Cambio di regime in Arabia Saudita, prossimo obbiettivo USA

Una delle caratteristiche salienti dell’establishment atlantico è il dinamismo rivoluzionario: non solo i nemici, ma il più delle volte gli stessi alleati sono oggetto di attacchi destabilizzanti, senza alcuna considerazione per i servigi resi ed i patti stipulati. Più di un elemento suggerisce che nel mirino di Washington e Londra sia finita ora l’Arabia Saudita: sopravvissuta alla “Primavera Araba” del 2011 che rovesciò amici di vecchia data, la monarchia saudita osserva inquieta il rarefarsi dei rapporti con gli Stati Uniti ed il moltiplicarsi di atti ostili, culminati con la recente legge del Senato americano che consente di citare in giudizio il governo di Riad per gli attentati del 9/11. Qualora Hillary Clinton dovesse vincere le presidenziali, anche la penisola arabica precipiterebbe nel caos.

Arabia Saudita, un supersiste sempre più fragile

Uno dei tratti salienti dell’impero britannico, poi ereditato da quello statunitense, è sempre stato ildinamismo rivoluzionario: nessun ordine nazionale, regionale o globale, è considerato imperituro, né ci si sforza di conservarlo ad aeternumIl movimento è ritenuto uno strumento più idoneo a salvaguardare il potere della stasi: ne consegue che le rivoluzioni non sono ostacolate, bensì incentivante ed indirizzate indistintamente verso nemici ed alleati. Se l’utilità di destabilizzare i primi è lapalissiana, più sottile è la spiegazione del perché vengono presi di mira anche gli alleati: favorendo i cambi di regime nei Paesi amici, sono deposte classi dirigenti reputate screditate, troppo intraprendenti d’ostacolo per l’attuazione di strategie di più ampio respiro. Deposta una leadership politica con la rivoluzione, ci si adopera perché la successiva non si consolidi, ma rimanga in uno stato di soggezione e precarietà permanente fino, ovviamente, alla rivoluzione successiva. E così via.

L’Iran è un esempio paradigmatico di questa strategia: i sogni di grandezza dello scià Mohammad Reza Pahlavi ed il rafforzarsi dell’opposizione comunista (il partito iraniano del Tudeh), spinsero gli angloamericani ed i francesi a giocare la carta dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, i cui infuocati sermoni partivano da Parigi e raggiungevano l’Iran grazie alla zelante BBC inglese. Rovesciato lo scià e smantellato il Tudeh, la priorità è ora impedire il consolidamento della Repubblica islamica: si scatena così Saddam Hussein (guerra irachena-iraniana del 1980-1988) e si tenta a più riprese di fomentare la rivolta contro il clero sciita, come dimostrano il movimento Onda Verde del 2009-2010 ed i disordini del 2011, soffocati con l’assalto all’ambasciata inglese.

È proprio nel 2011 che lo schema sullodato del dinamismo rivoluzionario è applicato al mondo arabo: vecchi e fidati regimi, con cui Washington e Londra erano in buoni rapporti da decenni, sono abbandonati perché ritenuti consunti ed incapaci di rispondere alle sfide lanciate dall’economia neoliberista e dalla popolazione in esuberante aumento: si decide così di rimpiazzare le datate classi dirigenti arabe, nazionaliste e laiche, con l’islam politico, che ha nella Fratellanza Mussulmana il più illustre rappresentante. È in realtà un ritorno alle origini, perché la Fratellanza, con il suo cieco e violento fanatismo religioso, è nata come strumento inglese per indebolire il ben più pericoloso nazionalismo egiziano, che negli anni ’20 e ’30 lotta per liberarsi dal giogo inglese. Scatta così l’ora della cosiddetta Primavera Araba che, tra il gennaio ed il febbraio del 2011, provoca la caduta di due storici alleati dell’Occidente, il presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali(che ripara in Arabia Saudita) e quello egiziano Hosni Mubarack (che rifiuta l’esilio in Arabia Saudita, per essere poi arrestato).

Per la monarchia saudita, impotente di fronte alla caduta in disgrazia di due vecchi amici, è duro colpo,aggravato dagli sviluppi politici in Tunisia ed Egitto: come facilmente prevedibile, le rivoluzioni colorate gestite dalla rete Otpor!/CANVAS ed animate da giovani ed attivisti, cedono il passo all’islam politico che conquistano il potere con Ennahda, guidata da Rached Ghannouchi, e la Fratellanza Mussulmana diMohamed Morsi. Entrambe le formazioni si richiamo esplicitamente al Partito per la Giustizia e lo Sviluppodi Recep Erdogan, assunto dagli angloamericani come modello di islam politico da esportare nella regione. Se quindi la Turchia gioisce per il nuovo corso, al contrario l’Arabia Saudita è furente. Nonostante, infatti, Riad sia fautrice di un islam sunnita integralista (il wahhabismo), esistono almeno due profonde ragioni di dissidio con la Fratellanza: primo, l’islam politico non prevede la rigida separazione tra religione ed amministrazione dello Stato (in primis la politica estera e la gestione della rendita petrolifera) su cui si basa la monarchia saudita, secondo, l’Arabia Saudita, un Paese intimamente tribale, non può tollerare un partito “universalista” come la Fratellanza, senza mettere in discussione l’intera organizzazione sociale.

Come se non bastasse, la “Primavera Araba” è inoculata anche dentro l’Arabia Saudita, aprendo gli occhi ai Saud sullo stravolgimento della tradizionale politica mediorientale operato dalla nuova amministrazione democratica: l’immarcescibile BBC inglese e le varie ong angloamericane, Amnesty International in testa,danno voce ai movimenti di protesta che si diffondono tra il gennaio ed il marzo 2011 sulla falsariga di quanto avviene in Tunisia ed Egitto. Grande eco è data in particolare dalla stampa liberal (Foreign Policy, TIME, New York Times) alle attiviste che si battono per i diritti delle donne, dal voto alla guida. La reazione della monarchia saudita è immediata e si basa sull’approccio del bastone e della carota: i leader della protesta sono immediatamente incarcerati, allo stesso tempo è staccato un assegno da 130 $mld per placare i sudditi, con aumenti di salari e nuovi progetti edilizi. “In Saudi Arabia, Royal Funds Buy Peace for Now” scrive piccato il New York Times nel giugno 20111.

La monarchia saudita, di fronte all’ostilità neppure troppo velata dell’amministrazione democratica, avrebbe dovuto essere guardinga ed esercitare la massima prudenza in politica estera, consapevole del fatto che la parentesi “imperiale” dei Bush fosse chiusa. Invece, commette una grande imprudenza, lasciandosi irretire dalla strategia del divide et impera, adottata dagli angloamericani dopo il ritiro dall’Iraq (dicembre 2011), e finalizzata ad alimentare lo scontro senza quartiere tra sciiti e sunniti: insieme al Qatar ed alla Turchia, l’Arabia Saudita spende miliardi di dollari per rovesciare Bashar Assad in Siria, nella speranza di strappare il Paese alla sfera d’influenza dell’Iran. Il denaro saudita confluisce copioso nelle casse di movimenti terroristici come Al-Qaida ed Al-Nusra. Contemporaneamente i petrodollari sono anche investiti per contenere l’avanzata della Fratellanza Mussulmana, con esiti talvolta schizofrenici: se in Siria i Saud sono alleati della Turchia e degli USA contro Assad, in Egitto, al contrario, sostengono il colpo di Stato del feldmaresciallo Abd Al-Sisi, che nel 2013 rovescia la Fratellanza Mussulmana, causando l’ira di Ankara e Washington (ancora oggi Recep Erdogan riconosce Morsi come il solo presidente legittimo2).

A premere per l’intervento contro Assad sono quegli esponenti della monarchia più vicini ai neocon, molto attivi anche sotto l’amministrazione Obama (si ricordi la visita del senatore John McCain ai ribelli siriani nel maggio 20133): è in particolare il capo dei servizi segreti, il principe Bandar bin Sultan, già ambasciatore negli USA per oltre vent’anni, a trascinare la casa reale nella partita siriana, con promesse di facili vittorie. Il principe Bin Sultan si lascia a tal punto coinvolgere dalla parte da minacciare nell’autunno 2013  il presidenteVladimir Putin di attacchi terroristici contro le Olimpiadi invernali di Sochi, qualora Mosca non abbandoni il governo siriano (attentati di matrice islamica si verificano effettivamente a Vologograd, a distanza di poche settimane dall’inizio dei giochi). I ripetuti fallimenti di Bin Sultan e l’insostenibile tensione creatasi con la Russia, contribuiscono alla sua definitiva caduta in disgrazia nell’aprile 20144: il principe non può quindi godersi la trionfale avanzata dell’ISIS che, proprio nella tarda primavera di quell’anno, guadagna tumultuosamente terreno grazie al denaro ed alle complicità di Riad, lambendo quasi la periferia di Baghdad. L’obbiettivo saudita è quello di creare uno Stato sunnita (il Califfato) a cavallo di Iraq e Siria, così da impedire che “l’asse sciita” guidato da Teheran sia coeso territorialmente.

La cavalcata dell’ISIS verso i ricchi giacimenti iracheni, episodio che in qualsiasi altro periodo avrebbe infiammato il prezzo del greggio, è invece seguita dal drammatico crollo delle quotazioni dell’oro nero che, tra l’agosto 2014 ed il gennaio 2015, cede il 50% del valore: all’origine della caduta c’è un eccesso di offerta, generato dal petrolio di scisto americano (gli USA diventano nel 2014 il primo produttore mondiale di greggio) e dalla prospettiva sempre più concreta di un rientro dell’Iran sul mercato energetico, grazie ai negoziati sul nucleare in corso.

Da parte di Washington è evidente la volontà di mettere alle corde i rivali politici, come la Russia ed il Venezuela, le cui entrate fiscali sono in larga parte legate al prezzo del barile, ed allo stesso di affrancarsi dalle riserve mediorientali. Riad è complice o vittima  della crollo del greggio? Il precedente degli anni ’80, quando l’Arabia contribuì a deprimere il prezzo del greggio per accelerare il collasso dell’URSS, farebbe propendere per la prima ipotesi. Tuttavia, il mutato approccio angloamericano al Medio Oriente, basato non più sul controllo imperiale ma sulla destabilizzazione e sull’affrancamento dal greggio arabo, fa propendere per la seconda ipotesi: Riad subisce la produzione americana e rifiuta qualsiasi stretta della produzione per bloccare il crollo del barile, nella speranza di uccidere in fasce il petrolio di scisto statunitense.

Il 2015 è un anno cruciale per l’Arabia Saudita: si spegne a 91 anni re Abdullah, cui succede il fratellastroSalman bin Abdulaziz. Vista l’età piuttosto avanzata di quest’ultimo (80 anni) ed il pericolo sempre incombente di una violenta lotta intestina per la successione, il figlio del re, il giovane ed ambiziosoMohammad bin Salman (classe 1985) è nominato ministro della Difesa, col chiaro intento di consolidare la sua posizione ed avvantaggiarlo per la scalata al trono.

Gli americani, tra la costernazione e l’ira saudita, si preparano in quei mesi a cancellare il pluridecennale embargo all’Iran che, rientrato sul mercato mondiale del greggio, si avvicina a grandi passi verso la supremazia regionale. L’Arabia Saudita e l’impulsivo principe bin Salman commettono a questo punto un altro, drammatico, errore: non paghi dell’interventismo in Siria ed Iraq, si lanciano in un’avventura bellica nel vicino Yemen, tanto povero quanto indomabile, per reprimere l’insurrezione filo-iraniana degli Houthi. Come facilmente prevedemmo nel nostro articolo Nelle sabbie mobili yemenite”5, la missione degenera dopo poche settimane in un’estenuante alternarsi di guerriglia e contro-guerriglia, trasformandosi in un pozzo senza fondo per le casse reali e dimostrando al mondo l’inconsistenza delle forze armate saudite.

La situazione si complica. Il barile attorno ai 40$ e le spese militari in Yemen e Siria, producono un deficit di bilancio record, vicino ai 100 $mld di dollari6, obbligando la casa reale a scelte impensabili fino a pochi mesi prima: si apre alla privatizzazione della società petrolifera Aramco di proprietà della famiglia reale7(testimoniando l’improvvisa sete di denaro liquido che attanaglia i Saud) e la mutata situazione finanziaria, non più quella di esportatori ma di importatori di capitali, rende necessario rivolgersi ad un consorzio di banche per l’emissione di obbligazioni dall’ammontare di 15 $mld8. In un Paese dove trenta milioni di sudditi dipendono dai benefici elargiti dallo casa reale, a sua volta legata mani e piedi ai ricavi petroliferi, la caduta del greggio ed il dissanguamento provocato dalle avventure belliche, hanno effetti drammatici.

Ciò che dovrebbe più impensierire la monarchia è che gli angloamericani, ancora schierati formalmente a fianco dell’Arabia Saudita in Yemen e Siria, non sono affatto dispiaciuti della piega presa dagli eventi. Anzi.

Paradigmatico è l’articolo pubblicato dall’influente pensatoio liberal Carnegie Endowment for International Peace a metà febbraio, un attacco violentissimo alla casa reale dei Saud: “Start Preparing for the Collapse of the Saudi Kingdom9. L’Arabia Saudita non è uno “Stato”, bensì un’organizzazione criminale, corrotta prevaricatrice, un vera e propria “cleptocrazia” simile all’Ucraina di Viktor Yanukovich (a sua volta rovesciato con una rivoluzione colorata). Il calo del greggio e le crescenti tensioni regionali, sostiene l’articolo, hanno portato l’Arabia Saudita ad un passo dal baratro e per gli Stati Uniti d’America è giunta l’ora di pianificare il collasso della monarchia:

In a sea of chaos, goes the refrain, the kingdom is one state that’s stable. But is it? In fact, Saudi Arabia is no state at all. There are two ways to describe it: as a political enterprise with a clever but ultimately unsustainable business model, or so corrupt as to resemble in its functioning a vertically and horizontally integrated criminal organization. Either way, it can’t last. It’s past time U.S.decision-makers began planning for the collapse of the Saudi kingdom.”

Lo scenario della rivoluzione colorata, già abbozzato nel 2011 quando, ricordiamolo, Hillary Clinton era Segretario di Stato, riprende quota e si concretizza in forme piuttosto originali: rinvangando, ad esempio, il9/11 e le responsabilità di Riad negli attentati, argomento di improvvisa attualità dopo 15 anni di silenzio.

I sauditi coinvolti nel 9/11! Ma dai, davvero?

Il dualismo repubblicani-democratici non è solo una rivalità di facciata utile, a garantire l’illusione dell’alternanza democratica: qualche differenza, seppure modesta ed ininfluente per gli elettori, esiste.

I repubblicani, dominati dagli anni ’90 dalla dinastia dei Bush, sono storicamente intimi della casa reale saudita (grazie soprattutto all’ottimo rapporto tra il sullodato principe Bandar bin Sultan ed i Bush) e vicini, specialmente George W., alla destra israeliana di Benjamin Netanyahu. L’establishment democratico o liberal, pur essendo a sua volta filo-israeliano, non è mai stato in sintonia con Netanyahu (si ricordi l’esplicito sostegno di Barack Obama a Isaac Herzog, il candidato progressista alle legislative israeliane del 2015), ed è storicamente più legato all’islam politico ed alla Fratellanza Mussulmana (come i conservatori inglesi) .

Si prenda, ad esempio, Hillary Clinton. Le recenti email pubblicate dal Dipartimento di Stato e riferite al periodo in cui la candidata alla presidenza occupava la carica di Segretario di Stato, dimostrano chiaramente come uno degli obbiettivi del cambio di regime a Damasco fosse quello di sgravare Israele da qualsiasi minaccia strategica10. Allo stesso tempo però, si sperava anche di scatenare così facendo una guerra settaria che avrebbe inevitabilmente dissanguato l’Arabia Saudita:

“One particular source states that the British and French Intelligence services believe that their Israeli counterparts are convinced that there is a positive side to the civil war in Syria; if the Assad regime topples, Iran would lose its only ally in the Middle East and would be isolated. At the same time, the fall of the House of Assad could well ignite a sectarian war between the Shiites and the majority Sunnis of the region drawing in Iran, which, in the view of Israeli commaders would not be a bad thing for Israel and its Western allies”.

La Clinton è stata ed è tuttora anche il maggiore sponsor della Fratellanza Mussulmana, portata alla ribalta dalla “Primavera Araba” e dalle rivoluzioni orchestrate dai servizi occidentali. Appena Mohamed Morsi è eletto presidente dell’Egitto nel giugno 2012, il Segretario di Stato vola al Cairo per stringergli la mano e garantire che gli Stati Uniti “supportano la piena transizione alla democrazia, con tutto ciò che essa comporta11, con un implicito riferimento alla vittoria degli islamisti. La persona che curerebbe le relazioni tra la Clinton e la Fratellanza Mussulmana sarebbe, secondo la ricostruzione di alcuni senatori americani12,Huma Abedin, tra le più strette collaboratrici della candita alla Casa Bianca e, stando alle accuse, in diretto contatto con i vertici dell’organizzazione islamica attraverso i famigliari (il fratello, Hassan Abedin, ha seduto nel consiglio dell’Oxford Centre for Islamic Studies).

Si può facilmente immaginare lo sconforto della Clinton, simile a quello di Recep Erdogan, provato quando l’Arabia Saudita ha appoggiato e finanziato il colpo di Stato del feldmaresciallo Abd Al-Sisi. Non c’è alcun dubbio che, se eletta alla Casa Bianca, l’ex-first lady sferrerebbe l’attacco decisivo alla monarchia saudita, ricorrendo alla classica rivoluzione colorata.

Più di un segnale indica chiaramente che ampie porzioni dell’establishment si stanno orientando in questo senso, primo tra tutti la legge approvata trasversalmente al Senato americano il 17 maggio (con il solo voto contrario di vecchi repubblicani come John McCain). Si tratta di un disegno di legge che abrogherebbe l’immunità di cui godono oggi i Paesi stranieri di fronte ai tribunali civili e penali americani, qualora il Paese in questione risultasse colpevole di attacchi terroristici negli USA: la legge, in sostanza, è stata concepita per consentire ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime di intentare causa all’Arabia Saudita per gli attentati del 9/11, cui presero ufficialmente parte 15 terroristi con passaporto saudita. Ad alimentare morbosamente il dubbio che Riad sia coinvolta negli attentati concorrono le famose “28 pagine segrete” del rapporto della Commissione congressuale che investigò sul 9/11, pagine dove sarebbero indicate proprio le responsabilità saudite. Queste 28 pagine, per inciso, sarebbero anch’esse in procinto di essere pubblicate13 dopo 15 anni di silenzio dettato dalla ragione di Stato.

Esula dalla nostra analisi affrontare il tema del 9/11: ci basti dire che l’ipotesi che l’Arabia Saudita abbia potuto perpetrare gli attentati senza complicità ai massimi livellidentro gli Stati Uniti, è semplicemente assurda. Significherebbe che lo stesso Paese che non riesce a debellare un’insurrezione armata nel misero Yemen, è stato capace di violare l’apparato di sicurezza della prima potenza militare al mondo. Realisticamente, l’Arabia Saudita è stata, sin dal concepimento degli attentati, un complice di second’ordine, destinato ad assolvere la funzione di capro espiatorio al momento opportuno, addossandogli parte delle responsabilità imputate per anni ad Al Qaida. È questo il vero campanello d’allarme per la monarchia saudita: la decisione presa dal Senato americano di abrogare l’immunità e consentire ai tribunali penali di perseguire l’Arabia Saudita, corrobora il sospetto che Washington abbia deciso di scaricare i Saude procedere con la destabilizzazione della monarchia.

La reazione saudita è stata, ovviamente, furente: per evitare il congelamento da parte dei tribunali, un esponente della casa reale ha minacciato di vendere gli investimenti in obbligazioni ed azioni detenuti negli USA14, per un ammontare di 750 $mld, prima che le legge sia approvata anche dalla Camera e firmata dal presidente. Barack Obama si è finora detto contrario al provvedimento, sostenendo che una simile legge metterebbe a rischio i soldati e le aziende statunitensi in qualsiasi Paese che temesse di essere citato in un tribunale americano; di parere opposto èça va sans rien direHillary Cliton15:

“Obviously, we’ve got to make anyone who participates in or supports terrorism pay a price, and we also have to be aware of any consequences that might affect Americans, either military or civilian or our nation”.

Quale migliore occasione per rovesciare una logora monarchia araba, un ex-alleato diventato scomodo, che l’avvio di uno storico processo per le complicità saudite negli attacchi del 9/11?

Destabilizzando l’Arabia Saudita l’establishment angloamericano raggiungerebbe più obbiettivi: una fiammata del prezzo del greggio, di cui gli USA sono oggi i primi produttori mondiali ed in un futuro prossimo anche esportatori; la possibilità di procedere con la balcanizzazione del Medio Oriente, frantumando anche l’Arabia Saudita su faglie etniche e religiose; un assist per esportare il caos nel resto del resto del mondo arabo (si pensi alla facilità con cui Al-Sisi sarebbe defenestrato); una nuova avanzata dell’islam politico, cui Londra ed i democratici sono così affezionati.

Certo, qualcuno potrebbe obbiettare: ma rovesciando i Saud, gli strateghi angloamericani non regalerebbero l’egemonia regionale all’Iran? La cronaca recente dello Yemen dimostra che la monarchia non ha le ossa per una muscolosa politica dell’equilibrio ed è quindi più opportuno sostituirla con uno Stato sunnita integralista, in attesa di destabilizzare a sua volta l’Iran.

Il dinamismo rivoluzionario non conosce sosta ed attende solo l’ingresso di Hillary Clinton alla Casa Bianca per il salto di qualità.

 

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mailclinton

 

http://federicodezzani.altervista.org/cambio-regime-arabia-saudita-prossimo-obbiettivo-usa-2/

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