complesso e di verificare l’efficacia delle attività di vigilanza e controllo negli ultimi 15 anni” dice1 all’antivigilia di Natale il deputato Andrea Marcucci, renziano di ferro. Sono i bollenti giorni di dicembre, quando si accavallano il decreto salvabanche, l’esplosione della rabbia dei risparmiatori ed il tragico suicidio di un pensionato 68enne di Civitavecchia, distrutto dalla perdita di 110.000 euro investiti in obbligazioni emesse da Banca Etruria.

Il clima che si respira a Palazzo Chigi è pesantissimo: non solo il salvataggio dei quattro istituti bancari(Banca delle Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFerrara), il primo attuato secondo i criteri del bail-in che azzera gli investimenti di azionisti ed obbligazionisti subordinati, colpisce gli storici feudi dei PCI-PDS-PD, ma, attraverso Banca Etruria, sferra un durissimo colpo all’intera impalcatura dell’esecutivo: nell’istituto con sede ad Arezzo ricopre la carica di membro del cda dal 2011, e vicepresidente dal 2014, Pier Luigi Boschi, padre di quella Maria Elena che rappresenta la declinazione al femminile del “renzismo”, oltre ad essere ministro per le Riforme Costituzionali ed intestataria del disegno legge per il superamento del bicameralismo perfetto, su cui l’ex-sindaco di Firenze punta tutto.

La mossa della commissione d’inchiesta ha tutto il sapore del gesto stizzito, se non della rappresaglia: “Volete mettermi all’angolo? Bene, anch’io posso farvi male!” deve essere il ragionamento che frulla nella testa dell’ex-sindaco di Firenze.

Non c’è alcun dubbio che Matteo Renzi avrebbe voluto agire diversamente nel salvataggio delle quattro, per una lunga serie di motivi: non contraddire il mantra che “le banche italiane sono solide”, evitare effetti a cascata sul sistema creditizio (vedi fuga dai depositi da MPS), non interrompere “la narrazione” del Paese in ripresa e, soprattutto, per circoscrivere il più possibile la vicenda Banca Etruria-Boschi. Se il presidente del Consiglio è costretto ad imboccare la strada del decreto salvabanche, lo fa perché obbligato dalle circostanze, ed in particolare dalle istituzioni brussellesi: a dicembre le quotazioni dell’ex-enfant prodige Matteo Renzi presso le oligarchie euro-atlantiche sono già precipitate e non è azzardato ipotizzare che, dietro l’obbligo di anticipare di un mese l’applicazione del bail-in (entrato formalmente in vigore il 1º gennaio 2016) e lo scandalo Banca Etruria, si nasconda il progetto di estrometterlo da Palazzo Chigi.

Era intenzione dell’esecutivo ricorre infatti al Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fidt) che, alimentato dalle banche italiane, avrebbe evitato di azzerare il valore delle obbligazioni subordinate (al costo di 350 mln2, quasi la stessa cifra che Renzi nega ora alla UE per gestire la crisi migratoria in Turchia): è l’Unione Europea che, tacciando l’intervento come aiuto di Stato (in quanto esproprierebbe risorse private per usarle secondo i fini del governo3), obbliga Renzi e Padoan ad agire secondi i canoni di quel bail-in che, agendo a dicembre, si sperava di evitare.

Le pressioni esercitate su Roma dai commissari europei ai Servizi finanziari e alla Concorrenza, il britannicoJonathan Hill e la danese (quindi anch’essa in quota inglese) Margrethe Vestager, contro l’impiego del Fitd, sono contenute nella lettera, datata 19 novembre, che il governo italiano rende pubblica ed appare il 23 dicembre nientemeno che sull‘agenzia Reuters,4. Si tratta ovviamente di un grave sgarro da parte di Renzi, perché il documento è riservato e chi l’ha scritto non ha certo ipotizzato un suo impiego nell’agone politico.

Renzi compie quindi il secondo strappo con l’establishment, dopo avere già annunciato che i parziali rimborsi agli obbligazionisti saranno erogati attraverso procedure di arbitrato, gestite dalla Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) presieduta dal renziano di ferro Raffaele Cantone. “Vorrei che l’arbitrato fosse gestito non dalla Consob, non da Bankitalia ma dall’Anac di Raffaele Cantone, un soggetto terzo, autorevole e dunque massima trasparenza e rigore” dice il 17 dicembre Matteo Renzi5.

Il soggetto cui sarebbe spettata naturalmente la questione è, ovviamente, Bankitalia, dove il governatore,Ignazio Visco, è però ascrivibile alla cerchia di Mario Draghi, uno dei massimi esponenti di quell’establishment euro-atlantico che, dopo averlo insediato a Palazzo Chigi, meditano ora di sbarazzarsi di Matteo Renzi. Che il governatore della Banca Centrale italiana non presenti, secondo il presidente del Consiglio, le caratteristiche di imparzialità, autorevolezze e rigore è un pesante affronto: attorno al 20 dicembre circola la notizia che Visco mediti le dimissioni, peraltro prontamente scartate dal presidente della Repubblica6 Sergio Mattarella, garante come il predecessore degli interessi delle oligarchie finanziarie.

Dulcis in fundo, è la volta, il 23 dicembre, dell’annuncio di una commissione d’inchiesta bicamerale sul sistema bancario, con un raggio d’azione dilatato sino al lontano 2000. Portare le lancette indietro di sedici anni, significa in sostanza rivangare due dossier molto scottanti: le dimissioni da Palazzo Koch di Antonio Fazio (2005) e l’acquisto di Antonveneta da parte di Monte dei Paschi di Siena (2008). In entrambi i casi la commissione d’inchiesta (che rispecchia la maggioranza renziana in Parlamento) avrebbe gioco facile a gettare così tanto fango sul governatore della BCE, Mario Draghi, da sommergerlo: immediata, come nel caso delle dimissioni di Visco, scatta quindi la reazione del presidente Sergio Mattarella, preoccupato dall’esito potenzialmente esplosivo che avrebbe un’inchiesta parlamentare animata da un Matteo Renzi senza più niente da perdere. “La nostra democrazia è connotata dal pluralismo istituzionale e dal mutuo bilanciamento dei poteri. (…) E’ confortante constatare come questa collaborazione sia abitualmente praticata. Talvolta si registra invece competizione, sovrapposizione di ruoli, se non addirittura conflitto, e questo genera sfiducia” dice Mattarella alla cerimonia degli auguri di fine anno7.

Il conflitto di cui parla Mattarella, più che uno scontro tra poteri dello Stato, si profila come uno scontro tuttointerno alla massoneria che occupa le più alte cariche istituzionali, italiane ed europee.

Da un lato la ruspante massoneria di provincia dei clan Renzi e Boschi, catapultata ai vertici della Repubblica italiana con la presunzione (errata) di essere artefice delle proprie fortune; dall’altro l’algida massoneria internazionale di Mario Draghi, il direttore generale del Tesoro che nel 1992 calpesta il ponte del panfilo Britannia, passato poi alla vicepresidenza di Goldman Sachs International, subentrato ad Antonio Fazio a Bankitalia ed infine installatosi nel tempio della Banca Centrale Europea.

I massoni di pronvincia sono i cugini un po’ sempliciotti di campagna, gettati nel rutilante mondo dei palazzi romani e delle passerelle dei G20 dagli astuti e spregiudicati massoni cosmopoliti: è affidata loro la missioni di vendere quello che resta dell’argenteria (Poste, Enav, Fincantieri, Fs, etc.) e rimettere in moto il Paese applicando le “riforme strutturali” basate sui triti e ritriti dogmi neoliberisti (abolizione art. 18, tagli alla sanità, etc.).

Renzi e Boschi, a forza di leggere sui giornali che sono “fuoriclasse della politica”, “energici e spregiudicati come il Fanfani degli anni ’50”, “l’ultima speranza della classe dirigente italiana”, commettono l’errore di credere a quanto la stampa scrive, dimenticando gli alti gradi della massoneria internazionale, come li ha trasportati sul tappeto magico dalla provincia toscana ai dicasteri romani, così può rompere l’incantesimo quando meglio crede.

Terminata l’età dell’oro del renzismo (i tre mesi che intercorrono tra l’insediamento a Palazzo Chigi e le elezioni europee del maggio 2014), inizia il rapido appannarsi del più giovane presidente del Consiglio della storia italiana. Il piano di Renzi di rilanciare l’economica con un’iniezione mediatica di fiducia si schianta contro il concreto muro dell’austerità: l’Italia stagna dopo anni di recessione, le finanze pubbliche peggiorano ed il sistema bancario scricchiola paurosamente, mentre il suo indice di gradimento, sceso per la prima volta sotto il 50% nell’autunno del 20148, si sgretola fino al 30% attuale. A questo punto la massoneria internazionale constata che è il momento di liberarsi dei consunti cugini di campagna e lo fa colpendo con un’inchiesta giudiziaria, Banca Etruria, e l’assalto speculativo alle pericolanti banche italiane, su cui pende la ghigliottina del bail-in.

In ossequio al principio risalente all’impero britannico per cui i fantocci locali non devono mai essere personaggi autorevoli ed inattaccabili, ma deboli e discussi, cosicché non accarezzino sogni di indipendenza, la libera muratoria internazionale installa infatti alla guida dell’Italia due clan, quello Renzi e quello Boschi, strutturalmente deboli. Si tratta di personaggi ruotanti attorno ad opache consorterie locali, coinvolti nelle classiche attività della massoneria di piccolo cabotaggio: un piede nella banca del capoluogo, un prestito senza garanzie per avviare un’attività commerciale, una consulenza al “Maestro” di turno per condurre in porto un grosso affare, etc. etc.

Sulla filiazione di Matteo Renzi alla libera muratoria non si dispongono sufficienti informazioni ma, di certo, si può affermare che di stampo massonico è tutta la galassia del presidente del Consiglio. Grazie alla pervasiva massoneria di Firenze (ambiente in gioca un ruolo di rilievo l’allora braccio destro di Silvio Berlusconi, Denis Verdini) Renzi vince “a sorpresa” le primarie del PD contro il favorito Lapo Pistelli; grazie ad accordi di natura massonica il PDL schiera alle elezioni comunali del giugno 2009 un candidato debole come l’ex-calciatore Giovanni Galli, abbandonato per di più dal centrodestra quando Renzi manca l’obbiettivo di vincere al primo turno9; uno “stantio odore di massoneria” è emanato anche dal Patto del Nazareno, secondo quanto scrive Ferruccio De Bortoli nel settembre 2014 (manifestando il disprezzo della grande massoneria che siede nel cda del Corriere della Sera diretto da De Bortoli, per il parvenu di Firenze); di chiara natura massonica è infine l’intesa tra Denis Verdini e Matteo Renzi per il progressivo ingresso dei “verdiniani”, decisivi in Senato, nella compagine di governo.

I rapporti del clan Renzi con la Banca Etruria sono di diversa natura e spaziano dal finanziamento allakermesse della Leopolda11, agli investimenti immobiliari con il presidente dell’istituto12 Lorenzo Rosi, culminando con i tentativi di salvataggio in extremis attraverso Davide Serra (fondo Algebris) e Marco Carrai(gli israeliani di Bank Hapoalim)13.

Ancora più forti sono i legami tra il clan Boschi e l’istituto di Arezzo che, si ricordi, era il feudo di Licio Gelli, il direttore commerciale della Permaflex, assurto a “burattinaio d’Italia” nella veste di venerabile maestro dellaloggia P2. Nel consiglio di amministrazione di Banca Etruria, travolta dal cocktail micidiale di recessione e prestiti clientelari, siede dal 2011 Pier Luigi Boschi, salito alla vice-presidenza nel 2014. Il padre del ministro delle Riforme Costituzionali bazzica, pure lui, negli ambienti toscani della libera muratoria: quando Boschi, in qualità di vice-presidente di Banca Etruria, cerca denaro fresco per il pericolante istituto, l’uomo interpellato è nientemeno che il faccendiere Flavio Carboni, il cui nome appare a fianco a quello del venerabile maestro Licio Gelli in molti controversi dossier della Prima e Seconda Repubblica.

Ne esce il quadro di una ruspante massoneria della provincia toscana, invischiata nella gestione parecchio opaca dell’istituto di credito del capoluogo, “la gallina dalle uova d’oro” grazie cui si può possono ottenere finanziamenti facili, per la costruzione di ipermercati o “shopping mall” (che fa più fine, perché americano): il fatto che, nonostante i disperati tentativi dei Renzi e dei Boschi, nessuno investitore anglosassone od israeliano abbia soccorso Banca Etruria, è sintomo della progressiva emarginazione del Presidente del Consiglio, perché difficilmente un simile incidente sarebbe mai avvenuto nel primo rutilante anno di governo.

Al punto in cui si arrivati, è sufficiente un avviso di garanzia per il fallimento di Banca Etruria affinché Maria Elena Boschi sia travolta, trascinandosi con sé il presidente del Consiglio: la scelta dei fantocci cade sempre su personaggi fragili e ricattabili, in modo da potersene liberare al momento opportuno.

È quindi un Matteo Renzi amareggiato ed irato quello che brandisce l’arma della commissione d’inchiesta sul sistema bancario: dopo aver assaporato per nemmeno due anni il comando, già sente che la grande massoneria, quella delle oligarchie anglofone, vuole sbarazzarsi di lui e, di conseguenza, reagisce al motto di “muoia Sansone con tutti i filistei”. Non c’è infatti alcun dubbio che un’inchiesta che scavasse sul sistema creditizio italiano dal lontano 2000 coinvolgerebbe il venerabile Mario Draghi, più vicino alla Loggia Madre inglese che al direttore commerciale della Permaflex, Licio Gelli.

…contro l’algida massoneria internazionale

Immaginiamo che Matteo Renzi sopravviva alla manovra approntata per spodestarlo e proceda con la commissione d’inchiesta bicamerale, deciso a sferrare un attacco in profondità contro quella massoneria internazionale che prima l’ha sedotto e poi l’ha abbandonato: cosa si scoprirebbe?

Setacciando la storia bancaria italiana dal 2000, emergerebbero due voluminosi incartamenti con cui Renzi sferrerebbe un colpo esiziale al governatore della BCE Mario Draghi, alfiere di quell’alta massoneria anglofona che, dopo aver utilizzato l’ex-sindaco di Firenze, ora vuole sbarazzarsene: il primo è la cacciata di Antonio Fazio da Bankitalia, propedeutica all’insediamento di Draghi, ed il secondo è l’affaire Banca Monte dei Paschi di Siena, le cui premesse per il disastro sono tutte poste sotto la reggenza di Mario Draghi. Cominciamo con la defenestrazione di Antonio Fazio, senza la quale Mario Draghi non si sarebbe insediato a Palazzo Koch e forse neppure della BCE, né probabilmente si sarebbe consumata la tragedia di MPS.

Antonio Fazio (1936), banchiere di matrice cattolica e governatore della banca centrale dal 1993 al 2005, ha una visione degli interessi nazionali diametralmente opposta alle oligarchie massoniche anglofone che, attraverso l’Unione Europea e la privatizzazione delle ex-banche pubbliche, allungano i propri tentacoli sull’Italia. Antonio Fazio è, innanzitutto, il più autorevole euroscettico d’Italia, essendo ben conscio degli interessi che si nascondo dietro l’introduzione della moneta unica  (la finanza “laica”, alias massonica, della City e di Wall Street) ed i rischi cui va incontro il Paese adottando l’euro (la desertificazione economica e demografica). In secondo luogo, Fazio, coerentemente con le sue posizioni sulla moneta unica, è uno strenuo difensore dell’italianità del sistema bancario, entrato nelle mire estere dopo la privatizzazione delle banche statali e l’avvio della stagione delle fusioni/acquisizioni tra gli anni ’90 e 2000.

Ci sono due banche di dimensioni troppo piccole per sottrarsi al processo di aggregazione allora in corso: Banca Antonveneta e Banca Monte dei Paschi di Siena.

Entrambe finiscono nei radar della banca olandese ABN AMRO guidata da Rijkmann Groenink, che in Italia coltiva ambizioni imperiali (sogna infatti controllo e la fusione di più banche, tra cui la romana Capitalia). ABN AMBRO è la banca della “corona d’Olanda” e come tutte le istituzioni che ruotano al trono olandese (vedi il gruppo Bilderberg) è ad alta concentrazione massonica. MPS, il cui uomo forte è l’allora sindaco di Siena Pierluigi Piccini, rifiuta le avances degli olandesi, scegliendo di diventare a sua volta un polo aggregante; una quota di Antonveneta è invece acquistata dagli olandesi, cui Antonio Fazio fa sapere che esiste un limite non superabile al 15% del capitale.

ABN AMBRO decide di ignorare la soglia fissata dal governatore di Bankitalia e prosegue con la scalata: a quel punto Antonio Fazio, per difendere l’italianità della banca, avvalla l’operazione alternativa condotta dallaBanca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, facilitandone il rastrellamento delle azioni a discapito degli olandesi. La condotta di Fazio, che in qualsiasi altra nazione sarebbe stata ascritta alla “ragion di Stato”,è invece in Italia alla base dello scandalo bancario del 2005, meglio noto come “Bancopoli”. Gli effetti sortiti dall’inchiesta sono due: l’acquisto del 100% del capitale di Antonveneta da parte di ABN AMRO e la defenestrazione di Fazio da Palazzo Koch, sull’onda del consueto scandalo mediatico-giudiziario.

A questo proposito appare su La Repubblica il gustoso articolo La massoneria esce allo scoperto Fazio pensi al bene del Paese14, che rivela come la permanenza di Fazio alla guida di Bankitalia sia caldeggiata dagli ambienti cattolici, secondo cui l’assalto giudiziario e mediatico contro il governatore nasconde il tentativo della finanza “laica” (ossia massonica) di espugnare Palazzo Koch. Al contrario la massoneria speculativa (che vive, in Italia come altrove, in simbiosi con la finanza) invoca apertamente le sue dimissioni. Quando Antonio Fazio è costretto a gettare la spugna gli succede, non a caso, il vice-presidente di Goldman Sachs International, Mario Draghi, che con gli ambienti della massoneria anglofona ha dimestichezza sin dalla gita sul Britannia nel 1992. L’installazione di Draghi a Bankitalia è necessaria non solo a garantire gli interessi della finanza “laica” nel Belpaese, ma soprattutto ad avvinarlo allo scranno più ambito, ossia la poltrona di governatore della BCE, da dove potrà gestire la (attesa) crisi dell’euro nell’ottica della fondazione dei (massonici) Stati Uniti d’Europa.

Fino a qui, l’eventuale inchiesta parlamentare di Matteo Renzi ricostruirebbe una verità storica, certamente molto scomoda, ma senza risvolti giudiziari: implicazioni civili e penali, al contrario, si incontrano procedendo col racconto.

Nel maggio 2007 l’olandese ABN AMBRO guidata da Rijkman Groenink è acquistata dalla cordata composta da Royal Bank of Scotland (massoneria scozzese), Fortis (massoneria belga-olandese) e Santander (Opus Dei, “massoneria cattolica”): è proprio il gruppo spagnolo amministrato da Emilio Botin (1934-2014) che si aggiudica Antonveneta, spartendosi le spoglie di ABN AMBRO.

La banca del Triveneto è valutata dagli spagnoli 6,6 €mld ed è considerata come un testa di ponte strategica per lo sviluppo di Santander in Italia15. Passano poche settimane e gli spagnoli (senza un apparente perché) scelgono di mettere sul mercato l’istituto patavino in cui avevano riposto le loro ambizioni italiche: ad acquistarla “a sorpresa”è la Banca Monte dei Paschi di Siena, istituto in quota PCI-DS-PD per quanto concerne la politica, ma super partes quando si tratta di libera muratoria16.

A stupire i mercati che, non a caso, affossano il titolo (fosco presagio per l’istituto), è il prezzo pagato da MPS per Antonvenenta: 9 €mld, quasi 2,4 mld in più rispetto alla freschissima valutazione di Santander, tanto che Botin in primo momento è pronto a chiudere a 7 €mld tondi tondi. Non solo, MPS si accolla anche il pesante fardello debitorio dell’istituto patavino, tanto che l’indebitamento della banca senese schizza di 13 €mld dopo il consolidamento delle passività17.

L’operazione soddisfa comunque tutti (Giuseppe Mussari, il presidente di MPS che dirà ai magistrati di non ricordare come si sono sviluppate le trattative per l’acquisizione18, è eletto nel 2010 a capo dell‘Associazione bancaria italiana) ed il motivo è facilmente intuibile: su un conto londinese sono parcheggiati al momento dell’acquisto i 2 €mld di sovrapprezzo, in attesa di rientrare in Italia per sfamare politici, dirigenti, autorità di vigilanza e massoni vari. Il 26 gennaio 2013, quando il bubbone MPS è ormai scoppiato, appare su la Repubblica l’articolo “Mps, sospetto mazzette per 2 miliardi nell’acquisto di banca Antonveneta19. La situazione è talmente esplosiva che rischia di travolgere l’intera classe dirigente italiana: a distanza di pochi giorni, interviene l’altro alfiere della massoneria euro-atlantica, Giorgio Napolitano, che rilascia al Sole 24 Ore l’intervista contenuta nel pezzo “Napolitano: «Su Mps fare chiarezza e tutelare l’interesse nazionale»”20.

All’interno si legge:

“Giorgio Napolitano è preoccupato per il titolo Italia, lo spread BTp-Bund poco dopo le sedici è salito di oltre cinque punti, più velocemente di quello dei Bonos spagnoli. Le fibrillazioni della campagna elettorale sono elevate al cubo dallo scandalo che ha toccato gli ex vertici del Monte dei Paschi di Siena (Mussari, Vigni, Baldassarri), crocevia di un intreccio distorto tra Fondazione, politica e management che presenta un conto pesante ai risparmiatori e ai contribuenti italiani. Il Capo dello Stato avverte il rischio che si possa offuscare di fatto l’immagine, le capacità operative e l’integrità di una delle principali istituzioni di vigilanza e garanzia del Paese, qual è la Banca d’Italia, e si possa, quindi, pericolosamente incidere sulla percezione di stabilità del nostro sistema bancario da parte dei mercati”

Della tangente di 2 €mld non si saprà mai più niente, come pure è stroncato sul nascere, grazie al massone Giorgio Napolitano, il filone delle indagini che porta dritto a Palazzo Koch: ed è proprio quindi che la commissione d’inchiesta parlamentare dovrebbe iniziare.

Dov’è infatti il governatore di Bankitalia Mario Draghi quando MPS compra Antonveneta esborsando 2 €mld in più del necessario? Dov’è Mario Draghi quando la banca senese consolida le pesanti passività dell’istituto patavino, in barba alla solidità ed alla stabilità del sistema creditizio che Bankitalia dovrebbe garantire? Quando nel 2013 i magistrati avranno per le mani il dossier, si limiteranno ad ascoltare l’allora capo della Vigilanza della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola, che affermerà “ci raccomandammo con i vertici di Mps di fare per bene l’acquisizione21. Ma il cattolico Antonio Fazio, non è stato costretto alle dimissioni per molto meno che l’insabbiamento di una mazzetta da 2 €mld?

A questo punto la commissione d’inchiesta bicamerale avrebbe spalato fango a sufficienza sul governatore della BCE da ricondurlo a più miti consigli. Si potrebbe però continuare, fino a sommergerlo.

Dopo l’acquisto di Antonveneta, MPS comincia ad avvertire forti dolori allo stomaco: il boccone è troppo grande ed indigesto per l’istituto senese. La redditività cala da subito e la situazione volge al peggio con l’inizio della crisi dei mutui spazzatura (il fallimento di Bear Stearns nel mese di marzo) che culmina con la bancarotta di Lehman Brothers nel settembre 2008. Per occultare le perdite e cercare disperatamente di recuperare redditività, MPS si lancia in una serie di disperate operazioni speculative (Santorini, Patagonia, Alexandria, Antracite, etc. etc.) ricorrendo agli squali della finanza (JP Morgan, Nomura, Deutsche Bank, etc. etc.) che, ovviamente, spennano per bene la banca senese. Anche in questo caso, dov’era il massone Mario Draghi quando MPS perfeziona il derivato “Santorini” con Deutsche Bank per mitigare perdite da centinaia di milioni? Bankitalia si difenderà sostenendo che MPS avesse allora “nascosto i documenti”, poi trovati in cassaforte da Alessandro Profumo, ma, in realtà, è ormai appurato dai verbali d’ispezione che Bankitalia fosse perfettamente a conoscenza degli esplosivi derivati in pancia all’istituto senese22.

La commissione bicamerale d’inchiesta non è sazia?

Potrebbe far luce sul prestito d’emergenza da 2 €mld elargito da Bankitalia a MPS nell’ottobre 2011, un mese prima che il venerabile Mario Draghi sbarchi a Francoforte: da un lato Palazzo Koch sostiene ad investitori e correntisti che l’istituto senese è in buona salute, dall’altro lo puntella in assoluto segreto23, sperando così di procrastinarne il più possibile il collasso e non compromettere il trionfale ingresso alla BCE del venerabile Draghi. Ecco spiegato anche come MPS riesca a superare nel luglio del 2011 il primo “stress test” della BCE24, quando il morbo che affligge la banca (alto indebitamento, speculazione azzardata e gestione clientelare) ne sta già divorando le membra: si può danneggiare la corsa verso la BCE del pupillo della massoneria anglofona, solo per aver omesso i controlli sulla terza banca italiana? Certo che no…

Concludendo, dispiace un po’ che i ruspanti massoni di provincia Renzi e Boschi siano rispediti a casa prima che la commissione parlamentare d’inchiesta sortisca qualche frutto: è vero che la gestione massonico-clientelare di Banca Etruria ha cancellato i risparmi di migliaia di azionisti ed obbligazionisti, ma non dimentichiamo che la massoneria internazionale cui appartiene Mario Draghi, oltre che del dissesto di MPS, è responsabile della decadenza dell’Italia da quinta economia del mondo che era nel 1992, a Stato bancarottiere di oggi.

Chissà che in futuro non troppo lontano non si possano saldare i conti, anche senza commissione bicamerale d’inchiesta.

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