Dal 2004 in Italia si sono perse 66 mila matricole, il crollo più sensibile nelle isole e al Sud: siamo stati gli unici in Europa a tagliare risorse e borse di studio durante la crisi

GIACOMO GALEAZZI, ILARIO LOMBARDO
ROMA

Nel Sud Italia si laurea meno del 20% dei giovani, numeri che in Puglia e Sicilia si fermano al 14%, esattamente quanto l’Indonesia e il Sudafrica. Per capire la malattia che ha svuotato le aule universitarie in tutto il Paese si può partire da tante angolazioni: la crisi, il lavoro che langue, lo scarso appeal delle lauree tradizionali o l’affermarsi di corsi alternativi più professionalizzanti. Tutto vale. Ma quello che forse ha pesato di più è il decennale disimpegno dello Stato.

 

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Negli ultimi anni tutti i premi Nobel per l’economia hanno insistito su un concetto: per uscire dalla crisi senza le ossa rotte bisogna investire in istruzione. Bene, è esattamente quello che l’Italia non ha fatto. Dal 2008, anno di inizio della crisi economica globale, il nostro Paese ha ridotto il finanziamento pubblico alle università, che otto anni fa era di oltre 6 miliardi, del 22,5%. In Germania è cresciuto del 23%. Contemporaneamente, in Italia, sono crollate le immatricolazioni: dal 2004 si sono perse 66 mila matricole, circa il 20% in meno, di fronte al quale quel +1,6% registrato dal rapporto Anvur quest’anno è ben poca cosa. Un diplomato su due non continua gli studi. E non è soltanto colpa della demografia, perché al netto della scarsa natalità, la quota di matricole 19enni è passata dal 57% al 46%. In questo viaggio tra gli atenei italiani, La Stampa ha provato a ricostruire le cause di un declino che per qualcuno assomiglia molto a una premorte.

 

 

Meno borse di studio

Le oltre trenta università che hanno risposto al nostro giornale confermano l’emorragia di iscrizioni al primo anno, con qualche eccezione concentrata nel triangolo di 200 chilometri che va da Venezia a Bologna a Milano con estensione a Torino, Trento e Udine. Quali sono, allora, i motivi di questa fuga? Miopia dei governi, sacche di resistenza nelle accademie sempre più distanti da un mondo scosso da innovazioni continue, baronie e piccinerie burocratiche, sfiducia crescente delle famiglie verso il tradizionale pezzo di carta in un momento in cui le spese vanno razionalizzate e lo Stato non ti dà una mano per far studiare i tuoi figli. «Ma a incidere di più è stato il combinato disposto di crisi economica e aumento delle tasse universitarie che in Italia è stato il più alto d’Europa». Gianfranco Viesti, ordinario di Economia a Bari, è l’autore de «L’Università in declino», indagine pubblicata quest’anno con la Fondazione Res. Partendo dal Sud, Viesti ha approfondito le ragioni di quel dato che definisce «catastrofico» che ci inchioda all’ultimo posto in Europa per numero di laureati: il 23,9% degli under 34 contro una media Ue del 37%. Anche la Romania fa meglio di noi (25%). Con queste cifre l’Italia, impossibilitata a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo europeo del 40% di laureati, ha dovuto ridimensionare il traguardo al 26%. È l’ammissione di un fallimento.

 

 

«L’Italia ha fatto il contrario di quello che andava fatto – continua Viesti – aumentando le tasse mentre tagliava risorse al diritto allo studio». Ne sa qualcosa Lorenzo Guastalli, classe 1991, studente di ingegneria a Pisa che da un anno all’altro si è visto scippare la borsa di studio. Colpa del nuovo Isee, l’ indice della situazione economica familiare che dal 2015 include nel calcolo anche il patrimonio immobiliare. «Mio padre è cassintegrato, mia madre non lavora. Però hanno rivalutato il nostro appartamento manco fosse una casa di lusso. E così ho perso la borsa di studio, anche se il mio Isee è rimasto bassissimo, ben sotto la soglia richiesta dei 20 mila euro». Lorenzo viene da Piombino, città ammaccata dalla recessione, e per lo Stato la sua casa lo rende magicamente ricco: «Ho perso soldi, mensa e alloggio. Adesso abito in una doppia, a 200 euro al mese. Qualcosa mi dà mio padre, ma per mantenermi faccio ripetizioni. Ovviamente in nero». Dopo le proteste, qualche mese fa gli studenti sono riusciti a ottenere le variazione delle soglie Isee ed Ispe per permettere a molti più studenti di rientrare nei requisiti. Come Lorenzo altri 30 mila hanno perso la borsa di studio. Qualcuno non ha resistito, però, come ha fatto lui, e ha abbandonato gli studi.

 

Le Regioni e i soldi

In Italia esiste anche una strana figura di studente che è l’«idoneo non beneficiario». Sono il 25% dei meritevoli che però non percepiscono un euro. In Sicilia e in altre regioni del Sud la proporzione è ribaltata: tre aventi diritto su quattro non ottengono la borsa. Mentre in altre regioni il 100% degli idonei incassa il dovuto. A garantire il diritto allo studio dovrebbero essere gli appositi enti, che invece dalla Sardegna alla Sicilia alle Marche vengono continuamente investiti da inchieste giudiziarie e commissariamenti. «In Puglia l’ente non ha erogato molte borse perché non ha ricevuto fondi dalla Regione», spiega Silvia Savino, rappresentante degli studenti a Bari che racconta di studentesse pronte a lasciare se non avranno aiuti.

 

Il diritto allo studio in Italia è sempre meno un diritto. Ed è il punto debole del sistema. L’impoverimento progressivo delle famiglie non ha avuto compensazioni per tutelare la crescita culturale dei figli: borse di studio, alloggi, mensa, trasporti e servizi allo studente. Dall’inizio della crisi molti Paesi europei hanno potenziato le risorse destinate agli studenti bravi ma privi di mezzi, l’Italia no. Da noi i borsisti sono scesi del 9%, in Spagna sono aumentati del 55%, in Francia del 36%, in Germania del 32%. In Italia solo il 12% beneficia della borsa. In Francia è il 25,6%. E pensare che tra chi riceve la borsa c’è un tasso di abbandono (altissimo in Italia: 45%) del 13% in meno di chi non la riceve. Così il mito della meritocrazia si va a far friggere? «Qualunque politica legata al merito non può essere immaginata senza una base che dà a tutti le stesse opportunità» dice Francesco Ubertini, rettore dell’Università di Bologna.

 

I principali colpevoli del naufragio del diritto allo studio costituzionalmente garantito sono le Regioni a cui è affidato dalla Carta. Ma la causa è anche un meccanismo folle che produce paradossi su paradossi. Dei 510 milioni di euro stanziati, 233 milioni vengono dalla tassa regionale pagata al momento dell’iscrizione dagli stessi studenti. È già la prima stortura. «Il 42% in media delle risorse per il diritto allo studio proviene dalle tasche degli studenti. Non è un controsenso?» chiede Alberto Campailla, leader del coordinamento universitario Link. In realtà, essendo in teoria un sistema perequativo, sarebbe una tassa pagata da chi ha reddito più alto a favore dei più bisognosi. Ma le percentuali confermano che l’università è sostenuta da sempre meno risorse pubbliche. Anche perché l’Italia dal 2005 ha aumentato le tasse universitarie del 50%, passando da una media di 736,91 euro a 1.112 euro. Ma le contraddizioni non finiscono qui. L’altra parte del diritto allo studio la pagano le Regioni con stanziamenti propri. E così ognuno fa come gli pare. La Campania governata da Stefano Caldoro è stata costretta dai giudici a restituire agli studenti i soldi dovuti che aveva dirottato in altri capitoli di spesa. Neanche un mese fa la Regione Sicilia, invece, ha provato a spostare quelle risorse sulle riserve naturali. «I governatori rispondono a logiche politiche: perché spendere soldi per gli studenti se non porta nessun consenso politico?» dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli.

 

La terza parte di risorse, infine, viene da un fondo integrativo dello Stato (162 milioni di euro). Il meccanismo di ripartizione funziona così: le Regioni che assegnano più borse ottengono fondi statali maggiori. Ciò innesca un circolo vizioso per cui alle regioni del Sud, più deboli, vanno meno risorse che a quelle del Nord. Il sistema amplifica le differenze invece di ridurle. Ecco perché gli esperti chiedono che il diritto allo studio venga gestito a livello centrale. E non solo loro. Il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone ci ha provato in occasione della riforma costituzionale suscitando l’ira dei governatori: «Sono favorite le università più forti, e i soldi vanno dove ce n’è meno bisogno. Mentre la situazione di Isole e Sud è devastante».

 

Non sarà un caso se le ultime ricerche fotografano una realtà in cui le immatricolazioni calano soprattutto tra i diplomati degli istituti tecnici e professionali che alle spalle hanno famiglie economicamente più svantaggiate. Stesso discorso a livello geografico. Meno matricole nelle isole e al Sud. La sola università di Catania le ha dimezzate. In questi anni a essere aumentata è invece la mobilità lungo lo Stivale: un quinto dei diplomati meridionali si iscrivono in facoltà del Centro Nord. Anche perché al Nord il diritto allo studio è garantito davvero. Le Regioni pagano, le borse di studio ci sono, mensa e alloggi pure, i trasporti funzionano. A Bari, Antonio Uricchio, rettore di uno degli atenei con il più basso indice di valutazione, è sconfortato: «Questa università dovrebbe svolgere un ruolo sociale in un territorio difficile e invece non solo ha meno entrate ma riceve pure meno risorse attraverso meccanismi di ridistribuzione all’inverso». Così ci si arrangia e Uricchio per non perdere numeri e per acquisire uno spessore internazionale è andato a Tirana a cercare studenti e intese: «Ormai l’Albania è la nostra seconda casa». Ogni ateneo, però, ha i suoi problemi. Anche i migliori. A Bologna Ubertini è alle prese con i mille vincoli della burocrazia: «Ve ne racconto uno su tutti: avendo lo stesso tetto dei ministeri per le auto di servizio, i docenti di agraria non possono girare le nostre aziende. Un’altra? Per ogni contratto di lavoro devo aspettare l’ok della Corte dei Conti che arriva dopo due mesi. Come si fa così a competere con le migliori università straniere? E poi ci si lamenta se i privati non investono da noi».

 

Sfiducia sugli sbocchi

Se l’università soffre, la mobilità sociale si blocca: «Già era ridotta in Italia, il forte calo delle immatricolazioni al Sud peggiora le cose» spiega Francesco Ferrante, docente alla Luiss e pro-rettore al Job placement a Cassino. Ferrante parla di «fattori culturali e barriere psicologiche»: gli italiani, «soprattutto nelle famiglie meno istruite, sembrano non credere più nell’università come strumento di avanzamento sociale». E di ricerca del lavoro. «Si è innescato un sentimento di delusione» concorda Gavosto. Persino tra chi è laureato. Luca Franco Cardinali è un ingegnere di Ancona. La figlia Melissa sta terminando l’istituto biologico sanitario: «E’ brava, ma non so se è utile iscriverla all’università, troppo lunga e troppo teorica. Con mia moglie stiamo pensando di farle fare un corso di traduzione simultanea». Delusione e sfiducia sono sentimenti alimentati dalla disoccupazione crescente certo, ma anche dalle scarse politiche di orientamento e dalla difficoltà delle università di tenersi al passo con la velocità di tecnologie che divorano ogni novità e creano nuovi mestieri. Secondo Ubertini, bisogna affrontare il nuovo mondo con astuzia: «Stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale, quella digitale. La formazione professionalizzante è l’unica risposta concreta per l’ingresso in un mercato del lavoro che ogni giorno è diverso dal giorno precedente».

 

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